sabato, 18 novembre, 2017
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Festival 2016 MARCHE Pesaro. Belcanto di Scozia, di Persia e Turchia. -di Piero Mioli

"Ciro in Babilonia" regia Davide Livermore "Ciro in Babilonia" regia Davide Livermore

Festival 2016
MARCHE - Pesaro.
Belcanto di Scozia, di Persia e Turchia
di Piero Mioli

Sono ormai molte le opere che al Rossini Opera Festival possono vantare una sostanziosa e memorabile storia interpretativa (com'è normale per tutti i festival d'autore, Pesaro o Salisburgo o Bayreuth che sia). Ma quest'anno solo il giovanile Ciro in Babilonia si confronta con sé stesso, cioè con lo spettacolo visto quattro anni fa quando ebbe luogo la prima locale, mentre La donna del lago può chiamare in causa l'allestimento del 1981 diretto da Pollini e Il turco in Italia le edizioni 1983 e 1986 capitanate da due protagonisti come Ramey e Raimondi. Ma le memorie sono pericolose: a parte il solito sospetto di laudatio temporis acti, si sa che "donna" sia stata alla RAI nel 1970 Montserrat Caballé, e si sa che a Roma nel 1951 un "turco" ebbe a che fare con Maria Callas. Basta così, tanto più che il ROF ha un'arma molto ottundente verso il passato, un'arma doppia, una bipenne che consiste tanto nell'edizione critica (contro i tanti tagli e pasticci operati tradizionalmente) quanto nell'interpretazione "attualistica" (talmente personale da diventare imparagonabile). In breve, prima di uno sguardo alle tre esecuzioni, una semplice menzione di regia e scenografia secondo la prassi invalsa e nel caso particolare dell'opera inaugurale: il discorso è ormai vecchiotto e quindi bolso, ma resta inspiegabile questo ormai comunissimo procedimento che, oltre a contraddire vistosamente lettera e spirito delle opere, offende anche il buon gusto, alla nobiltà di una drammaturgia classica dando caratteri di bruttura, ineleganza, volgarità (fin dal gioco dei colori, dal rapporto fra vuoti e pieni, dall'alternanza di luci e ombre).
Musicalmente, dunque, La donna del lago (Adriatic Arena, 8 agosto) era diretta da Michele Mariotti, sul podio dell'Orchestra del Comunale di Bologna, con ogni accuratezza, sensibilità e ormai anche specialismo (notevole certa "sprezzatura", quell'elasticità di condotta ritmica che è così propizia al canto e al dramma). Diverso il cast, fatto di elementi assodati ed elementi nuovi: nuova la protagonista Salome Jicia, che dopo una barcarola un po' legnosa si è disciolta fino a un'aria finale quanto meno molto precisa (anche se giammai dolce e morbida come vorrebbe); e nuovo anche Malcom, il contralto Varduhi Abrahamyan, dall'ottima tecnica d'emissione e dalla buona agilità (ma a disagio nelle note estreme, in alto e in basso). Eccellente il versante maschile: mentre il basso Marko Mimica (Douglas) tuonava senza strafare, il tenore Michael Spyres (Rodrigo) era tutto intenzionato a strafare, pur esibendo voce estesissima e sicurissima; da parte sua il tenore Juan Diego Flórez (Uberto/Giacomo) dava l'ennesima prova di un perfetto stile belcantistico. Magnifica la ripresa dell'aria "O fiamma soave", così tenera a intensa: e se al suo meritatissimo dieci il sempre giovane tenore peruviano volesse aggiungere la lode, potrebbe sfumare anche l'acuto, non solo il centro. "A' dolci rai / ardo ognor d'Elena bella" canta Rodrigo, con una squisitezza di disegno musicale da capogiro: ebbene Spyres, capelluto come un selvaggio e impossibilitato a nascondere la sua bella panciotta, si è avventato sulla povera Salome baciandola fino a sfiatare sé stesso e stordire lei (neanche Turiddu con Lola, eventualmente). Firmavano la regia Damiano Michieletto, le scene Paolo Fantin, i costumi Klaus Bruns: l'horror vacui dell'intero spettacolo, accresciuto dai doppi dei due personaggi principali (loro da vecchi, che novità), scoraggiava la comprensione dell'intreccio. Che restava? La musica splendida, con qualche tuffo al cuore sul duettino "Vivere io non potrò".
