mercoledì, 19 dicembre, 2018
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INTERVISTA a ORIELLA DORELLA - di Michele Olivieri

Ornella Dorella. Foto Luciano Spinato Ornella Dorella. Foto Luciano Spinato

Oriella Dorella nasce a Milano, dove inizia a frequentare la Scuola di Ballo del Teatro alla Scala. Diplomatasi nel 1969, entra a far parte del Corpo di Ballo dell'Ente Lirico Scaligero, divenendo dapprima Solista nel 1972, poi Prima Ballerina nel 1977 ed infine Étoile nel 1986. Artista versatile, ricca di sensibilità e dotata di una tecnica rigorosa interpreta alcuni ruoli del grande repertorio classico e contemporaneo tra cui "Giselle", "Coppelia", "Lo Schiaccianoci", "Miss Julie" di Birgit Cullberg, "La bisbetica domata" di John Cranko, "La strada" di Mario Pistoni, "L'Histoire de Manon" di Kenneth McMillan, "Onegin", "Afternoon of a Faun" di Jerome Robbins, "Adamo ed Eva", "Daphnis et Chloé" di George Skibin, "L'Angelo Azzurro" di Roland Petit, "Proust ou Les intermittences du coeur", e tanti altri. Ha partecipato a produzioni di altri teatri italiani, tra le quali si ricordano "Il diario di Anna Frank" su coreografia di Roberto Fascilla a Verona e le "Tre sorelle" su coreografie di Gheorghe Iancu a Bologna. Ha preso parte a numerosi varietà televisivi di successo, quali "Fantastico", "Sotto le Stelle", "Drim" acquistando grande popolarità. Lasciato il Teatro alla Scala nel 1994, torna in scena nel 1996 con "La Marchesa Von O." su coreografie di Vittorio Biagi, cui fa seguito "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare" di Luis Sepùlveda al Piccolo Teatro di Milano per la regia di Walter Pagliaro e le coreografie di Gheorghe Iancu. Nel 2005 interpreta Silvia nella fiction "Grandi domani" e nel 2009 Eleonora nel film tv "Non smettere mai di sognare".

Carissima Oriella, cosa ha rappresentato per te il Teatro alla Scala?
La Scala è stata la mia famiglia, un teatro dalle mille meraviglie, un luogo dove sono passati i migliori danzatori e coreografi, da Rudolf Nureyev a Mikhail Baryshnikov, da Maurice Béjart a Maguy Marin, da Paolo Bortoluzzi a Vladimir Vasiliev e l'elenco sarebbe interminabile. La vita di noi danzatori si svolgeva interamente all'interno della Scala, in quanto sia la scuola di ballo che le scuole tradizionali, erano un tutt'uno con il teatro, perciò quello era il nostro unico mondo. Anni magici anche per la felicità di conoscere ed incontrare immensi artisti come Luciano Pavarotti, Maria Callas, Franco Zeffirelli, Katia Ricciarelli, Placido Domingo, Carla Fracci e tanti altri. Al nostro arrivo alla mattina, un po' come nel film "Le cronache di Narnia" al di là della porta che accedeva alla sala di ballo si apriva un mondo incantato, ricco di suggestione e di fascino!

Parlami di uno dei tuoi cavalli di battaglia "La Strada" di Mario Pistoni, artista oggi poco ricordato?
"La strada" sulle meravigliose musiche di Nino Rota, è un titolo a cui sono legata indissolubilmente. Pensa Michele che è stato il primo balletto che ho visto nella mia vita, in scena danzava Fiorella Cova (prima ballerina del Teatro alla Scala), e in quel momento ricordo di aver detto esattamente "voglio ballare per assomigliare a Gelsomina"... una creazione del caro amico Mario Pistoni, che per me è stato un faro, una mano sicura, una guida ed una splendente "luce". Ho lavorato con tanti coreografi, però posso affermare con certezza, che Mario possedeva una incredibile ed inesauribile genialità. Purtroppo è mancato troppo presto all'affetto di tutti noi!

