lunedì, 18 giugno, 2018
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INTERVISTA a ROBERTO ZAPPALÀ - di Michele Olivieri

Roberto Zappalà. Foto Hugh Fulton Roberto Zappalà. Foto Hugh Fulton

Roberto Zappalà dopo aver danzato fino all'età di trent'anni coreografie di Kylian, Mats Ek, Birgit Cullberg, ecc. collaborando con diverse compagnie, nel 1990 fonda il "Balletto di Sicilia" in seguito "Compagnia Zappalà Danza", con la quale sviluppa un intenso lavoro di ricerca, maturando un proprio originale linguaggio coreografico. In ventisette anni di attività il coreografo realizza oltre sessanta produzioni, per la maggior parte a serata intera, che hanno circuitato in tutta Europa, Medioriente, Centro e Sud America, Sudafrica. Ha inoltre realizzato creazioni per il Balletto di Toscana, la Scuola di Ballo Teatro alla Scala, la compagnia svedese Norrdans, la ArtEZ Arnhem – Paesi Bassi, la Fondazione olandese Theaterwerkplaats Generale Oost Goteborg opera ballett. Ha inoltre avuto modo di lasciare il suo chiaro segno creativo curando le coreografie dei musical "Jesus Christ Superstar" ed "Evita". Negli ultimi anni si è anche dedicato alla trasmissione del proprio linguaggio coreografico il "MoDem" mediante seminari tenuti in tutta Europa e oltreoceano, a laboratori sui linguaggi del corpo per la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania e ha pubblicato diversi saggi. È direttore di uno dei tre centri nazionale di produzione della danza "Scenario Pubblico" di Catania, aperto nel 2002. Ha ricevuto diversi premi tra cui nel novembre 2013 il Premio dell'Associazione Nazionale Critici di Teatro.

Gentile Maestro, le sue coreografie sono sempre sottolineate da potenza, forza, radici, terra, pathos ed impatto emotivo. Quanto è importante l'aspetto delle proprie origini? Un linguaggio nel linguaggio?
Le origini, in qualsiasi coreografo, risultano essere fondamentali, ritengo questo aspetto molto serio, quindi mi sembra evidente che io non tradisca tale pensiero. Quando mi rivolgono la domanda, "se fossi nato in un'altra città magari più snob rispetto alla terraneità siciliana" rispondo sempre che non sarebbe potuto nascere il coreografo Zappalà che tutti conoscono. Sicuramente sarebbe cresciuto uno Zappalà con la tendenza particolarmente legata ad una visione ampia del corpo, ma qualitativamente e stilisticamente diverso in quanto il territorio siciliano, con tutto ciò che lo connota (usi, costumi, odori, sole, caldo, profumi, violenza, arroganza, dolcezza, disponibilità) ha permesso di imprimere nella mia personalità artistica un modello affrescato tra mente e cuore. Quest'anima e questo sentimento nella mia visione coreografica si è costruita, passo dopo passo! Quindi non credo ci sia una regola comune, ma sicuramente le origini e la permanenza, tra nascita e crescita, hanno determinato in modo netto il mio linguaggio.

Come è cambiata e si è evoluta la compagnia dai tempi del Balletto di Sicilia fino ad oggi con la consacrazione a "Compagnia Zappalà Danza"?
Da quando si chiamava "Balletto di Sicilia" sono passati piu di vent'anni. A quei tempi vigeva una tendenza, chiamare la propria compagnia con la definizione "balletto". Personalmente provengo dal classico e ho danzato in compagnie dove si eseguiva il grande repertorio, ed io contaminato da questa idea, non provenendo dal mondo contemporaneo, mi è sembrato opportuno legare alla terminologia balletto e alla Sicilia il nome della compagnia. I miei primi lavori possedevano un linguaggio più formale, ma in questo arco di tempo (sono passati vent'anni) la compagnia ha acquisito uno stile del tutto nuovo, la ricerca si è contaminata di molteplici fattori e soprattutto si è ben definita. Questa, in sintesi, è stata l'evoluzione tra il "Balletto di Sicilia" e la "Compagnia Zappalà Danza".

