venerdì, 28 luglio, 2017
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67. FESTIVAL DEL CINEMA DI BERLINO. -di Franco Sepe

67. FESTIVAL DEL CINEMA DI BERLINO

Enorme è stata l'affluenza del pubblico (sono stati venduti più di trecentomila biglietti) a questa ultima edizione della Berlinale, durante la quale in undici giorni e in diverse sale cinematografiche sono stati mostrati circa quattrocento film. Nella capitale tedesca, ancora sotto choc per il vile attentato dello scorso dicembre, non si percepivano per le strade del centro e nei luoghi adibiti alle proiezioni segnali particolarmente allarmanti. La presenza delle forze dell'ordine non superava quella prevista per le manifestazioni di massa, ma nella mente continuava ad annidarsi il fantasma del terrorismo, il nemico ancora tutto da sconfiggere. Per quanto riguarda la selezione delle opere in concorso, il festival non si è mosso dal suo tracciato, è rimasto fedele alla sua linea riconfermando lo schema: rare concessioni al cinema commerciale, soprattutto a quello statunitense; un certo numero di film d'autore, ma non solo; scarsa presenza e celebrazioni non eccessive delle star internazionali; attenzione massima, per quanto riguarda i contenuti, alle trasformazioni sociali e politiche in corso; storie d'amore e di sentimenti, sì, ma tutt'altro che convenzionali.
Ad inaugurare la rassegna è stato Django di Étienne Comar, opera prima di discreta fattura ma di media qualità ispirata alla figura di Django Reinhardt (interpretato da Reda Kateb), vera e propria leggenda del jazz europeo, di cui fu uno dei pionieri e dei massimi rappresentanti. Il racconto non coglie un intero arco di esistenza bensì è incentrato su un episodio particolare, tra i più drammatici nella biografia del chitarrista gitano. Quello della fuga da Parigi occupata dai nazisti. Costretto a cercare riparo con la sua famiglia, in pieno inverno, nei pressi del confine svizzero, il re del Gipsy Swing che ha incantato con il suo vitalismo il pubblico parigino si trova ora a sbarcare il lunario suonando in una bettola e, nella speranza di salvare la comunità sinti a cui si è nel frattempo unito, è costretto a esibirsi davanti alle truppe naziste impegnate a distruggere i campi rom e a deportarne i suoi membri. Salvatosi per puro miracolo, dirigerà, di ritorno nella capitale francese, il suo Requiem (la cui partitura in realtà è andata perduta), un'opera per coro e orchestra dedicata ai gitani soppressi nei campi di concentramento.
Tratto dall'omonimo romanzo di Herman Koch, The Dinner diretto da Oren Moverman e interpretato da Richard Gere, Steve Coogan, Laura Linney e Rebecca Hall si svolge, se si escludono i numerosissimi flashback di cui è intessuto il racconto e il finale, in un lussuoso ristorante alla moda le cui ricercate portate, esibite dai camerieri con la massima affettazione, sono parte integrante della messinscena familiare in gran parte intonata all'ipocrisia. Due fratelli, l'uno noto politico e governatore in pectore, l'altro insegnante dalla personalità instabile e con precedenti psichiatrici, si incontrano con le loro rispettive mogli per decidere se denunciare alla polizia e rendere così pubblico o invece occultare l'atto criminoso commesso dai propri figli adolescenti responsabili di aver dato fuoco a una clochard di colore accampatasi di notte in una cabina telefonica. Impietoso e corrosivo nel tratteggiare le ambiguità politiche e le dinamiche familiari dell'alta borghesia americana, il film di Moverman, che alterna momenti di forte tensione a un ritmo più intimistico e introspettivo, pone al centro la questione morale di due famiglie messe in crisi dall'assurdo e inspiegabile comportamento dei figli, rinunciando a far valere un proprio punto di vista. Notevole l'interpretazione di Steve Coogan nella parte di Paul, il fratello psichicamente labile.
Apprezzabile The Party di Sally Potter, con Kristin Scott Thomas, Patricia Clarkson, Bruno Ganz, Cherry Jones, Emily Mortimer, Cillian Murphy. La padrona di casa è un ministro di fresca nomina, tra gli amici venuti a festeggiarla c'è la femminista April accompagnata dal suo fidanzato tedesco, ecologista convinto e cultore della medicina olistica, c'è una coppia lesbica in dolce attesa di tre gemelli, c'è un faccendiere e cocainomane venuto per uccidere Bill, l'amante di sua moglie. Questi, il principe consorte della serata, l'accademico distrutto dall'alcol, oltre a confermare la tresca, ha annunciato a tutti la sua imminente estinzione per un male giudicato dai medici incurabile. In questa pellicola in bianco e nero di soli 71 minuti la regista di Orlando e di Lezioni di tango imbastisce una storia perfida ed esilarante che mette in ridicolo le opzioni liberali, le conquiste civili e ogni forma armonica di convivenza facendole tutte regredire, attraverso il gioco al massacro degli invitati, alla pura animalità.

