lunedì, 20 novembre, 2017
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EVOLUTION CITY SHOW - BRIXIAE EDITIO: Conversazione con Fausto Cabra e Marco Archetti. -a cura di Stefania Landi

Fausto Cabra Fausto Cabra

EVOLUTION CITY SHOW - BRIXIAE EDITIO
Carpire la massiccia solidità del racconto orale epico, profilarla con ritratti di uomini, di donne del passato e, con essa, invadere una città. Questa occasione è toccata a Brescia. L'idea di Fausto Cabra e Marco Archetti, che curano regia e scrittura di Evolution City Show, è di dare vita e luoghi ad una performance teatrale itinerante. Attraverso un percorso di 10 tappe della durata di due ore. Sviluppato lungo Via dei Musei, arteria densa di stratificazioni, con 10 attori che raccontano 25 personaggi storici dell'immaginario collettivo. Al pubblico è richiesto di operare una scelta; la stessa che, involontariamente, compie quando assiste ad uno spettacolo: a cosa dedicare attenzione? Qui le traiettorie sono cinque, proposte in simultanea. Accompagnato, negli intervalli di passaggio, da speciali traghettatori - delle audio-guide - lo spettatore può fare esperienza di un teatro "multidimensionale", che chiede di affidarsi alla potenza immaginifica della parola.
Lo spettacolo, in scena dall'11 al 19 luglio (escluso il 16 luglio) 2017, è prodotto dal Centro Teatrale Bresciano con il contributo di Regione Lombardia e Comune di Brescia, con il patrocinio della Fondazione Cariplo e la collaborazione degli studenti delle classi di Scenografia della Libera Accademia di Belle Arti di Brescia.
Per capire cosa si intenda per teatro multidimensionale e perché sia necessario aver fede nell'inafferrabilità del teatro, abbiamo chiacchierato con gli ideatori del progetto: lo scrittore, qui sceneggiatore, Marco Archetti e l'attore e regista Fausto Cabra.

Marco, tu scrivi prevalentemente romanzi. In questi anni hai già collaborato con Fausto Cabra per il progetto teatrale Autoritratti in viaggio. Per Evolution City Show i testi sono stati concepiti per la lettura o per il teatro?
MARCO ARCHETTI: Lo spettacolo era un'idea che Fausto aveva da un po'. Si è trattato di selezionare dei personaggi e intorno costruire dialoghi e monologhi, a loro servizio, o a conflitto magari, con le audioguide, che sono la parti macro-narrative. Crediamo di aver scelto quelli che portavano dei valori umani, storici, narrativi, teatrali più di rilievo.

Le singole narrazioni sono il frutto di un personale fondaco della memoria o di una riflessione comune, tua e di Fausto?
MARCO ARCHETTI: C'è stata una documentazione precisa, accurata. Quanto più la documentazione è ferrea, tanto più l'immaginazione ha la possibilità di esplodere con più credibilità, più elementi, più gioia.

Il contesto sociale e politico del territorio hanno influito sulla scelta dei personaggi?
MARCO ARCHETTI: Moltissimo. Evolution è un contenitore pensato capace di adattarsi al contesto in cui viene realizzato. Brixiae editio significa che, non a caso, in questa struttura narrativa estremamente innovativa e solida hanno trovato posto personaggi che raccontano questo territorio. Però voglio sottolineare che sono personaggi che hanno una valenza assolutamente nazionale, o sovranazionale in alcuni casi. Non abbiamo fatto una ricostruzione folclorica ma abbiamo costruito dei personaggi che questo territorio ha fortemente nutrito. Questa struttura, quindi, può essere proposta altrove.

Perché avete pensato 5 spettacoli in contemporanea?
FAUSTO CABRA: Abbiamo voluto fare la stessa esperienza di quando si attraversa la storia. Più si studia, più si incontrano storie che bisogna lasciare andare e abbandonare perché la vita è talmente tanta, abbondante, che è inafferrabile. Da questo nasce l'idea di uno spettacolo che sia inafferrabile. Più che quello che scegli di vedere è quello che scegli di lasciar andare. Potevamo scegliere di fare 70 come 5 spettacoli...
MARCO ARCHETTI: Però sarebbe costato un po' troppo al CTB (ride)... Questo è uno spettacolo che ha tre fasi di cessione di sovranità artistica. Io prima ho fatto le ricerche, ho riordinato le idee, poi lui le ha raccontate agli attori e a sua volta cedute. Gli attori a loro volta troveranno gli elementi esplosivi che interessano loro e al pubblico. Quindi è stato bello affrontare questi tre livelli, che hanno trasformato le mie parole di partenza, passando dalla mia sensibilità alla sua, e lui agli attori. È bello osservare questa fase evolutiva.

Che sensazione hai provato a veder dare una voce, un volto, un corpo alle tue parole?
MARCO ARCHETTI: Tra l'onirico e il lisergico. Io sono abituato a creare personaggi di carta. Per me si tratta di veder apparire delle visioni. Poi il teatro ha questo potere magico, che non finirà mai, che con pochi mezzi racconta l'assoluto...con un corpo, una voce, una luce in un contesto essenziale. Per me è bellissimo, perché le mie parole si staccano dalla pagina e diventano qualcosa di agito, di vivo. Non che io senta le parole che scrivo come meno agite o meno vive, però lo sono in un'altra maniera. Quando io scrivo, i personaggi se la vedono con me: io ho un'idea di loro. Qui c'è un pezzo in cui parte del tuo lavoro ti sfugge, però è per me molto inebriante. Il mio lavoro mi appartiene fino ad un certo punto, pur appartenendomi pienamente, perché appartiene a lui, agli attori...e adesso anche, ci auguriamo, ad un folto pubblico.
FAUSTO CABRA: Inoltre l'essenza stessa del nostro lavoro è legata alla rinuncia della comprensione.

