martedì, 21 maggio, 2019
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INTERVISTA a IBEN NAGEL RASMUSSEN, ODIN TEATRET - di Franco Acquaviva

Iben Nagel Rasmussen. Foto Francesco Galli Iben Nagel Rasmussen. Foto Francesco Galli

Iben Nagel Rasmussen non ha bisogno di presentazioni. E' stata per anni l'attrice più rappresentativa dell'Odin, quella che più ha saputo interpretare le vare sfaccettature artistiche del gruppo danese; lo spirito guerriero di Odino e insieme la fragilità dei rifiutati dal mondo teatrale ufficiale, la forza dello sciamano e il rigore della tecnica.

La nascita nell'interstizialità di una condizione terza che non trovava riferimenti nell'avanguardia o nella tradizione ufficiale, e la capacità quasi sovrumana, coltivata con furioso rigore, di crearsi una propria tecnica e addirittura una propria tradizione, sono i tratti distintivi della storia dell'Odin e sono diversamente declinati nelle biografie di ciascun attore, ma in Iben hanno come raggiunto una più incandescente manifestazione. Le sue realizzazioni sceniche ci rimangono negli occhi e nel cuore con un misto di sacro timore e commozione, le sue interpretazioni a volte estreme, perturbanti, fisicamente intensissime, quasi cieche nel loro furore, sono sempre state guidate, tuttavia, da un'intelligenza tecnica, da una consapevole e studiatissima artificialità compositiva, che era possibile scoprire, dopo essere stati afferrati dal gorgo emotivo ed estatico dei suoi personaggi, nel corso di quelle che furono denominate le "dimostrazioni di lavoro" dell'Odin. Nel corso di una dimostrazione siffatta Iben era in grado di analizzare e mostrare segmento per segmento come si componesse ed evolvesse nel tempo fittizio della rappresentazione il comportamento fisico del proprio personaggio, e come la sua stessa voce seguisse il corpo in un flusso di suoni che sembravano attingere agli archetipi del dolore o della gioia, della frenesia panica o della malinconia dell'anima solitaria. Ora Iben sta coronando due importanti anniversari. Quello della nascita del gruppo nel quale è artisticamente nata e maturata, l'Odin Teatret, diretto da Eugenio Barba, che compie 55 anni di attività, e quello dell'altro ensemble, nel quale Iben ha riversato nel tempo lungo di una pratica ininterrotta tutto il suo sapere di attrice. Il Ponte dei Venti, questo il nome del gruppo internazionale di attori e danzatori fondato da Iben nel 1989 (di cui il sottoscritto è particolarmente fiero di essere stato membro per quasi vent'anni), ha attraversato, mantenendo, con poche eccezioni, i suoi primi componenti e poi via via attraendone altri, un trentennio di attività. E il traguardo della terza decade di vita il gruppo lo festeggia proprio nel 2019. Abbiamo rivolto a Iben alcune domande sia sul compleanno dei suoi Winds sia sul suo nuovo lavoro dedicato alla figura del padre Halfdan Rasmussen, celebre poeta danese.

Hai presentato di recente un nuovo lavoro dedicato alla figura di tuo padre, il poeta danese Halfdan Rasmussen. Ci racconti come è nata l'idea e perché?

L'idea di fare uno spettacolo su mio padre in realtà non è stata mia. Una cara amica, Elin Nilsson (morta pochi anni fa), che aveva fondato e per molti anni guidato un centro culturale sulla costa del Mare del Nord, mi aveva chiesto di farlo: parlare una sera, lì da loro, della vita e delle poesie di mio padre, che in Danimarca è molto famoso. All'inizio ho rifiutato, pensando che il soggetto fosse troppo vasto, e mio padre una persona troppo vicina a me, ma lei ha insistito e alla fine ho accettato.

Come hai lavorato per costruire lo spettacolo?

