sabato, 15 dicembre, 2018
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INTERVISTA a MANFREDI PEREGO - di Michele Olivieri

Manfredi Perego. Foto Giovanni Barbato Manfredi Perego. Foto Giovanni Barbato

Manfredi Perego nasce a Parma nel 1981. Dopo aver praticato diverse attività sportive, inizia a studiare danza contemporanea a 17 anni nella scuola di sua madre. Nel 2002 è borsista presso l'Accademia Isola Danza diretta da Carolyn Carlson, dove entra in contatto con le correnti di danza nordeuropee e di movement research statunitensi. Consegue, qualche anno dopo, la Laurea in Scenografia all'Accademia di Belle Arti di Bologna con una tesi sull'improvvisazione nella danza. Prosegue i suoi studi di danza con alcuni maestri conosciuti in Biennale, iniziando al contempo l'attività professionale di danzatore freelance in compagnie di teatro-danza e danza contemporanea in Svizzera e Germania. Al rientro in Italia, lavora dal 2010 al 2014 per Simona Bertozzi e altre compagnie, e inizia una collaborazione con Damian Munoz (La Intrusa Danza, Spagna). Nello stesso periodo riprende l'attività sportiva con la pratica del Brasilian Ju Ji tzu, di Capoeira e Tai Chi. Nel 2013 intraprende il primo progetto personale di "movement research" che lo vede indagare sul recupero di un movimento istintivo, ricerca che lo porta alla realizzazione di un allenamento nel bosco per tre settimane. Da qui approfondisce alcune intuizioni: un movimento primitivo/poetico che fa riferimento a una scrittura per immagini in cui si intrecciano segno, spazio e grafie in movimento. Nel 2014 fonda MP.ideograms e vince il Premio Equilibrio con il solo "Grafiche del silenzio". Nel 2015 debutta al Festival Equilibrio con "Dei crinali" e, sempre lo stesso anno, debutta con "Horizon" alla Vetrina della Giovane danza d'autore di Ravenna. Nel 2016 partecipa al progetto "VITA NOVA" della Biennale di Venezia con il primo capitolo del progetto "Primitiva", lavoro che prosegue nel 2017 presso "Scenario Pubblico" di Catania con i danzatori di MoDem. Nel 2017 vince il Premio GD'A Giovane Danza D'Autore dell'Emilia-Romagna. Dal 2015 Manfredi Perego è artista sostenuto da TIR Danza. Insegna come freelance in diverse formazioni professionali italiane ed anche estere quali Balletto di Roma, Laban Trinity College, Austrian Youth Ballet. Nel 2017 inizia, inoltre, la collaborazione come insegnante ospite con la compagnia Balletto del Teatro di Torino e, dallo stesso anno, è Artista Associato presso il Centro Nazionale di Produzione della Danza Scenario Pubblico/CZD.

Caro Manfredi, com'è nato in te l'amore per la danza e l'arte in generale?
La danza, grazie a mia madre, è sempre stata presente nella mia vita, ma non è stata la mia prima scelta. In casa vigeva la regola che non si poteva passare una anno senza fare sport, è decisamente colpa dei miei genitori se dopo qualche anno di judo, calcio e danza nello stesso momento, mi sono abituato a muovermi sempre. Ho avuto infatti la fortuna di praticare diversi sport prima di dedicarmi allo studio della danza contemporanea e sceglierla come percorso. L'amore per la danza ed il movimento è nato grazie all'approccio ludico, totalmente leggero e libero, di cui ho potuto godere e di cui cerco di godere tuttora. L'amore per l'arte in generale, non ha per me una spiegazione razionale. Mi emoziono e rimango catturato da diversi elementi. La danza genera curiosità e sfide continue, forse è questo a tenermi legato al suo mondo.