La Sua è una compagnia d'autore, ritiene sia fondamentale questo aspetto dal punto di vista artistico e culturale?
La domanda è molto pertinente rispetto a ciò che mi viene chiesto abitualmente. Penso che la tendenza europea e mondiale nel pubblico, sia maggiormente legata alla volontà e al desiderio di vedere l'autore, in quanto esso risulta più affascinante rispetto alle compagnie generiche, le quali non possono godere di linguaggi eseguiti sempre alla perfezione. Il grande pregio della compagnia d'autore, che arriva immediatamente agli spettatori, è dato da una forte pregnanza stilistica e qualitativa. Dal mio personale punto di vista una compagnia come la mia implica un percorso fondamentale; l'autore spesso cura ogni aspetto della creazione, dalla coreografia alla regia, dalle scene ai costumi. Sovente sento l'esigenza di interagire anche sul discorso musicale, non solo nella scelta ma anche sulla composizione originale. Non essendo un musicista, non elargisco consigli tecnici, ma ho una linea ben specifica da seguire, perché mi interessa costruire lo spettacolo avendo fin dal primo giorno una completa visione. Ho sempre difficoltà a demandare ad altri le mie idee in fase di esecuzione, perché in qualche modo vengono filtrate da diverse emozioni o suggestioni, e queste potrebbero non essere poi di mio gradimento. Comunque c'è un reale piacere nel costruire ogni tassello della creazione. A mio avviso in ogni coreografo c'è un artigiano!

Com'è nato, nel tempo, il sodalizio con "Scenario Pubblico" e per chi non lo conoscesse come dipingerlo a parole?
Più che un sodalizio è nato proprio per dare una casa alla "Compagnia Zappalà Danza", quindi direi che "Scenario Pubblico" si è conquistato in Europa una collocazione interessante, affascinante e di qualità nell'ambito della danza contemporanea, dimostrando che anche in un territorio difficile si può costruire un percorso virtuoso se si ha un'idea ben precisa! Ad un certo punto "Scenario Pubblico" ha determinato nei confronti della compagnia una contiguità artistica, tanto che l'una serve all'altra. Oggi è un'unica organizzazione che si chiama "Centro Nazionale di produzione della danza Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza"!

Il suo stile o meglio linguaggio viene denominato "MoDem", abbreviazione di Movimento Democratico. Quale ricerca e sperimentazione è in atto in questo binomio letterario?
Il linguaggio si chiama MoDem e proviene da movimento democratico. Non c'è una ricerca specifica in un dato momento, c'è un pensiero, un'idea di movimento che viene sottolineato quotidianamente durante lo studio, sia a livello professionale che amatoriale. L'idea è quella di un percorso di riscaldamento dove l'approccio con il proprio corpo risulti assoluto, quindi analizzare attraverso una parte del MoDem denominata "esegesi" tutte le giunture del nostro scheletro: spalle, gomiti, polsi ecc. È un'idea del tutto anatomica che si sposa mediante una formazione democratica basata sulle sensazioni, sulla sensibilità e sull'espressività. La parte democratica deve necessariamente essere il pilastro che regge poi lo studio verso l'approfondimento a tale linguaggio. Ovviamente, come dico sempre, la parte democratica viene a sfumare alla fine del percorso, soprattutto nel momento creativo perché essa si interrompe, ad un certo punto sono io che determino le cose... quindi giocando, ripeto sovente che una democrazia imperfetta come quelle di tutto il mondo è data da un qualcuno il quale deve prendere un'unica decisione. In questo caso io finalizzo l'idea di una linea guida, di uno stile, di un movimento perché nasco coreografo "tra virgolette" e sento la necessità di costruire i movimenti e i passi, anche se la coreografia successivamente potrà essere scardinata nella sua parte più formale. Nel nostro lavoro ci appoggiamo sulla fragilità di ogni corpo e da essa cerchiamo di presentare al pubblico la reale forza degli interpreti. È un processo sicuramente più complesso, difficile da spiegare a parole anche se ne ho scritto un saggio dal titolo "Omnia Corpora".

Mentre con il "MoDem amatori", anche gli spettatori diventano protagonisti. Dal punto di vista umano che esperienza è e come viene vissuta?
Durante il MoDem i danzatori amatori diventano, in parte, protagonisti. Questo è il nostro autentico interesse, e cioè far tramutare gli spettatori negli interpreti del nostro metodo di lavoro, ovviamente non possono eseguire le azioni che svolgiamo noi, ma cerchiamo di suggestionarli, di renderli partecipi il più possibile. Tale tipo di esperienza amatoriale è sempre potente, spesso mi ripetono: "Sento di ritornare alla terra e attraverso essa sento di rinascere". Questo è dovuto all'ancestralità che sta alla base del nostro pensiero, una carnalità che mi soddisfa infinitamente!

