sabato, 23 marzo, 2019
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INTERVISTA a LUCIANA SAVIGNANO - di Michele Olivieri

Luciana Savignano. Foto Eventi Emotion di Marco Cerrato e Claudio Libertone Luciana Savignano. Foto Eventi Emotion di Marco Cerrato e Claudio Libertone

Carissima Luciana, recentemente al Teatro Comunale G. Verdi Padova, sei tornata in scena con un nuovo "Bolero" riletto e rivisitato, una nuova sfida?
Quando mi è stato proposto ho avuto un attimo di perplessità, poi mi sono detta che se la vita mi propone una cosa del genere ci sarà un motivo, evidentemente è un evento completamente diverso da quello in precedenza fatto, altrimenti non avrebbe avuto senso, e siccome sono una temeraria ho accettato e ho fatto bene. Prima di tutto ho conosciuto una coreografa che mi è piaciuta molto, Milena Zullo, una donna che gode di forte sensibilità ed umanità, possiede un bel modo di proporre e di approcciarsi con l'interprete, e per me oggi tale aspetto è determinante. Mi sono avventurata e ho iniziato le prove l'estate scorsa per capire com'era la situazione, l'atmosfera mi ha soddisfatta ed ora posso affermare di essere felicissima di avere accettato questo nuovo "Bolero". Ho ancora fortunatamente oggi la possibilità di esibirmi, chiaramente il tutto con un calibro oculato ed attento. Finché ce la faccio, perché no?

Quanto hai trasgredito nella Danza?
Credo sempre! Ma non per mia volontà perché sono stati gli incontri che ho avuto, le occasioni che mi si sono prospettate. I coreografi erano incuriositi da me, quando c'era qualcosa di strano da portare in scena sceglievano e proponevano il mio nome, e così mi sono ritrovata – quasi mio malgrado – ad essere partecipe di queste trasgressioni, però evidentemente hanno funzionato molto bene!

Una volta hai raccontato che con i giovani preferisci più che insegnare, consigliare?
A me piace molto avere un rapporto artistico con le nuove leve, è uno scambio reciproco ma credo di non essere un'insegnante perché ce ne sono di più bravi e lo lascio eseguire a loro questo compito. Quello che io mi sento di poter fare è tramandare ai giovani una collaborazione in scena, così da trasmettergli la mia totale esperienza.

Il lavoro con il Balletto del Sud "Le ultime parole di Cristo" ideato da Fredy Franzutti verrà ripreso?
Lo riportiamo in scena nella prossima primavera, è stata una piacevole esperienza, una Sacra rappresentazione in forma d'arte sul mistero della morte di Cristo. Sono tutte cose che al momento quando mi si propongono rimango un po' perplessa, perché per fortuna cerco di essere sempre severa ed attenta, poi però mi lascio guidare dall'istinto. Ho scoperto Saverio Mercadante che non conoscevo, è un pezzo musicale bellissimo, molto coinvolgente, emotivamente forte. Lo spettacolo presenta il dramma della crocifissione. Grazie a questa produzione ho lavorato nuovamente con Fredy Franzutti dopo tanti anni, e l'ho trovato artisticamente cresciuto e più profondo. È stato un esperimento che mi ha indubbiamente arricchita.

Tra pochi giorni debutterai a Roma con "Pierino e il lupo" di Micha Van Hoecke?
È una cosa molto carina, leggera, simpatica. Con Micha ho un rapporto particolarmente bello, ci conosciamo da una vita, abbiamo avuto le stesse esperienze da Béjart, perciò il suo linguaggio mi risulta chiaro e facile. In questo spettacolo c'è inoltre un cast d'eccezione, Denis Ganio, Manuel Paruccini, Miki Matsuse e Yoko Wakabayashi e lo stesso Micha van Hoecke oltre alle giovani Karen Fantasia, Viola Cecchini e le giovanissime Floriana Caroli e Martina Paruccini. Una produzione assolutamente da vedere, uno evento per grandi e piccini ambientato in un mondo magico. Dall'11 al 16 dicembre siamo a Roma presso il Teatro Ghione, mentre il 6 e 7 marzo 2019 lo portiamo al Teatro Franco Parenti di Milano.

Parafrasando il titolo della tua biografia, l'eleganza interiore come si riconosce?
L'eleganza è un qualcosa che uno ha dentro, si vede da tante piccole cose, dal modo di porgersi, dal modo di comportarsi, dal modo di ballare, di confrontarsi con le parole, dal modo di "essere".

Per inaugurare il rinato Teatro Gerolamo di Milano, nel marzo 2017, il suo storico palcoscenico ti ha vista protagonista?
Certo la scorsa primavera, lo spazio era piccolo ma il teatro è talmente un gioiello che è stato un piacere esserci, e il fatto stesso che Emanuela Tagliavia riproponga dei progetti già andati in scena anni prima vuol dire che hanno funzionato molto bene. Gli organizzatori nel restituire alla cittadinanza lo splendido Teatro Gerolamo hanno pensato per l'inaugurazione ad un programma di danza, e mi hanno chiamata. Ho ballato "Luminare Minus" una coreografia della Tagliavia, artista che apprezzo per il suo stile ben definito e il giusto approccio nei miei riguardi. Questo titolo lo avevo già danzato con gli allievi della Scuola di Ballo della Scala al Museo della "Scienza e della tecnica" di Milano. La creazione sviluppa l'intreccio tra il mito e la scienza ed io ho interpretato due ruoli: "Selene" ed "Ecate", luce ed ombra. Nel secondo tempo abbiamo portato in scena "Funambolia", una inedita coreografia sempre di Emanuela Tagliavia, allestita per l'occasione e nata dalla combinazione drammaturgica di diversi momenti tematici, quale ricerca tra equilibrio e leggerezza.