Hai mai avuto modelli da inseguire?
No assolutamente, non è da me cercare di essere qualcun altro.

Qual è il tratto principale del tuo carattere?
L'allegria.

E il tuo peggior difetto?
Un po' iraconda, solo un pochino...

Sei mai stata superstiziosa in teatro?
No!

Di cosa hai paura?
Di perdere quelle persone che amo tanto... e ne sono rimaste veramente poche!

Quali sono le tue letture preferite?
Adoro i gialli!

La tua città del cuore?
Più di una, mi piace molto Roma ma anche Firenze e Venezia... adoro le città calde dove si respira anche storia e cultura! Le città che fondamentalmente non hanno eguali!

Mentre Milano, città in cui risiedi, cosa rappresenta nel tuo immaginario?
Milano è la mia città e l'adoro nonostante, sul lato estetico, non abbia così tanti aspetti visibili però possiede degli angoli di assoluta poesia e suggestione. È una città davvero cosmopolita, in cui nulla manca e il suo respiro è davvero internazionale.

Qual è il film che hai amato di più?
In particolare ricordo quello che, da giovanissima, mi ha donato i primi languori e cioè "Anonimo Veneziano" di Enrico Maria Salerno con Florinda Bolkan e Tony Musante.

Cosa ti sta particolarmente a cuore oggi?
Sono sempre stata molto vicina al mondo dei "bambini" ma da quando ho assistito la mia mamma, che poi è mancata, e ho conosciuto quello degli "anziani" ho percepito che oggi è per loro che bisogna attivarsi, dedicando tempo e lavoro! Mi piacerebbe anche occuparmi di teatro per i ragazzi, formandoli ad un'educazione alla cultura, perché il loro universo è così entusiasmante e ricco di energia che non deve andare disperso!

Cosa pensi del tempo che trascorre?
Ho imparato a conviverci e a star bene con me stessa e con i miei amici, pochi ma fidati. Non vivo assolutamente male il trascorrere degli anni, anzi grazie all'entusiasmo dei miei due figli, Marcus e Moises, sono sempre ben aggiornata e curiosa verso ciò che mi circonda e quando mi guardo allo specchio vedo una donna serena! Sono fermamente convinta che il fisico da solo non basti per completare un essere umano, e con questo non mi riferisco esclusivamente alla danza!

Che ricordi conservi del grande critico di danza e balletto Vittoria Ottoloneghi?
Oggi molti allievi sono bravi ma spesso manca loro l'anima, il sentimento. La televisione ci propone solo delle copie identiche uno all'altro. Mentre la Signora Vittoria Ottolenghi ha avuto il grande merito di promuovere e divulgare l'arte della danza, soprattutto sotto il profilo puramente culturale. Nella sua celebre e seguitissima trasmissione televisiva "Maratona d'estate" aveva saputo dimostrare, con grande intelligenza, di possedere forte determinazione. Fu lei a proporre il mio nome al regista Gianni Boncompagni per "Drim" trasmesso su Rai2 nei primi anni ottanta, un programma basato sulla comicità di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, il tutto coadiuvato dai balletti con me protagonista al fianco di Enzo Paolo Turchi. Un varietà che in qualche modo diede l'avvio alla mia parallela carriera, in teatro e in televisione. Un'occasione che ho acchiappato al volo, certamente con coraggio e audacia!

Se ti guardi all'indietro quali sentimenti provi per il percorso artistico svolto?
Ho avuto la fortuna di fare tante cose e di queste moltissime belle, con grandi ballerini, maestri, coreografi e ripetitori. Penso sia una fetta importante nella carriera di un artista. Con il passare del tempo inizi a voltare lo sguardo indietro e ti rendi conto che hai goduto di autentiche fortune. Oltre alle gioie, alle paure, ai dubbi e alle incertezze riesco anche a comprendere di aver accettato dei ruoli, che non ho sicuramente amato all'inizio, ma che poi ballandoli ho scoperto possedessero una forte valenza che mi ha arricchita e nutrita sul piano artistico.