Parmense di nascita ha poi studiato scenografia a Bologna. Com'è stato il tuo percorso formativo e quale simbolico cammino hai intrapreso per raggiungere uno stile, attualmente, ben riconoscibile ed interessante a livello nazionale?
Ho avuto la fortuna di prendere la danza serenamente, non che ora abbia smesso, ma sono cambiati i parametri... mi diverto moltissimo nella difficoltà del danzare e sperimentare. Il mio percorso formativo è stato variegato, non ho frequentato nessuna accademia o scuola. Ho iniziato studiando danza contemporanea con mia madre. Il primo grande appuntamento e al contempo scontro con la danza fu l'Accademia Isola Danza diretta da Carolyn Carlson alla quale fui ammesso, totalmente ignaro di ciò che avrei fatto. Ero un danzatore acerbo e sprovvisto di conoscenza. Avevo iniziato quello che concepivo come un percorso serio da soli due anni, ero tutto istinto, poco raziocinio e poca tecnica. Mentre tutti gli altri danzatori mi parevano coscienti di molte cose, io scoprivo molto per la prima volta. Ho imparato ad osservare gli altri, soprattutto ciò che mi affascinava di loro, e capire cosa mi mancava. Così ho fatto anche nel lavoro, imparando dai miei compagni. Ho partecipato a tutti i workshop che potevo seguendo alcuni filoni che mi avevano catturato e non ho mai smesso di studiare. Anche oggi cerco di fare almeno due lezione a settimana, per i miei gusti è comunque troppo poco, ma non ho più il tempo che avevo prima, ma appena posso vado in sala a studiare. Oggi mi rendo conto che avrei voluto formarmi di più con questa libertà e vorrei avere avuto più maturità, più voglia di ascoltare e fare domande in tante occasioni. Ho sempre avuto la percezione che avrei creato qualcosa di mio, ma non sapevo da dove iniziare finché non ho semplicemente iniziato ad elaborare, accorgendomi che le esperienze confluivano e si manifestavano. In quel momento, ho capito che avrei dovuto iniziare a stare in sala il più possibile, anche in solitudine, per lasciare che questo flusso continuasse.

Il tuo percorso comprende bene appunto oltre alla danza anche scenografia, gli studi sulle belle arti, alcune discipline marziali. Quanto ti sono state utili queste ulteriori "filosofie" associate allo studio coreutico?
Moltissimo, e lo sono tuttora. Tre volte alla settimana mi alzo alle 5.30 per andare a studiare Brasilian Ju ji tsu e se potessi praticare anche subito dopo altre discipline lo farei. Diverse esperienze formano un bagaglio di conoscenze del corpo ampio, sensazioni che puoi recuperare in qualsiasi momento. E poi c'è l'aspetto del confronto: lotti e alla fine ti accorgi che lotti sempre contro te stesso. Ed io ho moltissimo di me stesso contro cui lottare, e ancora perdo troppo spesso. Inoltre ho riscoperto la forza, una forza differente da quella che si usa nella danza, e la gestione della pressione, ma su questo sto ancora lavorando. Lo studio della scenografia mi ha portato a concepire un mio modo di vedere la ricerca del movimento.

Cosa conservi del periodo trascorso alla Scuola di tua mamma e quanto ha influito sulla tua formazione tersicorea avere avuto una possibilità così diretta "in casa"?
Una danza "sana" e disinteressata all'estetica come risultato. Concepita come percorso che si inserisce nella vita quotidiana. La serietà di questa relazione (danza-vita) è fondamentale per me. Aggiungo il rispetto per chiunque muova un passo in sala danza, il desiderio di imparare sempre, di non sentirsi mai appagati e bravi, ma di essere sempre umili e pronti ad imparare, ma anche fermi e disciplinati verso il proprio sentire.

Come ti sei accostato poi alla professione di coreografo?
Grazie ad una mia esigenza espressiva in un dato momento della mia vita. Avevo necessità di esprimere quello che poi divenne "Grafiche del silenzio", il mio primo solo. Da lì ho sempre cercato di ascoltare le mie esigenze creative, rare volte non sono stato fedele a questo principio e non sono riuscito ad esprimere quella che personalmente ritengo una buona danza. Ma da questo ho imparato, non essere fedele a me stesso genera in me un certo malessere. Posso serenamente affermare che sto ancora approcciandomi a questo lavoro.