Lei da sempre è un sostenitore nell'educare lo spettatore alla bellezza, all'arte, alla cultura ed in particolare alla disciplina coreutica. Ma oggi è ancora possibile in un Paese che relega la massima visibilità della danza ai talent televisivi e chiude i Corpi di ballo dei grandi enti lirici?
Trovo sia una domanda molto complessa e politica. Desidero smussare le mie parole il più possibile per non entrare in polemica. Certamente i Corpi di Ballo non possono essere chiusi tutti, anche se qualcuno non merita certamente di rimanere in attività, però la critica più grande che mi sento di muovere agli enti lirici è data dal colpevolizzare la danza per il loro dissesto economico. Ritengo che i loro guai non siano stati creati dall'ambito tersicoreo ma dalle politiche supportate da spese folli in altri settori, come nella stessa lirica e nell'assumere inutili figure e ciò non lo si può addebitare interamente ai corpi di ballo, a volte la loro qualità non è stata sempre eccelsa, e questo mi sembra sia abbastanza evidente a tutti. Bisognerebbe lavorare anche su altre cose, ad esempio: non mi pare che le direzioni artistiche degli enti lirici abbiano ma investito nei coreografi contemporanei, specie italiani, così come tanti teatri europei fanno, e questo non è facile da perdonare. Per quanto riguarda i talent televisivi ognuno fa il proprio lavoro, anche quello gode della sua importanza. La danza contemporanea è tutt'altra cosa e i ragazzi sono liberi di fare le loro scelte, trovo giusto che ognuno coltivi il proprio settore ed è legittimo che esista la danza classica, contemporanea, televisiva, musical... l'importante è mantenere la qualità costantemente sopra la soglia. Personalmente non sono d'accordo con l'idea dei talent, come non sono d'accordo a determinare ai giovani un percorso troppo precoce alla coreografia. Un coreografo deve formarsi con il tempo, quindi proverei a fare un po' più di selezioni, soprattutto in certi ambiti dove si danno facili residenze, forse più per opportunità burocratiche che per vero talento dei giovani. Da noi, a "Scenario Pubblico" concedo le residenze a chi ha già fatto qualcosa di più concreto negli anni trascorsi, e non a chi viene "voglia" di fare coreografia! Trovo ci sia un eccesso di giovani coreografi e al contempo un eccesso di dimenticanza degli stessi, appena essi non risultano più sfruttabili e spremibili... insomma una totale sciocchezza! Dobbiamo scovare nuovi talenti, ma poi dobbiamo lavorare per sostenerli creando a loro un mercato. È sicuramente un discorso complicato che sfocia in quello sulla politica culturale!

Catania cosa rappresenta per lei dal punto di vista culturale, sociale e sentimentale? Qual è la vera essenza di questa splendida città?
Che Catania sia una splendida città, come dice lei Signor Olivieri e a detta di tanti altri, ne sono felice e mi rende orgoglioso. In effetti è un luogo bellissimo, ovviamente ha parecchie cose che non funzionano, ma tante altre positive come ad esempio, l'accoglienza! Sono fiero della mia città che riesce ad ospitare, a fare sacrifici pur essendo un luogo che nutre mille difficoltà. Dal punto di vista culturale possiede lati oscuri, bisognerebbe lavorare maggiormente, ciò che manca non solo a Catania ma penso in tutta la Sicilia è la progettualità. Sicuramente c'è la voglia di fare, però si tende sempre a trovare delle scorciatoie. Credo che la progettualità, così come abbiamo dimostrato con "Scenario Pubblico", supportata da idee ben chiare, dalla pazienza, alla fine dia i suoi buoni frutti! Spesso le città e quindi la politica hanno bisogno di azioni immediate, ma questo non è l'ideale per assolvere ad un contesto culturale o meglio ad una "cultura performativa". L'essenza della città è legata a quest'idea di accoglienza, che purtroppo viene a mancare però verso gli artisti. Quello che stiamo cercando di creare noi è imprimere un percorso di residenzialità in quanto riteniamo che le città debbano, mediante le residenze, costruire un vero circuito, un autentico luogo, un ambito creativo e soprattutto un'emancipazione territoriale della stessa città... questo vale per Catania ma anche per tanti altri luoghi dell'Italia intera. Ci sono esponenti che dirigono enti culturali ancora ostaggio del pubblico, pubblico che pretende di decidere le azioni culturali delle città, io invece ritengo che chi dirige deve mettere il pubblico in condizione di crescere, di conoscere le nuove tendenze e di far progredire gli artisti. Questo a mio avviso dovrebbe essere il ruolo dei luoghi dove si propongono atti performativi lirici, musicali, di danza o di teatro.