In carriera come hai vissuto il rapporto con il pubblico?
Il pubblico è qualcosa di straordinario, soprattutto in quelle serate dove si crea l'empatia, che non vuole dire generosità di applausi ma che è qualcosa che va oltre. Lo si percepisce, e poi naturalmente il piacere di poter esternare agli spettatori tutto quello che provi dentro, perché ci sono dei momenti che diventa quasi liberatorio poterlo donare!

Apriamo l'argomento concorsi di danza, cosa ne pensi?
Primo che ce ne sono troppi, per cui la qualità è destinata a calare, a volte non capisco quale sia la vera finalità di questi eventi, mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse con estrema franchezza. Spesso sono un po' modaioli e forse anche popolari, nel senso che non si avvalgono di giurie esattamente preposte a capire, a trovare il meglio, a leggere tra le righe artistiche dell'allievo! La popolarità vince, però quando mi ritrovo in una commissione esaminatrice sento una forte responsabilità, in quanto oltre all'aspetto professionale c'è anche quello psicologico, perché votando ci si rivolge a dei giovani per i quali anche quell'esatto istante può essere di assoluta importanza nel loro cammino di formazione. Bisogna saper essere severi, senza regalare voti ma al contempo propositivi nel giudicare con lucidità!

Come si riconosce a tuo avviso un talento al di là della singola tecnica?
Lo riconosci perché ha una marcia in più, vuoi di ragionamento in chi di danza, d'istinto animalesco o di potenza unita alla tecnica. Il talento lo si nota immediatamente, da uno sguardo, da una movenza che, in molti casi, va oltre ad una pirouette eseguita alla perfezione.

Un tuo accorato consiglio rivolto agli insegnanti di danza?
Devono studiare anche loro, capire a fondo quest'arte, avere la modestia di comprendere che non si finisce mai di imparare, ogni giorno è una continua lezione. Inoltre ci tengo a sottolineare, che se alcuni insegnanti hanno nelle loro scuole dei talenti i quali non hanno la possibilità di sviluppare al meglio l'artisticità, necessita allora una dose di coraggio nel lasciarli andare altrove. Mi piace usare come metafora la frase tratta dal libro di Saint-Exupéry dove la rosa dice al piccolo principe: "Amare davvero significa anche essere pronti a lasciare andare"!

Sfatiamo il mito danza uguale a sport?
La danza è un'arte in cui vige l'ausilio importantissimo del corpo, che deve raggiungere una forma atletica, ma solo per essere lo strumento da tramite nel cogliere la sua vera essenza ricca di emozioni e di interpretazione. L'aspetto ginnico, fine a se stesso, non deve esistere! Possediamo un corpo che va usato esattamente come le lettere dell'alfabeto, ma poi abbiamo bisogno della danza per ricamare sopra ad esso la "poesia"!

La tua splendida avventura nel mondo della danza quale inizio ha avuto?
Sono nata con la voglia di danzare... ricordo di non aver mai voluto fare altro! Mia mamma veniva dalla pianura padana e i miei nonni producevano il vino, coltivavano gli ortaggi, allevavano animali in una piccola fattoria di loro proprietà dove trascorrevo le vacanze estive. Le mie giornate si svolgevano nell'aia che si trasformava in un palcoscenico per ballare. Rubavo i vestiti alle zie, abiti di impalpabile e leggerissima seta che volteggiando facevano la ruota e prendevo anche gli zoccoli di legno di mio zio che usavo come punte... così improvvisavo le danze, malgrado non avessi mai visto un balletto e nemmeno una ballerina dal vivo. In cuor mio ho sempre saputo di voler intraprendere questa professione, in pratica desideravo unicamente "ballare"! Avevo un rito, che quando il mio papà veniva a casa, gli porgevo le pantofole e lui mi dava in cambio il giornale, allora io mi chiudevo in bagno e lo leggevo in tutta tranquillità. Una sera mi capitò di scorgere una notizia sull'apertura delle iscrizioni alla Scuola di ballo del Teatro alla Scala. C'era scritto che i corsi erano a titolo completamente gratuito, con la possibilità di frequentare la Scuola dell'obbligo al suo interno... in quel preciso istante ho inquadrato la situazione! Dopo varie insistenze, sono riuscita nell'ultimo giorno utile alle iscrizioni a farmi accompagnare dai miei genitori. All'ingresso un portiere ci disse che il termine era scaduto, ormai eravamo fuori orario... la mia disperazione fu talmente grande che il portiere stesso prese personalmente in consegna i miei documenti per consegnarli a chi di dovere. Negli anni, quando sono diventata una professionista nel Corpo di Ballo, passando dalla portineria lui si alzava e mi diceva sempre: "Si ricordi Signora Dorella che è anche merito mio, non se lo dimentichi mai". Questo per dire che c'è sempre stato qualcuno, dall'alto, che mi ha aiutata nel porgermi una mano. Dopo gli studi e il diploma, ho partecipato al Concorso nazionale, sono entrata nella compagnia scaligera, in seguito nominata Solista, poi Prima ballerina ed infine Étoile.