BERLINO 01 On body and soul

On Body and Soul, il film vincitore dell'Orso d'oro, di Ildikò Enyedi, è stato il primo di una serie di storie d'amore piuttosto particolari. Ambientato in un mattatoio, il racconto del difficile connubio tra due anime gemelle si serve invece della metafora animale per leggere in positivo le relazioni umane. La scena ricorrente di cauto avvicinamento e annusamento tra cervi di ambedue i sessi in un bosco ghiacciato, che apre il film, si scopre più tardi che per una curiosa coincidenza risulta appartenere sia a Endre che a Mària (due ruoli stupendamente interpretati da Alexandra Borbély e Geza Morcsany). È il sogno che essi, a loro insaputa, condividono di notte, mentre durante il giorno i loro tentativi di aprirsi sentimentalmente sono destinati a naufragare. Con grande sensibilità e perizia, alternando felicemente il registro realistico con quello talvolta comico e ironico della commedia, la regista ungherese riesce a creare un mondo di remore, di emozioni latenti, trattenute, inespresse nella loro dimensione verbale e corporea, che solo con uno sforzo estremo da parte di queste due esistenze solitarie può infine, quando tutto ormai sembra irrimediabilmente perduto, rovesciarsi nel suo contrario. L'ostacolo rappresentato dalla menomazione fisica (un braccio paralizzato) del direttore del macello e da quella psichica di Mària (ossessionata in maniera autistica dalla precisione, dalle date, dai numeri) non impediranno ai due di ritrovarsi l'uno accanto all'altro con i loro corpi e le loro anime.

BERLINO 02 Ana mon amour

La storia di Ana e Toma, dai primi incontri nello studentato fino alla vita coniugale, una storia ripercorsa analiticamente sul lettino dello psicoterapeuta, è ben descritta nei dettagli – uno studio psicologico quasi alla maniera di Bergman – in Ana, mon amour del regista rumeno Calin Peter Netzer, vincitore di un Orso d'oro nel 2013 con Il caso Kerenes. Sofferente di attacchi di panico e tendente alla depressione, Ana trova in Toma sostegno e protezione, e solo dopo alcuni anni, grazie alla psicoanalisi, riconquista la sua indipendenza e può affrontare serenamente la maternità e la vita professionale; Toma invece, man mano che la sua compagna e moglie riprende quota e si evolve nella sua personalità, cade in una profonda crisi, complici la disoccupazione e i continui attacchi di gelosia. Inoltre, l'inadeguatezza delle due famiglie di origine a fornire alla giovane coppia un utile sostegno, il contrasto tra la mentalità tradizionale dei genitori e quella dei figli in una società in frantumi ma che aspira al nuovo, la sfera sessuale libera da ogni tabù, diventano parte integrante di una vicenda narrata con maestria, se si prescinde da un certo uso talvolta eccessivo del registro psicoanalitico. Indiscutibile la bravura dei due interpreti principali, Mircea Postelnicu e Diana Cavallioti. A Dana Bunescu è andato un Orso d'argento per il montaggio, uno dei pregi indiscutibili di questa co-produzione franco-rumena.

BERLINO 03 Una mujer fantastica

Di amore, di lutto e di umiliazioni parla invece Una mujer fantastica del regista cileno Sebastián Lelio. Il dramma intimo di Marina, un donna transessuale interpretata da Daniela Vega, una vera rivelazione nel mondo della celluloide, è al centro di questa storia la cui eroina, stravolta dalla morte improvvisa del suo amatissimo compagno, a causa della sua mutata identità sessuale viene sospettata dalla polizia, ingiuriata dalla moglie divorziata, dal figlio e dai familiari del suo defunto partner, che le vietano di prendere parte alle esequie. La macchina da presa è come incollata addosso alla protagonista durante tutto questo suo calvario, indugia sul suo volto gioioso nelle prime scene che raccontano l'amore, un volto adesso contratto dal dolore e dalla costernazione, ne registra minuziosamente i gesti che sfidano l'inerzia alla quale il giudizio degli altri sembra volerla condannare. Al regista Lelio e a Gonzalo Maza è andato un Orso d'argento per la migliore sceneggiatura.

