venerdì, 20 ottobre, 2017
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"Hedda Gabler" di Henrik Ibsen, regia Ivo van Hove. Nuova versione di Patrick Marber al National Theatre, Londra, 12 dicembre- 21 marzo 2017. -di Beatrice Tavecchio

"Hedda Gabler", regia Ivo van Hove - RUTH WILSON (Hedda Gabler), RAFE SPALL (Brack). Foto Jan Versweyveld "Hedda Gabler", regia Ivo van Hove - RUTH WILSON (Hedda Gabler), RAFE SPALL (Brack). Foto Jan Versweyveld

Hedda Gabler
di Henrik Ibsen
Nuova versione di Patrick Marber
Regia di Ivo van Hove, scenografie e luci di Jan Versweyveld
National Theatre, Londra, 12 dicembre- 21 marzo 2017

di Beatrice Tavecchio

 

Applausi a non finire, il pubblico in piedi ad inneggiare a Ruth Wilson, Hedda Gabler, che sul palco accecata dalle luci e reduce dalla violenta scena che l'ha vista percossa ed imbrattata di finto sangue da parte del giudice Brack -l'attore Rafe Spall- che vuole sottometterla alle sue brame, sbatte gli occhi come risvegliandosi da un orribile sogno. Il suo è un tour de force nell'immaginario della mente di un'eroina crudele giocato sull'orlo di una nevrosi violenta. L'affermato regista belga Ivo van Hove fa il suo debutto al National Theatre, immergendo il dramma di Ibsen del 1890, nella modernità. La scenografia e l'uso delle luci di Jan Versweyveld inseriscono nel vasto palcoscenico del Lyttelton Theatre uno spazio rettangolare totalmente bianco, con pochi mobili persi nell'immensità diafana rischiarata da una vetrata sulla sinistra che agisce con i suoi contrasti di luce e con l'aprirsi e chiudersi della veneziana a sottolineare i cambiamenti di umore, rabbia, disperazione dell'eroina. I simboli ricorrono. Il pianoforte tiene il posto privilegiato al centro della stanza: nero su bianco. Hedda è al piano all'inizio e varie volte nel dramma. Su di esso sparge, battendo sulle note, realmente e simbolicamente, la sua frustrazione, il suo rancore. Lo spazio è super moderno, con citofono e telecamera a rivelare i vari visitatori. Le canzoni, una di Joni Mitchell, che a volte interrompono la scena hanno anch'esse il compito di dipingere sentimenti o servire da calmiere alla furia delle passioni sul palco e a far respirare il pubblico. La teatralità ha anch'essa un ruolo rilevante. Hedda scaglia i mazzi di fiori, che accolgono il suo ritorno a casa dopo il viaggio di nozze, contro i muri e sul pavimento. Poi ne prende alcuni e li inchioda alle nudi pareti tutt'intorno, figurazione teatrale a sostegno della sua esasperazione. La scena finale delle sevizie di Brack su Hedda, ricalca torture di guerra, dipingendo l'effetto che solo le parole avevano nel testo di Ibsen. Un uso della teatralità qui, a dire il vero, un po' troppo marcato. L'azione degli attori o la loro seduta è a taglio, angolare come lo sono psicologicamente i personaggi: prevalentemente in verticale sull'asse degli spettatori o al contrario, esplicitamente frontali.

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Ma chi è Hedda Gabler? è corretto che Ruth Wilson la interpreti come una donna viziata, dominatrice, crudele? Ed a parte un confronto con il testo di Ibsen, riesce la modernizzazione del dramma ad essere rilevante?
Un articolo nel programma sulle note preliminari di Ibsen al suo dramma, chiarisce gli intendimenti per il personaggio di Hedda Gabler e la psiche del drammaturgo. Primo, che le donne non sono tutte create per essere madri; secondo che sono tutte prone alla sensualità, ma temono gli scandali; terzo che sono coscienti di avere uno scopo nella vita, ma non lo possono trovare. Inoltre che le donne non hanno alcuna influenza negli affari pubblici e quindi vogliono influenzare spiritualmente le persone.
Queste sono le caratteristiche che dà alla sua eroina. Ci si domanda fino a che punto fossero convinzioni dello scrittore stesso o un modo per dibattere queste idee.

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In Ibsen, Hedda Gabler, figlia di un generale caduto in povertà, pur appartenendo ad una classe aristocratica superiore e per l'avanzare dell'età matrimoniabile, accetta di sposare pur non avendo niente in comune con lui, un accademico, Tesman -l'attore Kyle Soller-, all'inizio della sua carriera, che le promette gli agi a cui aspira. Il tedio della sua vita, la frustrazione delle sue ambizioni sociali, quando al marito vien detto che il posto di professore a cui aspira non è così certo, la rabbia nel vedersi intrappolata in una società borghese con cui non vuole aver niente a che fare, la spinge a influenzare la vita dell'accademico Lovborg -l'attore Chukwudi Iwuji- suo previo amore e rivale di suo marito per la cattedra universitaria. Aiutato da Mrs Elvsted, che ha lasciato la sua famiglia per lui, l'ex-alcolista Lovborg viene incitato da Hedda a mostrare di aver superato la 'malattia' bevendo e andando con gli amici. Lovborg perde il manoscritto della ricerca che gli avrebbe dato chiara fama. Tesman lo trova ed Hedda lo brucia per eliminare il concorrente secondo quanto lei dice al marito, ma anche per spingere Lovborg verso un suicidio eroico. Lovborg si suicida sparandosi per sbaglio in un bordello, ridicolizzando l'eroicità dell'atto. Hedda coinvolta per aver dato la pistola a Lovborg, è ricattata dal giudice Brack. Per sfuggirgli, si suicida.

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Nella modernizzazione di Ivo van Hove, cadono i riferimenti ai contesti sociali e quindi a gran parte dei fattori esplicativi del carattere di Hedda. La gelosia verso la nuova donna di Lovborg sembra ora determinare più che altro le sue decisioni, oltre al desiderio di controllare Lovborg, mettendo in atto il suo potere nel spingerlo ad un gesto eroico.
Se Ibsen nel 1890 avesse presente per Hedda la teoria nietzschiana del supereroe, teso ad un atto di gloria, nel quale Ibsen non crede, è un suggerimento che pur nella complessità di altri temi presenti nel dramma, potrebbe essere interessante discutere.
In questa versione in chiave moderna, vista la rimozione del contesto storico, le supposizioni di alcuni critici che vedono Hedda come un'eroina desiderosa di uscire da un'imbracatura sociale, visto il suicidio finale, fanno a pugni col resto del contenuto del dramma. Per cui la Hedda Gabler di Ruth Wilson è interpretata come una nevrastenica, un' arpia egoista, annoiata e maligna. In conclusione, un'interpretazione magistrale in questa nuova edizione di Patrick Marber del lavoro ibseniano, che per aspetto e violenza ricorda il teatro americano, quello del Tennessee Williams della Gatta sul tetto che scotta per esempio, fermo restando però, la grande diversità dei contenuti. Lungi anche da questo lavoro di Ibsen, la logicità e stringatezza di temi del drammaturgo americano.

Ultima modifica il Martedì, 03 Gennaio 2017 17:26

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