Quanto c'è da scoprire ancora nel movimento e nelle potenzialità che il nostro corpo ci offre?
C'è così tanto da scoprire che non so rispondere... la potenzialità del nostro corpo è infinita, un po' come nello sport. Ogni anno c'è qualcuno che supera se stesso in ambito sportivo ed è una cosa impressionante, figuriamoci nell'arte! Nella qualità del corpo non ci sono limiti né barriere...

Tra i tanti maestri e coreografi con i quali ha collaborato chi ha segnato profondamente il suo cammino?
All'interno di "umanità", che è la nostra rassegna del 2018, esiste una piccolissima mostra fotografica di uno dei più grandi coreografi di tutti i tempi, che si chiama Jiří Kylián. Nel fargli gli auguri per i suoi settant'anni ho sottolineato questo: "Credo che lui sia stato uno dei coreografi più importanti nella storia della danza di fine secolo scorso e inizio dell'attuale, ed è stato per me un assoluto faro pur non assomigliando stilisticamente a lui. Ho ballato un suo lavoro, ma non ho preso assolutamente le sembianze e non sono vicino al suo linguaggio artistico, malgrado ciò lo ritengo un grande Maestro e un valido esempio per gli aspetti legati all'uso del corpo, alla raffinatezza, alla musicalità, alla continua sperimentazione nel trovare inedite figurazioni che possono risultare poetiche... un maestro totalmente affascinante!"

Qual è stato l'aspetto più bello nella collaborazione con la Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano?
Diciamo che la collaborazione con la Scuola di ballo del Teatro alla Scala è un po' lontana nel tempo! Era stata Marinella Guatterini ad indicare alla Signora Anna Maria Prina, all'epoca direttrice della scuola, questo giovane coreografo di nome Zappalà (sono più di vent'anni). Non ricordo esattamente le emozioni però rammento che il linguaggio di quell'epoca era legato alla forma, forse anche al formalismo ma totalmente idoneo ed indicato a quel tipo di danzatori, che erano tutti molto bravi e professionali. Adesso non so nemmeno dove siano e dove danzino, comunque conservo un ricordo certamente molto bello e positivo!

Mentre al musical come si è accostato?
Provengo dal balletto classico e ho danzato parecchio il repertorio, anche quello che veniva considerato più contemporaneo, come ad esempio Kylián ed altri. Ero soprattutto molto curioso, dopo il percorso all'Arena di Verona ho realizzato un'esperienza casuale con la RAI. Per quattro anni sono stato sotto contratto in qualità di primo ballerino... anzi c'era un ruolo denominato in maniera diversa, non ci si chiamava "primo ballerino" ma bensì "attrazione"! È stata un'esperienza straordinaria per la musicalità che ho acquisito, per l'esperienza, per la continuità lavorativa. Avevo voglia di sperimentare e quindi nel momento in cui mi hanno offerto di prendere parte al musical "Jesus Christ Superstar" ho posto solo un problema, e cioè che avendo iniziato da cinque anni un percorso di ricerca stilistica e di linguaggio (non esisteva nemmeno il MoDem) avrei accettato a condizione di non dover scimmiottare gli americani, e di poter lavorare su un'idea di musical più contemporaneo. La mia richiesta fu accettata e in tre anni realizzammo ben cinquecento repliche, dimostrando che si potevano realizzare cose buone anche in questo settore tramite la danza contemporanea italiana. Ricordo che tutto questo, in una nazione come l'Italia che tende a mettere il timbro troppo facilmente alle persone, ha creato dei contrasti perché per raggiungere la critica o i direttori dei Festival più importanti abbiamo faticato parecchio in quanto ci classificavano troppo "commerciali". Ritengo sia stato un grande errore... lo è stato allora nei miei confronti (oggi ovviamente per quanto mi riguarda non esiste più) lo è ancora di questi tempi per altri coreografi che so essere molto capaci, supportati da un discorso di qualità, che hanno fatto semplicemente delle esperienze diverse dandogli così la possibilità di costruirsi un linguaggio più ampio. La diversità, in tutti i campi, è solo esclusivamente la parte positiva della nostra vita, della nostra società, della nostra civiltà e quindi anche nell'arte le differenti esperienze formano l'artista in modo straordinario!

