lunedì, 22 aprile, 2019
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Mercoledì, 18 Maggio 2016
Pubblicato in Sinopsi testi

IO ERO, TUTTO DIVERSO
Emilia Ricotti

"Io ero, tutto diverso" Josef per raccontare Josef, una storia diversa, una vita trascorsa nelle stanze dei DIM, dei CIM, nei letti dei reparti blindati, dopo la legge 180, del maggio 78.
Il dramma di Josef ripercorre il lato oscuro dell'universo umano. "JOSEF Dottore lo vedi, terapia, terapia, (solenne) ora sono opera tua!
DOTTORE Che dici, sei crudele!
JOSEF (terreo) Io crudele tu che mi imbottisci di litio , di tavor,...e scartato come un terrorista, non ho il tritolo in cintura, ma scartato lo stesso!
E' questa la tua analisi, terapia, terapia, tu lo sai cosa penso, come mi sento, come mi vedo, dopo i soggiorni obbligati?
lo vedi il mio corpo in rovina?
Intorno a me la vedi la paura che cresce e mi allontana da tutti.
Che scrivi in cartella? Il carteggio che cresce, lo leggi? Ma io posso ricominciare da zero? Posso dirti che penso? Dottore ti detesto coi tuoi test del cazzo! Tu che vuoi indagare i miei brogli? lo sai quanti fili, quanti lacci, intricati come il mondo!
DOTTORE Intricati da prima!
JOSEF (terreo) Da prima lo so, ma ora di più.
Capire, capire dimmi è difficile questo?
DOTTORE Capire è difficile!
JOSEF (terreo) Mi vuoi dire perché?
DOTTORE Patologie, patologie, devastanti!
JOSEF (terreo) Dottore così scoppio! Mi capisci? Allora dimmi, dove va la mia vita? Mai pianure, sempre o in salita, o in discesa. Ma dimmi, la mia strada qual è? La mia casa qual è? Nelle stanze dei DIM, dei CIM, nei reparti stregati? Ma ti pare vivibile? La diagnosi giusta qual era? Tutto questo perché? Ma perché, proprio a me? Nel mio cervello cosa c'è che non va?
La dopamina mi manca? Ce n'è troppa da una parte e ne manca da un'altra?
Non c'è tempo, lo so si corre a duemila e capire vuole dire lasciare la giostra, scendere a terra e andare all'indietro, aspettare, smontare silenzi, e fidarsi, ma sai dottore, io di te non mi fido! Il mio cervello per te è top secret, vuoi studiare, capire, puoi solo spiare da un buco, breve pausa dopo vattene!
Ed io ero la vite spanata, che fa spanare le altre!"