Cosa ha rappresentato per te la Scuola di Ballo scaligera?
Sono ricordi fantastici! La Scuola di Ballo significa per me danza, vita, cultura, formazione professionale ed umana. Ricordo la direttrice, la signora Esmée Bulnes la quale mi ha insegnato la disciplina, il rigore, la precisione e ha reso possibile "il mio sogno"!

Mentre un tuo pensiero per il Maestro Robert Strainer, celebre artista polacco?
Rammento una sua frase "Per una ballerina domani è troppo tardi"! Perché la carriera è fisicità e maturità, quella profondità, quella forza del ruolo che si chiama arte. Quando hai raggiunto tale profondità dura pochi anni in quanto il fisico risente dell'usura e di qualche incidente di percorso. La carriera di una ballerina dev'essere veloce, giorno per giorno... la magia finisce presto! Strainer è stato un ripetitore splendido, ripeteva spesso "Per quanto indossi il tutù più prezioso e porti l'acconciatura più bella, quando sali in palcoscenico sarai sempre solo tu, con la tua anima completamente a nudo"! Però ne ho avuti tanti altri di maestri, ricordo caramente la Signora Gariboldi, la Bonagiunta, la Zingarelli, la Vera Colombo senza dimenticare Vintila, Popescu, Roberto Fascilla, Giuseppe Carbone, Geoffrey Cauley, la Irina Hudova che Nureyev adorava, oppure Gilda Maiocchi... ho vissuto un momento storico prezioso ed irripetibile. Con i colleghi della mia generazione abbiamo avuto, inoltre, la possibilità di studiare con Erik Bruhn... straordinario! Ma anche tanti altri Maestri che giungevano a Milano da Accademie famose in tutto il mondo. La Scala è sempre stato un punto di arrivo e non di partenza. Per un docente essere invitato alla Scala significava ottenere il massimo dell'autorevolezza.

Hai studiato anche con Louis Falco?
Certo nel periodo dei maestri della cosiddetta nuova "corrente" arrivò anche lui, e dovendo danzare nelle sue coreografie ci dava le lezioni. Falco definiva la sua danza come un'eterna onda, un moto che non termina mai...

La tecnica fine a se stessa non sempre paga, giusto Oriella?
Esattamente, per essere idonei all'arte della danza occorrono delle specifiche caratteristiche fisiche, ed una determinata struttura, ma in effetti questo fa parte solo della tecnica e sottolinea l'aspetto atletico. In teatro, sul palcoscenico, davanti al pubblico bisogna portare le proprie esperienze, la propria vita... bisogna mettersi a nudo per far affiorare vivide le emozioni! Una volta un maestro disse: "Senza costumi, senza musica, senza sapere qual è il personaggio, appena entri in scena devi capire se sei una Giulietta, una Carmen oppure una Bayadère... devi farmelo comprendere solo con la camminata". La tecnica non deve mai sovrastare l'espressività!