Attualmente "MP.ideograms", compagnia da te fondata e diretta è sicuramente una delle realtà della recente "Vetrina Italia" di sicuro interesse, ricerca e sperimentazione. Come descrivere, per chi non la conoscesse, questa tua realtà e quali sono le basi portanti su cui poggia l'intero lavoro creativo e produttivo con i danzatori e collaboratori?
Sono in una fase in cui la base portante è ancora in evoluzione, ma ho iniziato a stabilire come procedere. Certamente si stanno sedimentando degli interessi che mi spingono verso un certo tipo di ricerca. Mi interessa una certa coerente versatilità, nel mio lavoro devi saper passare da uno stato fisico ad un altro in un istante. Il movimento è legato allo sviluppo dell'idea, non il contrario.

Hai lavorato con diverse realtà tra cui la Biennale di Venezia, con Simona Bertozzi, con La Intrusa Danza in Spagna, al festival di Ravenna, con Scenario Pubblico a Catania. Sono state tutte felici esperienze? Dove ti sei sentito più a "casa" per empatia e gusto estetico?
Posso dire che sono state tutte esperienze molto positive che mi hanno fatto crescere molto. Inoltre toccano tutte aspetti diversi di questo mondo e inevitabilmente questa differenziazione mi ha permesso di assimilare diversi punti di vista. Mi sono sentito a 'casa' con tutti, fortunatamente sono esperienze arrivate con il giusto tempismo. Il mio lavoro di danzatore mi imponeva la capacità di imparare diversi linguaggi, quindi sapevo che le difficoltà sarebbero state il pane quotidiano. Anche come coreografo le difficoltà sono le stesse, ma le si affrontano da altre angolature. L'ufficialità di alcuni contesti di certo mettono un po' di pressione, ma fa parte del gioco. Non tutto riesce perfettamente, l'errore arriva e capirlo è l'elemento importante. In fin dei conti alla fine resti da solo ad analizzare il lavoro svolto e le domande che ti poni senza giustificazioni sono le più importanti. Io almeno la penso così!

Il tuo primo lavoro sia in veste di danzatore sia in veste di coreografo qual è stato e dove?
"Grafiche del silenzio". Ha avuto una serie di studi molto inconsapevoli e poi ho deciso di provare la Vetrina della Giovane Danza d'Autore di Ravenna. E dopo la Vetrina ha vinto il Premio Equilibrio, nel 2014.

Come ti accosti ad una nuova creazione coreografia? Da dove trai spunto per la realizzazione?
Parto da me e da quello che mi attraversa ogni giorno. Lentamente si sedimenta un'idea, una sensazione, un'immagine e quando non mi abbandona capisco che è quello di cui desidero parlare. Da questo trova inizio la ricerca, sia di movimento che di letture ed immagini.

La musica come si combina con il lavoro del coreografo e in particolare con il tuo?
La musica è solitamente una colonna sonora che si intreccia con la coreografia. Lavoro alle musiche delle mie creazioni con Paolo Codognola e per me la sua presenza in sala è fondamentale. Io parlo delle mie sensazioni, improvviso su quell'argomento e lui mi viene dietro o viceversa. In seguito capiamo se approfondire o cambiare direzione.

A distanza di tempo, a quale ti senti più legato tra le tue creazioni?
Non saprei dirlo, tutte rappresentano sfaccettature di me. Per coerenza, forse direi l'ultima che affronto, lavorando così fortemente su spunti che vengono sempre da me e non da altri supporti culturali.

Com'è stata l'esperienza presso l'Accademia Isola Danza diretta dalla grande Carolyn Carlson? Come ti hanno impreziosito i suoi insegnamenti?
Unica, un'incredibile esperienza. Il suo insegnamento mi sta impreziosendo adesso, dopo quindici anni. Forse adesso più di allora. Passione, semplicità, energia. È difficile da spiegare, forse capisco la grandezza di quello straordinario insieme solo oggi, e il fatto che ci sia voluto così tanto tempo per assimilarlo mi conferma che è stato un insieme colmo di senso. Un senso che ritroverò sempre!