Domenica, 01 Novembre 2015
Pubblicato in Sinopsi testi

LA PESCATRICE DI PERLE
Emilia Ricotti

Tre episodi con un denominatore comune, la donna, vista in tre spazi: una règgia, una cittadina di provincia, un luogo indefinito tra cielo e terra e in tre momenti: passato, presente e futuro. Nel primo c'è una rilettura di due archetipi femminili, uno rimanda a Penelope: "voglio una nuova Penelope che si salva da sola che non tesse e stesse per tenere a bada gli intrusi, che non vive vent'anni prigioniera dei Proci, che non si ripete ogni mattina: pazienza! Pazienza! Di che? Perché? E' una pazienza che uccide! Tu immagini Ulisse, con Penelope alla ricerca di Troia e lui tra quattro muri dorati o in una stamberga che puzza con in mano una tela, mentre aspetta Penelope e tace. Sono miti di sterco, fatti per sopraffare una parte del genere umano. Ogni donna deve imparare dal folle volo di Ulisse.
L'altro rinvia a Didone. Lei, una regina, con una missione da compiere, si prostra misera davanti ad Enea e ne ha in cambio la vaga promessa di un ricordo, gli occhi fissi ai voleri di Giove, smentite di fede prestata, l'anelito a desideri impossibili, un'accusa di invidia e un manifesto d'amore: L'Italia è la mia Patria, "quella l'amor mio." e un biasimo: Piantala, "di amareggiare dunque con i tuoi vani lamenti il cuore mio e il tuo! Non di mia voglia seguo l'Italia!"
A questi modelli si contrappongono altre donne : doppio paio di guanti, tuta gialla, maschera , cappuccio, occhiali: "Ho lasciato la ciurma, la palestra, la discoteca, lo shopping e l'Europa, sono venuta qui in Africa, qui mi sento in pace col mondo."
Nel successivo episodio una donna Franca Viola, diciassette anni, in un giorno, il 26 dicembre 1965 in una cittadina, Alcamo, e uno spasimante respinto, che con quattro scagnozzi si porta via Franca e il fratellino che le si è aggrappato alle gambe.
E' la Sicilia degli anni sessanta quella di Guttuso, di Sciascia e del capitano Bellodi, questa donna con un "no" dà una spallata "all'articolo 544 del codice penale", abbatte lo zoccolo duro dello "stupro legalizzato" e ribalta la storia del costume in Sicilia, il prezzo è alto: la vigna del padre rasa al suolo, il casolare bruciato.
Il paese risponderà:" mai, mai e poi mai!" alla domanda "sposeresti Franca Viola?"
Il coraggio di una donna, di un padre e di un giudice (voce fuori campo) "Picciriddu bieddu, vieni 'cca, assiettati. T'arricordi comu fu u fatto?"* ribalta il canone.
Nell'ultimo episodio appare il Fantasma della madre di Esperanda, sospesa nel tempo e nello spazio con una domanda, uno spiraglio e un manifesto. La domanda è "ti piace il mondo come è diventato?" Lo spiraglio auspica: "solo due forze da vincere , gravità e resistenza, come fanno le aquile quando si alzano in volo", e il "Manifesto Einstein –Russell" che approda ad un confronto serrato, tra il Soldato d'oro con gaget -tecno ed il Fantasma della madre di Esperanda che invoca un' equilibrata cooperazione di generi dove le donne siano disposte ad appendere grembiuli, scarpette e lustrini per contribuire a ribaltare un sistema di pensiero, dal contributo pesantemente maschile, che a gioielli, fatti di mirini, sensori, F 35 contrappone altri gioielli, "gli esseri umani," "scintilla di Dio". *"Bambino bello, siediti qua, ti ricordi come avvenne il fatto?"

Mercoledì, 12 Agosto 2015
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MAR DESIERTO
Emilia Ricotti

"Mar desierto" , a través del largo monólogo de Danhaile y el lamento de una mujer, emblema de las madres de los caìdos en el Mediterràneo, entra en el alma de uno de tantos barcos de emigrantes. Este en cuestiòn parte el 25 de marzo del 2011 de Libia con 72 personas a bordo y permanece a la deriva durante catorce lunguìsimos dìas.
El drama de los nueve supervivientes presenta grandes interrogantes, va a la bùsqueda de precisas responsabilidades y percorre el lado obscuro de la historia de Occidente.

De "MAR DESIERTO"
DANHAILE
"Nosotros hemos cortado las botellas de agua de plàstico vacìas y hemos bebido nuestra orina,
pausa breve
?entiendes?
La hemos bebido durante quince largos dìas , hemos mezclado agua de mar, orina y pasta de dientes para quitar al agua el sabor de la sal y la hemos bebido!.
Es horrible!
Lo entiendes?
Y yo quiero explicarte che bebiéndola te sientes el ùltimo hombre sobre la tierra, tienes que vencer el horror , porque no hay ni un soldado ni un gerarca que te ofrezca la botella y te diga : toma bebe!.
No hay nadie!
Eres tù el que tiene aùn ganas de vivir, de continuar a vivir, a pesar del hielo de noche , la luz cegadora de dìa, la comida que falta, el mar que se agita, para contar la muerte en directo y aquel càliz amargo que no te ofrece nadie, pero que casi buscas con furia , no es un burdo cuento , no es un desafìo entre prepotentes.
Es la obra de fantasmas lejanos que no puedes tocar con la mano, mirar con los ojos, ni , mientras bebes del càliz, llenarte la boca y escupìrsela en la cara.
Son fantasmas lejanos, con chaqueta, corbata, cartera; fantasmas impecables que estàn a la luz del sol, seguidos, premiados, dichosos y tu con la muerte en directo durante 342horas, por catorce lunguìsimos dìas, perseguido, escoltado, vigilado, la has visto!. Ella venìa, iba y volvìa, y no se olvidaba de la patera , era ama absoluta!. Tampòn en mano, manecillas atràs y cuando el tòrax explotaba, permanecìa patrona de aquellos pechos rotos, se iba pero por poco tiempo!.
Después volvìa prepotente siempre en busca de una mente que vacilaba y la ayudaba a oscurecerla, de un corazòn que aceleraba y lo empujaba a explotar. Ella estaba hecha de estas continuas carreras, un vaivén incesante . A veces no la veìas llegar, como cuando se te acercaba impaciente y te dormìa con el hielo, y te dejaba tumbado y lo comprendìan los demàs sòlo con las primeras luces del dìa que aquello era el sueňo de los sueňos.
La muerte en directo que te alienta en el cuello y que habrìas querido abrazar, para acabar con el mundo, para no quedarte a mirar, sino quizàs , quien sabe si alguien me la ha alejado del cuello para que contase las 342 horas en el mar.
(Con tono determinado) Es por esto que devo contarlo , tengo que contarlo!.
Y alguno, perdòname si digo debo, me debe escuchar e imaginar que ha estado en aquella patera y en la de todos los emigrantes."