Per entrare in un'Accademia quali sono i giusti canoni, a tuo avviso?
Prima cosa avere le idee chiare su ciò che si vuol fare nel mondo della danza. Entrando in Accademia si sceglie di intraprendere una professione, è come una vocazione che rimane sempre ben presente... una luce che riflette la tua vita con i sacrifici, i momenti di sconforto e di amarezza e nello stesso istante anche quelli di gioia e di successo. Entrare in Accademia vuol dire sentire l'arte che ti avvolge, che nasce dal di dentro e per cui sei disposto a tutto pur di mantenere vivo il sogno e l'obiettivo. Certamente poi nella professione necessita anche la fisicità, le proporzioni, l'attitudine, la grazia e l'eleganza, un insieme di doti che creano l'armonia del gesto!

Il segreto per essere una Ballerina con la maiuscola?
Significa possedere un'anima applicata ad un'attitudine, bisogna saper usare l'intelligenza correlata alla disciplina, nello specifico ciò significa avere velocità, ritmo, memoria e assoluta resistenza, anche al dolore. Una Giselle non sarà mai un'altra Giselle, ognuna avrà le sue sfumature altrimenti sarebbero tutte uguali e l'incanto svanirebbe. Per essere una grande ballerina bisogna trovare l'equilibrio, dosare sapientemente tutti gli ingredienti e non dare importanza esclusivamente al virtuosismo ma saper amalgamare raffinatezza, grazia e delicatezza applicate al portamento, quest'ultimo fondamentale per entrare in palcoscenico!

Oggi in sala danza, durante una tua masterclass, a cosa dai maggiore importanza nei riguardi dell'allievo?
Gli allievi non vanno confusi, trovo questo aspetto fondamentale, e lo dico davvero con il cuore e con l'esperienza! La maestra o il maestro deve spiegare a loro la giusta posizione di una mano, di un braccio e l'allievo lo deve posizionare esattamente come richiesto, senza aggiungere null'altro. Gli errori commessi alla sbarra prima o poi si pagano tutti al centro. Spesso noto che alcuni docenti creano disordine, lasciano correre, non correggono la musicalità e tutto questo un domani l'allievo lo sconterà. È fondamentale il ruolo del Maestro, ti deve condurre con assoluta competenza, certezza e fermezza perché il corpo tende a fare quello che gli risulta più facile, se non viene diretto verso una determinata ed esatta postura!

Il palcoscenico quale valore aggiunto apporta all'artista?
Ti infonde l'esatto senso dello spazio, capisci perfettamente le posizioni, comprendi tutto ciò che accade davanti e dietro le quinte. Il palcoscenico è una "lezione di vita" unica! Però per arrivarci bene il mio consiglio è quello di studiare con disciplina, rigore e assoluto rispetto, senza pensare che la scuola più comoda sia quella vicina a casa. La scuola più idonea per intraprendere la professione è quella in cui insegnano i maestri più bravi, quelli che intravedono e sostengono il talento e la luce.

La tua prima volta in scena da allieva è stata nel ruolo del pastorello in "Orfeo ed Euridice" di Gluck, mentre da professionista?
Con le sei amiche in "Coppelia", poi nella danza dei gigli in "Romeo e Giulietta" e nelle amiche di "Giselle", in seguito passo dopo passo ho raggiunto "Il lago dei Cigni" senza dimenticare le danze spagnole ne "El Amor Brujo" con il grande Antonio Gades. Ricordo anche "Daphnis et Chloé" con Georges Prêtre alla direzione musicale. L'innovativa "Cinderella" dell'indimenticato Paolo Bortoluzzi, la "Giulietta" di Cranko, l'Angelo azzurro di Roland Petit e tante altre serate magiche!