Col Turco in Italia del 9 agosto il ROF ha fatto un passo che non faceva dai tempi di Horne e Ramey: ha alzato lo sguardo dal suo affezionato orticello verso il superbo star-system, e come protagonista ha voluto il divo Erwin Schrott. Ha fatto bene, ché questo, per lo meno anche questo significa internazionalità festivaliera: e nonostante la coloratura arruffata il personaggio di Selim ne è uscito vincente, in scena, in recitativo, in canto. Se è teatro, dunque, teatro fosse a tutti gli effetti, tanto più che la Fiorilla di Olga Peretyatko brillava di carattere e squillava di voce, il Geronio di Nicola Alaimo sapeva essere ora ridicolo e ora commovente ma all'occasione anche incattivito, il Narciso di René Barbera cantava squisito e agisce simpatico, il Prosdocimo di Pietro Spagnoli era perfetto, impagabile nella dizione come nell'ironia (con qualche inflessione a memoria dell'antico Bruscantini). E anche la Zaida di Cecilia Molinari sapeva "litigare" bene, l'Albazar di Pietro Adami bene sentenziare. Al femminile la direzione: Mirca Rosciani ha istruito il ben coinvolto coro della Fortuna di Fano, Speranza Scappucci ha diretto la Filarmonica "Rossini" con grinta (a volte troppa) ma sedendo al fortepiano ha distillato in recitativi con ogni verosimiglianza di eloquio. L'allestimento? un'altra storia. La premiata ditta Livermore-Falaschi ha accoppiato al Turco in Italia il felliniano 8 ½, facendone di tutti i colori, fin dalla sinfonia (uno di quei mirabili casi rossiniani di musica assoluta, splendidamente priva di significati) gettando sul palcoscenico clown e chiffon, travestendo i personaggi come la Cardinale e come Flaiano, vestendo da prete il cicisbeo. Ma siccome i cicisbei erano spesso abati, giusto: e se non giusto molto attendibile, molto divertente, molto accattivante lo spettacolo tutto. Per la cronaca: a parte le graditissime variazioni e improvvisazioni, rispetto alla partitura critica il tenore ha cantato anche l'aria "Un vago sembiante" e il buffo l'aria "Se ho da dirla avrei molto piacere", da rappresentazioni successive alla prima scaligera del 1813. E se, come pare, la seconda non è un fiore del giardino di Rossini fa lo stesso: è sempre farina del sacco grosso e bello della commedia in musica dell'epoca.
Livermore e Falaschi son tornati con il Ciro in Babilonia del 10 agosto, ma in compagnia di Nicolas Bovey e del suo fantastico apparato scenografico (quello, si ricorderà, che mimava il bianco e nero, la legnosità e, come dire? l'arcaicità del cinema muto). Reduce anche il protagonista, o meglio la protagonista en travesti: Ewa Podles ha esattamente ricostruito il suo folle personaggio, imponendo uno spessore contraltile tanto forte e scuro da sembrar quasi baritonale, e facendosi ampiamente perdonare la conseguenza di certi inevitabili squilibri (che la Horne, altro vero contralto, evitava con un registro centrale di "color chiaro"). Nuovo il soprano, l'eccellente Pretty Yende: soprano lirico-leggero notevole anche nella prima ottava, ha trillato, picchettato, adornato la parte di Amira con una sicurezza sbalorditiva (e sempre emergente, per esempio nei cumuli dei concertati). Primo tenore, l'ormai pesarese Antonino Siragusa: bella voce italiana costretta a cantar da cattivo (Baldassare, nemico di Ciro e amante della di lui moglie), ha lasciato intendere ogni parola, ogni sillaba dei lunghi recitativi. Che Jader Bignamini, alla guida dei soliti complessi bolognesi, ha giustamente tagliato qua e là: così la sua direzione scattante e affettuosa ne ha risentito ancora meno. A proposito di recitativi, anche Alessandro Luciano, come Arbace, aveva il suo bel daffare.
Sempre più frequentata e festeggiata, la XXXVII edizione del festival celebrava anche il ventennale del sodalizio con Juan Diego, tanto simpatico sul palcoscenico quanto benvoluto in platea.

Ultima modifica il Martedì, 22 Novembre 2016 16:39

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