 

Mercoledì, 12 Agosto 2015
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MEERESWÜSTE
Emilia Ricotti

"Durch Danhailes langen Monolog und die Klage einer Frau, die die Mütter der Gefallenen im Mittelmeer symbolisiert, dringt „Meereswüste" in die Seele eines Migrantenkahnes ein. Dieser reist am 25. März 2011 mit 72 Menschen an Bord aus Libyen ab und wird für vierzehn lange Tage abgetrieben.
Das Drama der neun Überlebenden lässt dringende Fragen auftauchen, sucht nach genauen Verantwortungen und geht der Schattenseite der Geschichte des Abendlandes nach.

Aus „Meereswüste"
DANHAILE
„Wir haben leere Wasserflaschen aus Plastik abgeschnitten und daraus haben wir unseren Urin getrunken,
kurze Pause
verstehst du?
Für vierzehn lange Tage haben wir ihn getrunken. Wir haben Meerwasser, Urin und Zahnpasta vermischt, um den salzigen Geschmack des Wassers nicht wahrzunehmen, und das haben wir dann getrunken.
Furchtbar ist es!
Verstehst du es?
Und hiermit will ich dir erklären, dass man sich als der letzte Mensch auf Erde fühlt, indem man das trinkt. Man muss den Abscheu überwinden, weil es kein Soldat oder Despot ist, der einem die Flasche reicht und sagt: trink nur!
Nein, so einen gibt es nicht, den gibt es nicht!
Keinen gibt es!
Du selbst bist es, der noch leben will, weiter leben will, trotz der Kälte nachts und des grellen Lichts am Tage, des mangelnden Essens und des dröhnenden Meeres. Am Leben bleiben, um über den Tod zu berichten. Und der bittere Kelch, den dir niemand reicht, den du aber fast mit Wucht anstrebst, ist keine dämliche Geschichte, kein Spiel für Angeber.
Er ist das Werk von weit entfernten Gespenstern, die mit Händen nicht zu greifen sind, denen man in die Augen nicht schauen kann, bevor man sich den Mund mit dem Inhalt des Kelches füllt, um diesen dann ihnen ins Gesicht zu spucken.
Es sind weit entfernte Gespenster mit Jacke, Krawatte und Aktentasche; unbefleckte Gespenster, die befolgt und hoch geachtet werden, die glückselig bei Tageslicht handeln. Und du hingegen, verfolgt, geleitet, beobachtet für 342 Stunden, für vierzehn lange Tage, hast den Tod gesehen! Er kam, ging und kehrte zurück, vergaß den Kahn nicht, war absoluter Herrscher! Lösung in der Hand, Zeiger zurück und wenn der Brustkorb platzte, blieb er Hausherr jener geschüttelten Brüste. Er ging weg, dennoch nur kurz!
Dann kehrte er anmaßend zurück, suchte nach einem wankenden Geist und trieb diesen zur Umnachtung, suchte nach einem beschleunigenden Herzen und verleitete es zum Ausbruch. Er entsprach diesen stetigen Läufen, einem anhaltenden Hin und Her. Manchmal sah man ihn nicht kommen, wenn er sich begierig annäherte. Durch die Kälte brachte er einige zum Schlafen, er ließ diese liegen und nur bei Tagesanbruch verstanden die anderen, dass es sich um den ewigen Schlaf handelte.
Der Tod atmete uns auf den Nacken und wir hätten ihn lieber umarmen wollen, um Schluss mit der Welt zu machen, um nicht weiter zusehen zu müssen, aber wer weiß, vielleicht hat ihn mir jemand vom Nacken weggerückt, damit ich über diese 342 Stunden im Meer berichten kann.
(mit Entschlossenheit) Deshalb muss ich davon erzählen! Ich muss davon erzählen!
Verzeihung wenn ich ‚muss' sage, aber jemand muss zuhören und sich vorstellen, auf jenem Kahn und dem aller Migranten gewesen zu sein."

 

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