Quali sono stati, finora, gli incontri più felici a livello professionale, non solo dal punto di vista artistico ma anche umano?
Mia moglie, Chiara Montalbani, una professionista come poche. Damian Munoz che ha una semplicità e un'umiltà nel lavorare che non hanno eguali. I ragazzi del BTT (Balletto Teatro di Torino), Tommaso Sementa che è un danzatore diversamente abile che una volta ha detto "essere un professionista vuol dire preparare il corpo per danzare l'anima". Ma ce ne sono tanti altri, Simona Bertozzi, TIR Danza, tutti i ragazzi della Mad Fighters, i miei amici Matteo e Luca che ci sono sempre, Peggy Olislaegers, i miei allievi.

Tre città d'arte a te molto care: Parma, Bologna e Venezia. Come ti piacerebbe "dipingerle a parole"?
Parma è la mia casa e io creo bene nella mia città, è famiglia, è un po' la quiete prima e dopo la tempesta. Bologna sono viaggi, treni... tantissimi treni, formazione e quasi cinque anni di lavoro con Simona Bertozzi. Venezia è il secondo inizio di tutto, se non avessi fatto la Biennale, chissà...

Mi racconti la tua personale "visione di cultura, ricerca e bellezza"?
La voglia senza timore di incontrare ciò che non conosci, assimilarlo e reincontrarlo ogni volta. Incontro, incanto, comprensione.

Insegni in diverse formazioni. Qual è l'aspetto che ti gratifica nel ruolo di docente?
Insegnare è come ricercare e dato che mi piace moltissimo fare ricerca sul movimento, insegnare è un altro modo di apprendere. Nella danza contemporanea io dico che è vero anche il contrario... quindi insegnare vuol dire mettersi a confronto e a disposizione con altre visioni che abitano il corpo degli allievi. Quindi la gratificazione più grande è quella di cercare di creare un percorso nel quale si possa crescere, cercando non verità ma esperienze che siano utili in quel momento.

La pratica del "movimento istintivo" come nasce e come si articola nel tempo?
Nasce da un allenamento di due settimane che ho fatto nel bosco a casa mia in montagna, dove la natura ha smontato ogni mia convinzione. Ora sto creando una serie di esercitazioni che sviluppano istinti ed attenzioni per i danzatori che vorranno studiare: "Ideograms Pratika".

Quali sono, a tuo avviso e aspettativa, le prospettive future sul lavoro che stai svolgendo e portando avanti?
Di vivere di questo articolato viaggio! Spero che sia sempre un lavoro che mi arricchisca, che mi metta in crisi, insomma un lavoro vivo. Quando e se capiterà un giorno che la necessità coreografica finirà, smetterò sicuramente. Ci vuole onestà. Io non mi vedo sempre nello stesso ruolo a procedere in modo analoghi per anni, ma neanche mi vedo senza danza. Deve essere una relazione viva. Non ho mai avuto una sola visione della danza, è possibile che un giorno mi focalizzi solo sull'insegnamento oppure che smetta di insegnare per anni e mi dedichi solo alla coreografia. Il mondo lavorativo cambia così rapidamente che l'unica sicurezza che trovo è quella di essere convinto del mio percorso come essere umano.

Esperienze con la danza classica ne hai avute? Come ti poni nei confronti della disciplina "madre"?
Per me è uno studio integrativo importante assieme alle altre discipline. Cerco di studiarla appena posso, con tutti i limiti che il mio percorso diverso mi pone adesso. In alcune compagnie era il training quotidiano, quindi seppur con fatica, la studiavo. Non ho pregiudizi su nessuna forma di danza, penso che ci siano corrispondenze a livello umano su quello che uno sceglie come suo percorso professionale. Ho scelto la danza contemporanea, ma studio la danza classica per integrare il mio bagaglio di danzatore e coreografo.

C'è un filo invisibile che fa da comune denominatore in tutti i tuoi lavori oppure sono completamenti slegati uno dall'altro?
Penso di sì, una sorta di catarsi ed elevazione verso una condizione ideale in cui si può restare per pochi istanti. Ma potrebbe cambiare in futuro.

