mercoledì, 19 giugno, 2019
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Mercoledì, 18 Maggio 2016
Pubblicato in Sinopsi testi

MANDELA LIFE
Terza parte della trilogia
di Emilia Ricotti

Mandela immobile, disteso, in silenzio, Walter in ginocchio accanto.
Non è la deposizione di Caravaggio. Stretto in una mano un telegramma, apre la mano e Walter nel più assoluto silenzio gliela prende e gli rimane accanto.
La morte di Thembi e della madre è il punto più alto dell'avventura dell' uomo e non c'è posto per mistificazioni di sorta e davanti alla predica becera del reverendo sulla riconciliazione, Eddie Daniels infuriato risponde: "ma reverendo lei sta predicando la riconciliazione alle persone sbagliate. "
E un implacabile Mandela smaschera, denuncia e accusa i latrati di Fourie e delle guardie ubriache davanti alla fila di detenuti nudi in una gelida notte d'inverno.
Ma a confortarlo a Robben Island tra gli sbuffi del vento e la luce accecante ci sono i pescherecci, le petroliere, i gabbiani che si tuffano in mare, le foche a cavallo sulle onde e l'andirivieni incessante dell'acqua che si infrange sulla scogliera dove i detenuti raccolgono le alghe viscide e verdastre impigliate sugli scogli e trasformano in un atelier all'aperto un lembo di scogliera battuta dai venti e l'immagine dei detenuti e delle guardie che banchettano seduti in cerchio sulla spiaggia, il profumo che si spande dal pentolone che gorgoglia, il gusto della zuppa di pesce sul palato, sono immagini che si scolpiscono nella mente come le sculture nate dai relitti per un'inattesa alchimia.
E anche l'addio a Robben Island che si allontana nella luce dorata del tramonto è doloroso.
E la magia di Mandela continua anche in un assolato terrazzo :Maggiore, mi servono sedici fusti vuoti.
-Che deve farne, Mandela? -
Devo tagliarli a metà e ricavare ampi vasi, mi occorre terriccio, semi ...
e Mandela con un cappello di paglia, con un paio di guanti e con le cesoie raccoglie delizie ed il suo orto prorompente è un'altra risposta al delirio del sistema. Ma siamo agli sgoccioli e il sistema capisce di essere dalla parte sbagliata della storia e Mandela in isolamento nelle sue tre stanze dove vive come in una baita sull'Himalaya comprende che la violenza deve essere fermata, da una parte e dall'altra e le condizioni concordate e rimbalza la voce: "Mandea ibero" e all'offerta di libertà risponde: "Quale libertà mi viene offerta se proprio i miei diritti di cittadino Sudafricano non sono rispettati?
Soltanto gli uomini liberi possono negoziare, i detenuti non hanno potere contrattuale.
La mia libertà e quella del mio popolo non possono essere divise."
E a De Klerk controbatte: "un sistema oppressivo non può essere riformato, ma deve essere completamente abolito."
E l'immagine di de Klerk che dichiara: "il momento del dialogo è arrivato," e quella dello stesso De Klerk e di Mandela che brindano, suggella, settantacinque anni di lotta.