Nel giugno scorso, hai danzato nel suggestivo Chiostro del Conservatorio di Milano in uno spettacolo dedicato alla musica di Debussy dal titolo "Le Chansons de Bilitis" durante la rassegna ideata dal Maestro Diego Dini Ciacci?
È stato un esperimento indubbiamente innovativo, non conoscevo quel pezzo perciò ritengo la prova finale molto bella, di indole sono curiosa e mi piace apprendere cose nuove. "Le Chansons de Bilitis", sono delle poesie scritte da Pierre Louÿs, pubblicate nel 1894 e successivamente musicate da Claude Debussy. Ho danzato questa delicata creazione a cura di Emanuela Tagliavia, traducendo il gesto in poesia sulle misteriose partiture del compositore e pianista francese.

Per tua esperienza diretta quali sono le doti fisiche necessarie per la professione tersicorea?
Da alcune doti fisiche e da appositi canoni non si può prescindere, ma il fisico bisogna anche aiutarlo, allenarlo con un regolare e disciplinato lavoro. Durante il passare degli anni il corpo muta ed in alcuni casi va incontro a dei cambiamenti non sempre piacevoli, perciò bisogna coltivarlo, amarlo ed educarlo affinché ciò non accada. Per mia attitudine sono sempre stata proiettata nel futuro, il mio modo di danzare era già particolarmente moderno in tempi non sospetti, ho studiato danza classica chiaramente perché era fondamentale, però poi i coreografi vedevano in me un elemento futurista, quando volevano sperimentare qualcosa mi sceglievano. Sono stata favorita ed ho aperto la strada a quelle che potevano essere le ricerche nel linguaggio della nuova danza. Ho avuto fin da giovanissima un fisico estremamente duttile, un corpo quasi nato per danzare, non ho mai avuto alcun problema o difficoltà!

"Il Lago dei Cigni" rimane il balletto per antonomasia, raccontami la tua prima volta in scena con questo grande titolo del repertorio classico accademico?
Lo associo principalmente alla commozione e alla gioia di mio padre presente in teatro, alla Scala di Milano. Per lui, amante ed esperto di danza, equivaleva alla mia consacrazione artistica. Era incontenibile la sua felicità nell'ammirarmi da protagonista applauditissima nel più classico dei balletti. Ero già famosa, ma fino a quel momento mi prodigavo in ruoli più recenti. Per mia natura la danza moderna, con un'ottima base accademica, mi ha permesso di eseguire quei movimenti meno obbligati, lasciando uscire dalle braccia e dal busto l'essenza dell'anima, e con essa tutta la mia personalità! Oltre alla pura tecnica un danzatore deve saper offrire agli spettatori "i sentimenti", permettendo che i principi vitali si trasformino in vibrazioni del pensiero, della volontà e della coscienza.

Quanti ami la danza, Luciana?
Ho amato, e amo, con tutta me stessa la danza, e ne sono diventata una protagonista, di questo ringrazio il mio lato solitario e anticonformista che non mi ha mai piegata a compromessi o alle mode del momento. Ho raggiunto il successo perché possiedo quel sentimento autentico che avvolge l'arte in tutte le sue sfaccettature.

I danzatori a te più cari, tra i tanti con i quali hai danzato, chi desideri ricordare in particolare?
Paolo Bortoluzzi, a cui mi ha legato da étoile una grande collaborazione artistica con l'immenso Béjart. Eravamo davvero una coppia affiatata in scena. Dopo la sua morte, ho dedicato a lui una serata al Teatro alla Scala per omaggiare la sua splendida arte, anche se oggi purtroppo è stato perlopiù dimenticato. Naturalmente poi viene Jorge Donn, con cui ho ripetutamente danzato. Resta in assoluto inarrivabile in quanto poteva contare su una straordinaria fisicità e potenza arricchite da un carisma straripante... non ho mai trovato nessuno al suo pari. Desidero ricordare, tra gli altri, anche Roberto Fascilla che nel "Lago dei Cigni" fu mio partner, per avermi aiutata e supportata in quello spettacolo che fu un banco di prova fondamentale... gli sono sinceramente grata. E un pensiero lo rivolgo anche a Mario Pistoni – scomparso troppo presto – una figura eccezionale sia a livello umano che artistico!

Mentre nei confronti di Béjart cosa devi in particolare?
Grazie a lui ho trovato un'inedita forza introspettiva per individuare nuove vie artistiche da percorrere dopo i quarant'anni. Béjart mi ha insegnato che la danza non ha e non deve avere un'età.

In conclusione, cara Luciana, qual è un tuo punto fermo?
Sicuramente la dignità, è un sentimento al quale non ho mai rinunciato sia in palcoscenico che nella vita quotidiana.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Giovedì, 06 Dicembre 2018 22:15

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