Cosa toglierebbe la comprensione?
FAUSTO CABRA: Questa sensazione di sicurezza che dà la comprensione è totalmente illusoria, quando hai a che fare con il flusso dei millenni. Certo, ognuno rintraccia dei sensi, in questi inciampi di passato e futuro, ma è soprattutto un inno alla densità della vita di 25 personaggi. Se uno spettatore vuole tornare per cinque sere, può farlo. E proverà esperienze diverse.

L'itinerario proposto porta il teatro fuori dal luogo deputato per antonomasia alla rappresentazione. Questo consente di rivelarne la pregnanza: il testo, il lavoro sugli e degli attori e lo spazio. Permette di dare voce ad una artigianalità.
FAUSTO CABRA: Di sicuro l'innestarsi su qualcosa è fondativo di questa modalità di creare insieme. Che è il meccanismo della tradizione. Qualsiasi cosa, se non si innesta su un passato, è sterile. Più in generale penso che questa ricerca ossessiva legata all'arte del nuovo è un applicare delle categorie merciologiche a qualcosa che non può esserlo. Il nuovo capita, lo registri ma non lo puoi cercare. Ciò che puoi cercare è ciò che è necessario. Nella ricerca del nuovo ci sono necessità egoiche, di affermazione del sé. Vedo tanto nel teatro contemporaneo l'ossessione di stupire, che è la stessa dell'artista che vuole affermarsi. Evolution, come genere, è un teatro multidimensionale, nel senso che, nel momento in cui attraversi una dimensione dello spettacolo, stai perdendo tutte le altre quattro, che stanno scorrendo accanto. E non è una proposta nuova: Luca Ronconi, ne Gli ultimi giorni dell'umanità, montò 20 ore di spettacolo...per me, che vengo dal suo teatro, è anche un atto d'amore nei confronti del mio Maestro.

È importante per chi fa teatro avvicinarsi al pubblico? E cosa si intende con avvinarsi al pubblico?
FAUSTO CABRA: È fondamentale. Io, nel momento in cui voglio indagare qualcosa, parto sempre da una necessità mia. Mi do questa occasione. Nella speranza di non essere solo. Il teatro non può che lavorare sulla vita, sull'umanità, perché è la sintesi dell'incontro. L'umanità stessa è fondata sull'atto teatrale. È iniziato con una scimmia, che ha iniziato con l'articolare delle parole per generare delle immagini dentro la testa dell'altra scimmia. Tramite il miracolo dell'empatia. Questa capacità di astrarre attraverso il miracolo della parola e di fare esperienza di ciò di cui non hai fatto diretta esperienza. Io ti posso raccontare la guerra e tu fai l'esperienza di essere in guerra senza mai esserci stato. Quella che noi chiamiamo città, società, è tutta fondata su un atto teatrale. Anche noi, in questo momento, stiamo compiendo un atto teatrale. Con le parole sto creando delle immagini nella vostra bolla di solitudine. Questa immagine si deposita nella testa degli altri come fosse una memoria. Se io mostro una fotografia della guerra, questa si deposita meno nella memoria, perché non ha dovuto crearla. Si subisce, non la scegli. Quindi tutti i media che adesso stanno spopolando sono di partenza fallimentari. Perché sono più deboli.
MARCO ARCHETTI: Questa è un'esperienza che si fa anche con un romanzo. E la dice lunga su quanto sia appagante, totalizzante, un'esperienza di creazione, scrittura, teatro. Che poi è quello che vorremmo riuscire a dare alle persone che verranno.
FAUSTO CABRA: L'insegnamento di Ronconi era questo. Un atto di fede nei confronti della parola, che in un certo senso è anacronistica, oggi. È un delirio, perchè ci sono 5 spettacoli da 2 ore incastrati in contemporanea.

Come vi siete orientati nella scelta dei luoghi?
FAUSTO CABRA: Abbiamo scelto dei luoghi della nostra città poco conosciuti, come il sottotetto di Palazzo Loggia, che è bellissimo: si ha la sensazione di stare nel ventre di una grande balena. Lì abbiamo messo i monologhi più lontani nel tempo. Poi c'è San Cristo. Un chilometro, da Piazza della Loggia alla chiesa San Cristo, in cui abbiamo cercato di trovare 10 posti sorprendenti e sconosciuti. Ogni filone è molto diverso. Raccontiamo il meccanismo stesso dell'evoluzione. Di una mano che lascia il testimone all'altro.

L'audioguida in questo contesto che ruolo ha?
FAUSTO CABRA: Nelle audioguide viene raccontato il futuro, invece le performance live sono tutte storie di passato. Ho pensato ad audioguide che contenessero delle sonorità, delle suggestioni che facessero da tramite alle narrazioni. Non c'è niente da comprendere. Solo da lasciarsi andare in questo fiume...

Ultima modifica il Martedì, 11 Luglio 2017 09:46

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