Mercoledì, 18 Maggio 2016
Pubblicato in Sinopsi testi

IO ERO, TUTTO DIVERSO
Emilia Ricotti

"Io ero, tutto diverso" Josef per raccontare Josef, una storia diversa, una vita trascorsa nelle stanze dei DIM, dei CIM, nei letti dei reparti blindati, dopo la legge 180, del maggio 78.
Il dramma di Josef ripercorre il lato oscuro dell'universo umano. "JOSEF Dottore lo vedi, terapia, terapia, (solenne) ora sono opera tua!
DOTTORE Che dici, sei crudele!
JOSEF (terreo) Io crudele tu che mi imbottisci di litio , di tavor,...e scartato come un terrorista, non ho il tritolo in cintura, ma scartato lo stesso!
E' questa la tua analisi, terapia, terapia, tu lo sai cosa penso, come mi sento, come mi vedo, dopo i soggiorni obbligati?
lo vedi il mio corpo in rovina?
Intorno a me la vedi la paura che cresce e mi allontana da tutti.
Che scrivi in cartella? Il carteggio che cresce, lo leggi? Ma io posso ricominciare da zero? Posso dirti che penso? Dottore ti detesto coi tuoi test del cazzo! Tu che vuoi indagare i miei brogli? lo sai quanti fili, quanti lacci, intricati come il mondo!
DOTTORE Intricati da prima!
JOSEF (terreo) Da prima lo so, ma ora di più.
Capire, capire dimmi è difficile questo?
DOTTORE Capire è difficile!
JOSEF (terreo) Mi vuoi dire perché?
DOTTORE Patologie, patologie, devastanti!
JOSEF (terreo) Dottore così scoppio! Mi capisci? Allora dimmi, dove va la mia vita? Mai pianure, sempre o in salita, o in discesa. Ma dimmi, la mia strada qual è? La mia casa qual è? Nelle stanze dei DIM, dei CIM, nei reparti stregati? Ma ti pare vivibile? La diagnosi giusta qual era? Tutto questo perché? Ma perché, proprio a me? Nel mio cervello cosa c'è che non va?
La dopamina mi manca? Ce n'è troppa da una parte e ne manca da un'altra?
Non c'è tempo, lo so si corre a duemila e capire vuole dire lasciare la giostra, scendere a terra e andare all'indietro, aspettare, smontare silenzi, e fidarsi, ma sai dottore, io di te non mi fido! Il mio cervello per te è top secret, vuoi studiare, capire, puoi solo spiare da un buco, breve pausa dopo vattene!
Ed io ero la vite spanata, che fa spanare le altre!"

Domenica, 01 Novembre 2015
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LA PESCATRICE DI PERLE
Emilia Ricotti

Tre episodi con un denominatore comune, la donna, vista in tre spazi: una règgia, una cittadina di provincia, un luogo indefinito tra cielo e terra e in tre momenti: passato, presente e futuro. Nel primo c'è una rilettura di due archetipi femminili, uno rimanda a Penelope: "voglio una nuova Penelope che si salva da sola che non tesse e stesse per tenere a bada gli intrusi, che non vive vent'anni prigioniera dei Proci, che non si ripete ogni mattina: pazienza! Pazienza! Di che? Perché? E' una pazienza che uccide! Tu immagini Ulisse, con Penelope alla ricerca di Troia e lui tra quattro muri dorati o in una stamberga che puzza con in mano una tela, mentre aspetta Penelope e tace. Sono miti di sterco, fatti per sopraffare una parte del genere umano. Ogni donna deve imparare dal folle volo di Ulisse.
L'altro rinvia a Didone. Lei, una regina, con una missione da compiere, si prostra misera davanti ad Enea e ne ha in cambio la vaga promessa di un ricordo, gli occhi fissi ai voleri di Giove, smentite di fede prestata, l'anelito a desideri impossibili, un'accusa di invidia e un manifesto d'amore: L'Italia è la mia Patria, "quella l'amor mio." e un biasimo: Piantala, "di amareggiare dunque con i tuoi vani lamenti il cuore mio e il tuo! Non di mia voglia seguo l'Italia!"
A questi modelli si contrappongono altre donne : doppio paio di guanti, tuta gialla, maschera , cappuccio, occhiali: "Ho lasciato la ciurma, la palestra, la discoteca, lo shopping e l'Europa, sono venuta qui in Africa, qui mi sento in pace col mondo."
Nel successivo episodio una donna Franca Viola, diciassette anni, in un giorno, il 26 dicembre 1965 in una cittadina, Alcamo, e uno spasimante respinto, che con quattro scagnozzi si porta via Franca e il fratellino che le si è aggrappato alle gambe.
E' la Sicilia degli anni sessanta quella di Guttuso, di Sciascia e del capitano Bellodi, questa donna con un "no" dà una spallata "all'articolo 544 del codice penale", abbatte lo zoccolo duro dello "stupro legalizzato" e ribalta la storia del costume in Sicilia, il prezzo è alto: la vigna del padre rasa al suolo, il casolare bruciato.
Il paese risponderà:" mai, mai e poi mai!" alla domanda "sposeresti Franca Viola?"
Il coraggio di una donna, di un padre e di un giudice (voce fuori campo) "Picciriddu bieddu, vieni 'cca, assiettati. T'arricordi comu fu u fatto?"* ribalta il canone.
Nell'ultimo episodio appare il Fantasma della madre di Esperanda, sospesa nel tempo e nello spazio con una domanda, uno spiraglio e un manifesto. La domanda è "ti piace il mondo come è diventato?" Lo spiraglio auspica: "solo due forze da vincere , gravità e resistenza, come fanno le aquile quando si alzano in volo", e il "Manifesto Einstein –Russell" che approda ad un confronto serrato, tra il Soldato d'oro con gaget -tecno ed il Fantasma della madre di Esperanda che invoca un' equilibrata cooperazione di generi dove le donne siano disposte ad appendere grembiuli, scarpette e lustrini per contribuire a ribaltare un sistema di pensiero, dal contributo pesantemente maschile, che a gioielli, fatti di mirini, sensori, F 35 contrappone altri gioielli, "gli esseri umani," "scintilla di Dio". *"Bambino bello, siediti qua, ti ricordi come avvenne il fatto?"