Siamo la terra del "Belcanto" e lei ha collaborato a diverse produzioni liriche. Come si sposa la danza con il melodramma dal suo punto di vista? Lei come si lascia guidare dalla musica per creare?
Le mie esperienze nel mondo della lirica sono state poche, mi piacerebbe maggiormente fare regia e ho qualche idea per il futuro. Ovviamente aspetto delle offerte e poi magari le proporrò. Non ho realizzato molte cose anche perché la mia danza è invasiva e invadente, quindi non sempre si accosta alle esigenze registiche.

Durante i vari laboratori sul linguaggio del corpo, che spesso tiene in qualità di docente, cosa la colpisce negli allievi che si apprestano a seguire le lezioni?
In realtà io non faccio moltissimi laboratori. Non mi ritengo proprio un docente... Mi piace essere "colpito" dagli studenti. Molto spesso gli allievi non sono poi così curiosi, soprattutto quelli giovani. Noi in realtà ci offriamo e proponiamo a loro, nello specifico a coloro che possiedono già una formazione e una preparazione forte, anche dal punto di vista caratteriale. Mi piacerebbe non disperdessero mai il "senso di curiosità"!

Maestro se ritorna con la mente a bambino, quali sono i suoi primi ricordi collegati alla disciplina della danza?
Ci torno spesso bambino perché in molti mi pongono questa domanda. In un territorio come la Sicilia il danzatore non veniva percepito e capito immediatamente... anzi veniva additato con tutti quei luoghi comuni, che non desidero nemmeno ripetere perché adesso li trovo davvero banali e sciocchi. La mia fortuna è quella di aver avuto una famiglia molto aperta, non abbiamo mai affrontato il problema, né di una eventuale omosessualità... né altro! Ciò che posso affermare e sottolineare dei primi ricordi è stato, avvicinarmi alla danza perché ero interessato ad una ragazzina, avevamo circa quindici anni... mi recavo in sala danza per poter avere maggiori possibilità di accostarmi a lei, ma è durato poco! La danza mi ha rapito con la sua potenza, così forte ed intensa... a quei tempi giocavo anche a calcio (dicono fossi piuttosto bravo) ma poi ha vinto Tersicore su tutto e su tutti!

Cosa rammenta del suo primo giorno in sala danza?
Ma in realtà a questa domanda non ci ho mai pensato, forse la cosa che mi ricordo erano le scarpine da danza così scomode. Ricordo la prima volta che le ho calzate, sentivo il piede rattrappito ma anche la calzamaglia non faceva sì che mi vedessi così bene a quell'età. Certamente tutto però era talmente affascinante, e anche l'idea di studiare con la musica accompagnata dal pianoforte in sala danza portava un valore aggiunto. A quei tempi i pianisti eseguivano rigorosamente dal vivo, oggi purtroppo la maggior parte della musica è registrata... Era un mondo veramente di grande sensibilità e di struggente poesia!

Quale dote non dovrebbe mai mancare ad un maestro per essere considerato tale?
L'umiltà!

La danza quanto è cambiata dai suoi tempi ad oggi anche in termini fisici ed evolutivi?
Si è evoluta in tutti i sensi, ovviamente anche fisici, proprio sotto l'aspetto puramente tecnico. I muscoli si sono allungati ma soprattutto la cosa che mi ha affascinato nel mondo contemporaneo, è l'aver cambiato i modi di uso del corpo. Come ho detto all'inizio della nostra intervista Signor Olivieri, anche con le fragilità che quei corpi nutrono!

Da dove trae la sua ispirazione?
Ovviamente sono tante le ispirazioni che provengono da differenti istanti, soprattutto dalle suggestioni appartenenti alla vita quotidiana. Sono un coreografo che si occupa spesso del sociale. Mediante la coreografia non è sempre facile denunciare o dare un significato preciso. Con i miei collaboratori ci lasciamo ispirare da ciò che ci accade attorno; non è un caso ma è un fatto che questi progetti poi risultino uno specchio riflesso della sicilianità. Un riverbero sull'uomo e sulla donna siciliani ma soprattutto sui loro corpi! Ci occupiamo anche di religione, di mafia... quindi l'ispirazione viene dal contesto quotidiano, più raramente mi lascio suggestionare dalla musica, ma capita.