Halfdan è soprattutto conosciuto per le sue filastrocche e poesie umoristiche, ma aveva anche scritto poesie più serie, fra cui tante erano quelle di impegno sociale e politico – non politiche nel senso di partitiche, contenevano più un'indignazione persistente per quanto riguarda le condizioni dei più poveri e degli esclusi nella nostra società. Nato nel 1915, e cresciuto in una famiglia della classe operaia, ha vissuto gli anni della disoccupazione seguiti all'occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale e ha partecipato alla Resistenza. Esperienze che lo segnarono per la vita.
Allora ho pensato che per non cadere nel cliché del "poeta sempre allegro e buffo" dovevo raccontare e spiegare questo sfondo più "scuro" della sua esistenza, senza togliere però la parte allegra e luminosa.
Non lo considero uno spettacolo. Lo chiamo Halfdansk rapsodi: racconto episodi della sua vita, recito e canto le sue poesie. "Halfdan" era il suo nome, mentre "Halfdansk" vorrebbe dire "mezzo danese", cosa che non è sbagliata, dato che sua madre era svedese. Tutta la rapsodia è accompagnata da foto che ho trovato in vecchi album fotografici: La famiglia, la giovinezza, la guerra, gli amici poeti – e i bambini.
Pensando alla rapsodia scopro che ho fatto una trilogia con spettacoli creati a molti anni di distanza l'uno dall'altro: Itsi Bitsi, 1990, sul mio primo amore morto in India negli anni Sessanta, con la regia di Eugenio Barba; Il Libro di Ester, 2007, un racconto sulla vita di mia madre, e adesso Hafdansk Rapsodi.
Forse questa mia tendenza di parlare di cose a me vicine con amore e umorismo è una reazione che non va in senso contrario, ma è complementare ai temi scelti da Barba per gli spettacoli dell'Odin Teatret. In effetti, anche in uno spettacolo ancora più vecchio come Matrimonio con Dio, 1984, che ho fatto insieme all'attore argentino Cesar Brie, con la regia di Eugenio, il tema era l'amore, in questo caso l'amore impossibile.

Quest'anno, oltre alla ricorrenza dei 55 anni di vita dell'Odin Teatret, ricorrono i trent'anni del tuo progetto artistico-pedagogico con il gruppo internazionale di attori e danzatori "The Bridge of Winds". Come lo celebrerete, e come ti senti davanti a questo traguardo?

Nell'estate 2019 saremo a Ringkøbing, una cittadina danese dello Jutland, ospiti del Teatret OM, un gruppo teatrale di origine italiana i cui membri partecipano al Ponte dei Venti. Anche loro celebrano trent'anni di vita teatrale di gruppo e, per l'occasione, organizzeranno un festival della durata di una settimana nel quale presenteremo gli spettacoli Parade, Ur-nat e il concerto Voci nel Vento. A ciò si aggiungeranno interventi nelle scuole, nelle fabbriche, nelle istituzioni, nelle strade e piazze della città. E' un tipo di lavoro, quest'ultimo, che negli anni abbiamo sempre più messo a punto.
Il Ponte dei Venti è cresciuto in tutti i sensi: nel 1989 eravamo nove attori, molto concentrati sul nostro allenamento e sui nostri piccoli "montaggi". Adesso siamo venticinque. Abbiamo sviluppato l'allenamento, abbiamo tenuto numerosi seminari e presentato spettacoli e concerti in Italia, Danimarca, Colombia, Polonia e Brasile.
Il modo in cui il gruppo è organizzato, che prevede un incontro annuale dopo il quale ognuno, tornando nel proprio paese e nella propria situazione creativa, sviluppa il lavoro, è stato fertile, ha dato molti frutti (gli attori del gruppo provengono da Argentina, Italia, Brasile, Finlandia, Danimarca, Cina, Belgio, Spagna; ndr). L'insegnamento non rimane interno a me o al gruppo, ma viene diffuso attraverso i tanti seminari che i membri conducono o attraverso vere e proprie scuole che alcuni sono stati in grado di creare. Per "insegnamento" poi non intendo solamente qualcosa che riguarda la tecnica o la creazione di spettacoli, ma anche la capacità di intuire il modo in cui applicare questo insegnamento nei luoghi e nei contesti più diversi: per esempio come parte di un baratto culturale in un quartiere degradato, tra i pescatori di un piccolo paese – come è accaduto per esempio in Brasile – o anche in una chiesa, così come è successo in Danimarca.
Se penso agli attori che da trent'anni stanno insieme a me, e ai bambini che sono nati nel frattempo dentro al gruppo, la cui crescita è stata accompagnata dal ritmo della "danza del vento" (una particolare forma "danzata" di allenamento sull'energia inventato dal gruppo, ndr) e dai canti del nostro concerto, mi viene da pensare anche a mio padre che, se potesse vedere, dalla sua nuvoletta lassù, i suoi venticinque "nipoti", ora così indipendenti, maturi e responsabili, sarebbe di tutti loro molto orgoglioso, esattamente come lo sono io.

Franco AcquavivaRyde, 2 aprile 2019

Ultima modifica il Venerdì, 12 Aprile 2019 14:40

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