giovedì, 21 marzo, 2019
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INTERVISTA a ARTURO BRACHETTI - di Nicola Arrigoni

Arturo Brachetti. Foto Paolo Ranzani Arturo Brachetti. Foto Paolo Ranzani

Peter Pan ovvero della nostalgia e della solitudine
Conversazione con Arturo Brachetti in tour con l'one man show, 'Solo'
di Nicola Arrigoni

Arturo Brachetti è un Peter Pan di sessant'anni che sembra aver sconfitto il tempo.
«Magari, ma ci si tenta. I miei amici mi dicono 'Ehi, bello, sai che hai sessant'anni?'».


Lei cosa risponde loro?
«Che io vado avanti, incurante dell'età. Mi piacerebbe che il mio Peter Pan rimanesse così per altri dieci anni. Come rimproverare il mio Peter? Mi permette di guadagnare e di far pagare le tasse a mio fratello».
Per capire energia e voglia di essere un eterno bambino di Brachetti basta assistere A Solo, suo one man show in cui l'artista racconta di sé, dei suoi ricordi e dimostra quanto sa fare con un'energia degna di un atleta della fantasia e dell'immaginazione

Questione di allenamento?
«Non solo, mi verrebbe voglia di dire. Certo prima di andare in scena faccio un'ora e mezza di ginnastica aerobica. Quando non sono in tournée vado tre volte la settimana in palestra. Poi faccio la dieta della suorina: riso in bianco e pollo grigliato. Scusi un attimo... – e si sente – Giovanni mi ordini orecchiette con le rape e tanto formaggio -. Eccomi... E poi alla fin fine ho la stessa nutrizionista di Ronaldo, servirà pure a qualcosa?».

Quindi potremmo titolare Brachetti come Ronaldo?
«Meglio Brachetti come la Ferrari».

Perché?

«Ad ogni cambio di costume mi saltano addosso in due, è come il pit stop della Ferrari in gara. A volte ci facciamo male, usciamo dopo un'ora e mezza di spettacolo un po' ammaccati, ma felici».
Qual è il suo record di velocità di cambio costume?
«Un secondo e mezzo, cronometrato e certificato dal libro dei Guinnes dei primati».

Un bel traguardo... come quello che ha appena festeggiato.
«Si riferisce ai miei 40 di attività sul palcoscenico?»

Esattamente.
«Ho iniziato nel 1979 a Parigi e poi, pian piano».

Passano gli anni, ma Arturo Brachetti è rimasto unico.
«Non sta me a dirlo, ma credo che sia così. In tanti hanno cercato di imitarmi, ma non credo che siano riusciti ad eguagliarmi».

In cosa consiste questa sua unicità... nella velocità del suo trasformismo che lo ha consacrato l'erede diretto di Fregoli?
«Certo l'abilità di trasformista c'è, ma credo che insieme a questa ci sia il piacere di costruire spettacoli che non si limitano all'abilità di trasformista, ma usano diversi linguaggi e portano in scena un mondo. Io ad ogni spettacolo porto in scena il mio mondo, le mie passioni, i miei sogni, gli artisti, i musicisti, i film, i cartoon che amo. Se uno non ha un mondo da portare in scena si deve accontentare dell'abilità del trasformista, ma alla lunga anche questa non basta».

In che senso?
«Ad esempio in Solo ci sono non esclusivamente il trasformismo, il cambiar costume e personaggio, ma coesistono il teatro delle ombre, il racconto costruito sulla sabbia, c'è l'omaggio al varietà, ci sono diversi livelli di lettura e fascinazione».

Quali?
«C'è un primo livello che chiama in causa la sorpresa e lo stupore. E' quanto accade ai più piccoli che vorrebbero scoprire come faccio a cambiarmi così velocemente e finiscono con lo starsene in piedi per tutto lo spettacolo, sperando di sbirciare dietro le quinte. In sintesi è quanto mio nipote mi dice sempre: 'Ma zio, come fai?'. C'è poi un altro livello che potrei definire culturale ed è il piacere di cogliere le citazioni di film, opere d'arte, brani musicali. In Solo ad esempio ad un certo punto mi presento vestito come Yoko Ono e il gioco  sta, almeno credo nel cogliere i riferimenti che dissemino nei miei spettacoli. Il terzo livello è poi quello puramente emotivo che conquista anche mia madre. Mi piace pensare che chi esce dai miei spettacoli lo faccia volando, emozionato, mi piace pensare che per un'ora e mezza possa tornare ad essere Peter Pan».

Una condizione che per lei appare conquistata e consolidata?
«Ci ho lavorato molto e continuo a lavorarci (ride). In Solo invito gli spettatori ad entrare nella mia casa, una casa che apre porte verso luoghi magici e fantastici. In questo contesto 'domestico' io ingaggio una lotta con Kevin Moore, un ballerino di colore che mi ha rubato l'ombra».

Insomma in Solo è meno solo del solito... Viene da dire  pensando a Ciak, si gira! di dieci anni fa e a Brachetti in technicolor....
«In realtà non sono mai solo, il mio dialogo ogni volta che entro in scena è col pubblico che ha accettato il mio invito a sognare. E poi in realtà in compagnia siamo in sedici. Alla fine dello spettacolo usciamo tutti, ciò che faccio è merito anche di chi mi segue e mi sostiene dietro le quinte. Io segno gol, ma se non ci fosse chi mi passa la palla, non potrei farlo. E parlando di dietro le quinte mi viene in mente Ugo Tognazzi».

Perché?

«Forse l'ho già raccontato... Quando  recitavamo insieme in Mr. Butterfly ad un certo punto il mio personaggio era sottoposto a un processo e io guardavo in quinta. Ugo Tognazzi, un adorabile nonnino, mi dirigeva come un direttore d'orchestra, mi suggeriva le pause, i respiri da fare. Potrei dire che se ho imparato a recitare lo devo un po' anche a lui. Il dietro alle quinte mi ha sempre affascinato, come quando Macario mi dimostrò come riusciva a strappare l'applauso, con una semplice mossetta o sorriso. Erano gli anni in cui stavo in seminario dai Salesiani a Torino e Macario spesso veniva a mangiare con noi e non di rado ci invitava a teatro».

Con 40 anni di carriera alle spalle non ha mai pensato di fare altro, di cambiare genere?
«No, anche se a volte mi piacerebbe trovare un testo che mi permetta di recitare in teatro o in un corto senza travestimenti o orpelli scenici. La dico grossa, mi piacerebbe per qualche settimana all'anno fare un po' di teatro di ricerca... ma non troppo perché poi mi annoierei».

Non sentirà l'inferiorità del genere 'varietà' rispetto al teatro serio?
«Il nouvau cirque negli ultimi anni ha riscattato le arti circensi. La rivalutazione di Totò, Macario, Peppino De Filippo hanno riabilitato il varietà. I tempi sono cambiati ma non conta il genere di spettacolo che fai».

Cosa conta?
«E qui torno a Tognazzi che era ossessionato dal realismo, dall'essere credibile. Ecco credo che ciò che conta sia la presenza scenica, il fatto di essere in scena con tutto se stessi e di essere vero».

E lei ci riesce?
«Si lavora per questo, per fare credere che sia possibile spiccare il volo, un volo che è reale se chi sta in scena riesce a farlo credere tale a chi sta in platea... insomma se scatta quella magia che è il teatro».

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Martedì, 08 Gennaio 2019 13:50

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