Ogni coreografo ha un suo stile ben definito e riconoscibile... Nel tuo caso come definiresti il "complesso" che costituisce l'impronta artistica di Manfredi Perego? Ad esempio com'è nato il lavoro "Horizon", spettacolo che ho visto e recensito al festival MilanOltre?
"Horizon" è nato direttamente da "Dei Crinali". Uno spettacolo che definirei sotto la pelle perché era già lì dentro, già contenuto in esso. Alla fine di "Dei Crinali" avevo una forte intimità ancora da esprimere e così è nato "Horizon". Rispetto alla prima parte della domanda, capisco quanto sia importante sapersi descrivere, ogni volta che mi capita aggiungo o tolgo un tassello, ma allo stesso tempo sono terrorizzato dal sapere troppo di me, quasi che una completa conoscenza possa portare meno la curiosità che mi muove in questo percorso. Forse è infantile, però ora è così. Direi che sono in una fase di ruvida danza delicata.

Quanto è importante nel tuo lavoro il binomio corpo/spazio?
Moltissimo, semplificando al massimo... lo spazio è la carta sulla quale disegno. Essendone immerso, amo percepirla, ma anche strapparla o pestarla.

Per la tua visione il corpo è primariamente lo strumento creativo, giusto?
Sì, tutti i lavori sono nati da attenzioni che mi hanno colto nel corpo. Dico attenzioni perché è come se una lampadina carnale si accendesse e non ci lasciasse più. Tanto che per testare un lavoro, per capire se funziona, faccio sempre una prova che chiamo 'La cruda': nessuna musica, luce semplice, condizioni scarne e via. Se sento che ho vissuto tutto dal principio alla fine, allora posso ritenermi soddisfatto. Il corpo deve essere in grado di esprimere le mie idee. Non posso essere schiavo di una tecnica perché mi corrisponde particolarmente, è l'idea a dominare.

Dell'attuale scena contemporanea, sia nazionale che internazionale, a chi rivolgi il tuo sguardo con più interesse?
Ho imparato, facendo a pugni con il mio carattere, a cercare di trovare sempre qualcosa che mi incuriosisca in ogni lavoro che vado a vedere. Prima, se qualcosa non mi piaceva mi arrabbiavo e mi era facile guardare qualsiasi artista, come se custodisse "la ragione". Ora osservo quello che ho davanti e basta. Quindi tutti mi interessano, l'interesse nasce perché ora sono più disposto ad osservare e non a giudicare o ammirare. Certo, ho le mie opinioni, ma non sono poi così importanti non mi legano a nessun giudizio su nessuno.

Che tipo di evoluzione ha avuto il tuo lavoro negli anni?
Sono in piena evoluzione (spero). Ora mi accorgo più dei particolari e cerco più follia, rischio di più, ma mano che incontro nuovi personali parametri di rischio nella coreografia.

Quali sono stati i suoi maestri, non solo materiali ma anche ideali?
Ideale è il maestro che non vuole essere chiamato maestro, ma che viene riconosciuto come tale. Ho avuto la fortuna di incontrarne alcuni.

Per concludere, secondo il tuo pensiero, qual è il messaggio più incisivo che l'arte, ed in particolare quella della danza, dovrebbe trasmettere ai giovani, anche per avvicinarli al "teatro" in un percorso votato all'educazione civica, sociale e culturale?
Il messaggio più incisivo dell'arte è una scoperta personale, se ti trasmette qualcosa allora vale la pena investirci e sacrificare quello che va sacrificato. Allora ti nutre e ti fa crescere. Toccare l'arte anche per un breve periodo può essere un'esperienza incredibile che ti rimane per la vita, che ti apre canali di ascolto nuovi. Da lì a sceglierla per la vita cambia tutto, non c'è nulla di male a scegliere un contatto temporaneo oppure totale. Ognuno deve vedersela da sé... ed autoregolarsi. Questa è la mia opinione. Ma conoscere il teatro nelle sue forme ha un valore socio-educativo enorme e questo trovo sia importante da trasmettere, forse perché impari la disciplina per evolvere la tua profondità.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Mercoledì, 04 Aprile 2018 15:27

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