La Scala è la tua casa, sei assurta al ruolo più importante per una ballerina e cioè étoile, ma cosa significa ancora oggi per te il Teatro del Piermarini?
Al di là della sua straordinarietà architettonica, la Scala è il più bel teatro del mondo perché possiede, come avviene anche nella danza ad altissimi livelli, le esatte proporzioni. Per questo intendo che tutto è perfettamente calibrato, a partire dallo spazio tra la buca e la sala, la prospettiva del palcoscenico è perfetta. Ho danzato in tanti teatri in giro per il mondo, ma la Scala, possiede una straordinaria filosofia applicata agli spazi. Quando andavo in tournée, ogni qualvolta veniva nominata la Scala ero sempre pronta a rispondere "il mio teatro", non certamente per presunzione o per possesso ma semplicemente perché è la mia seconda famiglia, la mia scuola di professione e di vita, la mia istruzione, la mia cultura, la mia educazione, la mia gioia, le mie prime lacrime... Ancora oggi poter dire "la mia Scala" significa farle una continua dichiarazione d'amore!

Un tuo ricordo personale tra i tanti vissuti in Scala?
Ricordo l'insegnamento che diede a tutti noi la grande Margot Fonteyn e cioè quello "che non si finisce mai di ballare". Lo aveva perfettamente dimostrato alla Scala, in quella sua famosa entrata nel ruolo della madre in "Romeo e Giulietta". Si intravedeva in lei perfettamente e nitidamente l'intero suo luminoso passato, e l'eccezionalità di una carriera votata al sublime. La sua entrata era anch'essa un modo di danzare, certamente senza salti, giri o virtuosismi ma era pura arte!

Sorrido sempre quando racconti di Moises e Marcos, i tuoi figli, che non amavano particolarmente venire ad assistere ai tuoi spettacoli?
Inizialmente venivano poi a un certo punto non hanno più voluto perché dicevano che tanto morivo sempre... in effetti in quasi tutti i grandi balletti del grande repertorio, ma non solo, la protagonista fa sempre una brutta fine, o impazzisce o muore e loro preferivano non vivere quegli istanti. I miei figli non hanno scelto di appartenere al mondo del balletto, però spesso vanno a teatro ad assistere alle produzioni di danza!

Non hai mai pensato ad un'autobiografia?
Assolutamente no, ho scritto un libro caro Michele, che tu ben conosci e possiedi, la mia personale rivisitazione del "Lago dei cigni" edito negli anni Novanta dalla Salani. Ho scritto questa versione per restituire la sostanza narrativa ambientandola ai giorni nostri, una favola delle misteriose origini. Mediante la mia esperienza di ballerina ho cercato di ricreare, per un pubblico di lettori più giovane, l'incantesimo da me vissuto quando per la prima volta vidi e poi danzai "Il Lago dei cigni". Scrivere il libro è stata una bella esperienza, faticosa ma costruttiva, chissà che non si possa ristampare!

Cosa rendeva così speciale Rudolf Nureyev, ancora oggi amatissimo e riconosciuto come il "ballerino dei ballerini"?
Rudy era unico in tutto! Il modo di essere, il porgersi, ha saputo creare dei capolavori coreografici di assoluta bellezza. Ad esempio il suo Schiaccianoci è un raro esempio di perfezione e linguaggio artistico, dopo solo un passo riconosci immediatamente che appartiene alla sua creatività. Ma non dimentichiamoci anche la Bella Addormentata, Don Chisciotte, Il lago dei cigni, La Bayadère, Romeo e Giulietta, Cenerentola e tanti altri titoli resi da lui immortali capolavori per stile, bellezza e musicalità. Certamente Nureyev non era una figura facile, pretendeva sempre il massimo ma fondamentalmente perché lo esigeva anche da sé stesso. In scena non si è mai fatto sconti, non si è mai tolto mezzo passo, provava per ore finché raggiungeva ciò che desiderava, e di conseguenza tutto questo rigore lo pretendeva anche dagli altri, senza regalare nulla a nessuno. Conservo di lui uno dei ricordi più belli legati alla mia professione!

Carissima Oriella, in conclusione, la danza quanto ti è stata compagna?
La danza, come una parte della mia vita, è trascorsa in maniera meravigliosa, ricca di splendidi ricordi, di moltissime vittorie, di qualche sconfitta ma soprattutto di un tempo che non rimpiango ma che ricordo con gioia infinita!

Michele Olivieri

Ultima modifica il Giovedì, 22 Marzo 2018 21:48

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