Come si dovrebbe valutare obiettivamente uno spettacolo di danza al termine della messinscena?
La valutazione dipende dallo sguardo, dall'occhio di chi osserva, non c'è una regola... c'è chi giudica la parte tecnica quindi formale, chi preferisce vedere le qualità del danzatore, la bellezza dell'artista in scena... invece c'è il pubblico più neofita che si fa trasportare dalle emozioni, dalle suggestioni oppure dalla musica. Non esiste un dizionario del giudizio, dipende tutto dall'obiettività di chi valuta! Se è un pubblico "normale", se è un critico, se è un esperto, se è uno storico, se è qualcuno che fa già danza... sono tante e diverse le aspettative e le visuali. Difficilmente critico oppure valuto positivo o negativo una cosa che vedo! Faccio la mia personale valutazione della proposta... non mi interessa il linguaggio, mi interessa che l'offerta sia autentica e di qualità!

Dal suo punto di vista, oggi si tende ad acquistare l'opera oppure si acquista l'artista ed il nome?
Questa è una domanda che mi interessa molto, in parte ho già risposto prima parlando della compagnia d'autore. Credo che l'Italia in questo momento si stia abituando, ma deve abituarsi sempre più. Andate a vedere l'autore e non l'opera, il titolo. Assistere solo per il titolo significa ripercorrere i passaggi che la lirica o la sinfonica o la prosa tradizionale hanno già fatto, e cioè mantenere vivo lo straordinario repertorio già esistente! La contemporaneità è una finestra verso il futuro, ci porta ad osservare il linguaggio dell'autore che spesso anticipa i tempi.

Il colore, il gusto, il sapore e la luce che ruoli giocano nel suo quotidiano?
Il colore non so se è inteso come colore degli uomini, quindi della pelle ma in questo caso ha un ruolo straordinario su di me perché mi affascina la multi-razzialità. Se per colore intendiamo quello che ci circonda allora magari il cielo svedese spesso è anche più blu del nostro in quanto possiede una luce che non abbaglia, lasciando risaltare ogni tonalità di colore; il gusto e il sapore possono essere messi vicino! L'alimentazione italiana è magnifica, da nord a sud sopravvivono decine e decine di tradizioni e usanze. Questa è la nostra grande potenza che ammetto si avvicina molto al linguaggio artistico. Nella creatività esistono coreografi che in base al luogo di residenza possiedono uno stile più forte, più potente o più aggressivo (quest'ultimo ad esempio si associa bene a noi siciliani). Sicuramente il linguaggio di chi vive al nord è forse più... è diverso!

Per chiudere in "bellezza", l'arte della danza in ogni sua sfaccettatura quale contributo ha donato all'umanità?
Non so se è un caso o lei Signor Olivieri sapeva che Umanità è il titolo della rassegna di quest'anno. La danza non deve essere vista come una materia artistica e performativa a sé, parlerei piuttosto di arte in generale. E l'arte ha contribuito, contribuisce e contribuirà per sempre ad una crescita e ad una emancipazione dell'umanità. Ti permette di sognare, di far sognare gli altri in quei luoghi, in quei pensieri, con quelle percezioni che difficilmente riuscirebbero a raggiungere tutti. Il dono della fantasia risiede nello scorgere davanti a sé quell'immagine! Mentre osservi uno spettacolo, un quadro, una fotografia e di rimando ti inebria, affascinandoti e lasciandoti sognare allora il compito dell'arte è totalmente compiuto. Quindi metto la danza insieme a tutte le altre arti perché essa contribuisce e contribuirà a migliorare l'umanità. La danza, fra tutte le arti, risulta essere quella più empatica in quanto usa il corpo come strumento di comunicazione e permette agli interpreti di toccarsi, di sfiorarsi, di avere un rapporto assolutamente "animale"! Esistono i passi a due ma anche i gruppi, si suda insieme e quindi ciò è rappresentativo di un'idea d'aggregazione e di unanimità. Ho scritto di questo argomento in un libro, sottolineando che noi stiamo lavorando per un nuovo "umanesimo del corpo".

Michele Olivieri

Ultima modifica il Sabato, 07 Aprile 2018 10:11

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