BERLINO 04 The other side of hope

A conquistare invece quello per la migliore regia è stato Aki Kaurismäki il quale con The Other Side of Hope ha voluto misurasi, senza rinunciare alla sua ironia sorniona e agli effetti comici che scaturiscono dagli ambienti e dai volti dei personaggi che fanno da contorno alla storia, con un tema attualissimo, quello dell'accoglienza dei profughi. Il protagonista, Kahled (Sherwan Haji), un siriano arrivato a bordo di una nave al porto di Helsinki dopo lunghe peripezie, consegnatosi subito alle autorità viene cortesemente sistemato in un alloggio per rifugiati ma, dopo una serie di accertamenti di routine, altrettanto cortesemente viene obbligato a lasciare il paese. Paese nel quale Kahled si è incaponito a voler restare, procurandosi un lavoro in uno scalcinato ristorante e falsi documenti, ma anche delle grane con un gruppo di agguerriti razzisti, e tutto ciò per poter infine riabbracciare sua sorella persa di vista nell'attraversamento di mezza Europa.
L'Orso d'argento - Gran premio della giuria è stato assegnato a Félicité diretto dal franco-africano Alain Gomis. L'omonima protagonista è una donna fiera e indipendente che si guadagna da vivere con le sue potenti e malinconiche melodie in un bar, ma la cui esistenza comincia a vacillare quando suo figlio resta gravemente ferito in un terribile incidente. Sarà Tabu, un cliente assiduo del bar dove la cantante si esibisce, ad offrirle un sostegno e a farla riemergere insieme al figlio convalescente da quel buio senza speranze in cui è scivolata.
Altre due opere, oltre a Django, erano dedicate al mito del genio artistico. The last portrait di Stanley Tucci, tratto la libro omonimo di James Lord, ma fuori concorso, racconta l'esperienza fatta da quest'ultimo, un giornalista e scrittore americano, invitato da Alberto Giacometti al culmine della sua carriera e della sua esistenza terrena a posare per un ritratto che viene di volta in volta azzerato dalle pennellate di grigio con le quali, deluso del risultato, il maestro desidera mettere fine al suo tormento d'artista. Uno straordinario Geoffrey Rush veste i panni dell'ostico Giacometti. L'altra pellicola intitolata Beuys è un documentario con il quale Andres Veiel, a trent'anni dalla sua scomparsa, ha voluto rendere omaggio all'artista visionario montando materiali audiovisivi di vario genere.
Tra i film d'autore c'era anche Return to Montauk diretto da Volker Schlöndorff e scritto insieme al noto romanziere irlandese, Colm Toibin. Tornato a New York, dove lo attende sua moglie, per promuovere il suo ultimo libro, uno scrittore tedesco, interpretato da Stellan Skarsgård, decide di incontrare ad ogni costo una donna (Nina Hoss) con la quale ha avuto in passato una relazione travagliata e che poi ha abbandonato al suo destino. Una pellicola vecchio stile di rimorsi e rimpianti, con situazioni e dialoghi a cui manca la forza evocativa del cinema. Il film è dedicato a Max Frisch, ma siamo ben lontani da Homo Faber e dalla trasposizione di Schlöndorff che portando sul grande schermo il romanzo dello scrittore svizzero ne aveva preservato le virtù e la grazia.
Un'unica opera italiana era presente al festival (i nostri produttori e registi avranno optato per Cannes, visto che nel giro di quattro anni, con i fratelli Taviani e con Gianfranco Rosi, l'Italia ha portato a casa per ben due volte la statuetta più ambìta dai cineasti), ma non nella sezione ufficiale, Call me by your name di Luca Guadagnino. Un film Co-prodotto da James Ivory, al cui Maurice rimandano le soavi atmosfere e delicate intimità di questa storia d'amore e di iniziazione omosessuale. Un Orso d'Oro alla carriera è sato infine assegnato a Milena Canonero, la grande costumista in passato già premiata con quattro Oscar.

Ultima modifica il Venerdì, 24 Febbraio 2017 21:35

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