Mercoledì, 12 Agosto 2015
Pubblicato in Sinopsi testi

MAR DESIERTO
Emilia Ricotti

"Mar desierto" , a través del largo monólogo de Danhaile y el lamento de una mujer, emblema de las madres de los caìdos en el Mediterràneo, entra en el alma de uno de tantos barcos de emigrantes. Este en cuestiòn parte el 25 de marzo del 2011 de Libia con 72 personas a bordo y permanece a la deriva durante catorce lunguìsimos dìas.
El drama de los nueve supervivientes presenta grandes interrogantes, va a la bùsqueda de precisas responsabilidades y percorre el lado obscuro de la historia de Occidente.

De "MAR DESIERTO"
DANHAILE
"Nosotros hemos cortado las botellas de agua de plàstico vacìas y hemos bebido nuestra orina,
pausa breve
?entiendes?
La hemos bebido durante quince largos dìas , hemos mezclado agua de mar, orina y pasta de dientes para quitar al agua el sabor de la sal y la hemos bebido!.
Es horrible!
Lo entiendes?
Y yo quiero explicarte che bebiéndola te sientes el ùltimo hombre sobre la tierra, tienes que vencer el horror , porque no hay ni un soldado ni un gerarca que te ofrezca la botella y te diga : toma bebe!.
No hay nadie!
Eres tù el que tiene aùn ganas de vivir, de continuar a vivir, a pesar del hielo de noche , la luz cegadora de dìa, la comida que falta, el mar que se agita, para contar la muerte en directo y aquel càliz amargo que no te ofrece nadie, pero que casi buscas con furia , no es un burdo cuento , no es un desafìo entre prepotentes.
Es la obra de fantasmas lejanos que no puedes tocar con la mano, mirar con los ojos, ni , mientras bebes del càliz, llenarte la boca y escupìrsela en la cara.
Son fantasmas lejanos, con chaqueta, corbata, cartera; fantasmas impecables que estàn a la luz del sol, seguidos, premiados, dichosos y tu con la muerte en directo durante 342horas, por catorce lunguìsimos dìas, perseguido, escoltado, vigilado, la has visto!. Ella venìa, iba y volvìa, y no se olvidaba de la patera , era ama absoluta!. Tampòn en mano, manecillas atràs y cuando el tòrax explotaba, permanecìa patrona de aquellos pechos rotos, se iba pero por poco tiempo!.
Después volvìa prepotente siempre en busca de una mente que vacilaba y la ayudaba a oscurecerla, de un corazòn que aceleraba y lo empujaba a explotar. Ella estaba hecha de estas continuas carreras, un vaivén incesante . A veces no la veìas llegar, como cuando se te acercaba impaciente y te dormìa con el hielo, y te dejaba tumbado y lo comprendìan los demàs sòlo con las primeras luces del dìa que aquello era el sueňo de los sueňos.
La muerte en directo que te alienta en el cuello y que habrìas querido abrazar, para acabar con el mundo, para no quedarte a mirar, sino quizàs , quien sabe si alguien me la ha alejado del cuello para que contase las 342 horas en el mar.
(Con tono determinado) Es por esto que devo contarlo , tengo que contarlo!.
Y alguno, perdòname si digo debo, me debe escuchar e imaginar que ha estado en aquella patera y en la de todos los emigrantes."

 

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