lunedì, 25 settembre, 2017
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FESTIVAL DI SPOLETO 60 - EDIZIONE 2017: "Hamletmachine" di Heiner Müller . -a cura di Gigi Giacobbe

"Hamletmachine", regia Bob Wilson "Hamletmachine", regia Bob Wilson

Hamletmachine di Heiner Müller
secondo Bob Wilson nella Sala convegni di San Nicolò nel 60° Festival dei due Mondi

Quando nei primi di dicembre del 1994 intervistai Heiner Müller, in occasione della 4ª edizione del Premio Europa per il Teatro assegnatogli al Palazzo dei Congressi di Taormina, il più importante drammaturgo tedesco del XX secolo dopo Bertolt Brecht aveva una fascia bianca al collo perché operato da poco per un cancro alla gola e nonostante ciò fumava un grosso sigaro (sarebbe morto l'anno successivo, il 30 dicembre per l'esattezza), gli chiesi come voleva essere ricordato, anche se quest'ultima domanda, era più lunga e articolata. La risposta fu secca: «Come un vampiro che torna sempre». E' tornato Müller poi, tante volte, con i suoi lavori ripresi da vari registi, e torna adesso a Spoleto nella Sala convegni del San Nicolò con Hamletmachine uno dei suoi testi più paradigmatici concepito nel 1977 dopo il suo primo viaggio negli States e messo in scena la prima volta da Bob Wilson nel 1986 nel teatro della New York University. Adesso in questa seconda versione, basata su quella di 31 anni fa, Bob Wilson utilizza 15 giovani attori dell'Accademia nazionale d'arte drammatica Silvio D'Amico, tutti meritevoli di lode per come hanno approcciato un testo che si snoda come una matassa di fil di ferro. Con riferimenti ai personaggi dell'Amleto di Shakespeare e altri del bardo come Riccardo III e Macbeth o di Dostoevskij come Rasko'nikov, comparendo di sfuggita il Dottor Zivago, Marx, Lenin e financo Mao e citazioni riprese da Eliot, Holderlin, Conrad e Manson, l'uccisore di Sgharon Tate, con allusioni a fatti storici come l'insurrezione ungherese del 1956 citata come Pest a Buda. Appena si entra in sala c'è già un personaggio somigliante a Hitler che esegue con la sua bianca faccia ogni tipo di smorfie. Dietro di lui una madame con ampia tunica seduta su una sedia d'ufficio con folti capelli acconciati come presi dal vento, muove le dita delle mani con gli occhi rivolti verso lo schermo bianco di sinistra con riflessi grigio-perla, accanto al quale spicca un bianco albero spoglio beckettiano. Più avanti, verso la donna, c'è una seggetta e un tavolo stretto e lungo posto di traverso corredato da una sfilza di sedie nere. Già le luci, l'immobilità dei personaggi, le aure metafisiche senza tempo, sono una firma di Bob Wilson. Entrano in scena una dozzina di performers che si siedono a terra con le spalle al pubblico. Inizia un prologo senza parole che dura 30 minuti scarsi, durante i quali ad ogni schiocco di noce o simil-nacchera ogni personaggio si situa in uno spazio ben preciso. Tre donne con abiti a fiorellini (i costumi erano di Micol Notarianni) e pettinature tutte boccoli, in stile anni '40/'50, con movenze simili a quelle nuotatrici di nuoto sincronizzato prima di entrare in acqua, prendono posto dietro quello stretto tavolo nero, muovendo un dito sulla testa come se volessero titillarlo e la madame di prima ad ogni movimento di testa spolvera intorno a se aloni di polvere bianca, forse cipria ed è colta quasi sempre nell'atto di urlare senza emettere alcun suono. Due figure in abito grigio-scuro si muovono all'unisono come gemelli siamesi: sapremo poi che uno dei tanti Amleto - uno tutto borchiato, un altro con capelli rossi con libro in mano e uno magrolino con capelli come chiodi che ad un tratto soltanto il suo volto s'illuminerà di rosso - li appellerà come Polonio e Orazio e spunta dal buio una donna in bianco e un personaggio in tuta dorata, in stile goldfinger, che a passi di danza saltella come se giocasse al "gioco del campanaro", fermandosi poi su una sola gamba nella posizione d'un angelo volante. Intanto quello schermo di sinistra s'illumina d'arancio, d''azzurro, di rosso ed entra in scena un'elegante signora in abito bordeaux che si sistema accanto a quello schermo che ridiventa perlaceo e la fila si completa con un ragazzo falso-nero in tonaca pure nera e lunga sino ai piedi che a passi felpati si posizionerà dietro quest'ultima figura nell'atto di cingerle le mani dietro gli occhi. Mi sono soffermato a descrivere nei particolari questa prima scena, perché poi in quelle successive, in tutto cinque come i cinque quadri che compongono il testo per complessive 9 pagine, la scena girerà di 90 gradi in guisa che si vedranno gli stessi elementi scenici di fronte, sul lato destro, pure sulla quarta parete, quella del pubblico, per ritornare infine a quella dell'inizio e con quella primaria figurina hitleriana che alla fine chiuderà il palcoscenico con un telo bianco. E se la scena è sempre la stessa, ruotando per complessivi 360 gradi, non è così per la sceneggiatura che va avanti secondo le indicazioni di Müller e la genialità di Wilson che non taglierà una sola parola. Quanto al titolo questo Amleto di Müller non è Robocop né un Airon man né tantomeno il nipponico Tatsuo del regista Tsukamoto. E' piuttosto uno che è stato Amleto e che adesso non recita alcun ruolo e le sue parole non dicono più niente, al punto che quando qualcuno mostra la foto di Müller in scena e subito dopo la strappa dicendo: «Rompo la mia carne sigillata...Mi ritiro nelle mie viscere. Prendo posto nella mia merda... Voglio essere una macchina. Braccia per afferrare gambe per camminare nessun dolore nessun pensiero» si capisce il senso di morte che ha provato l'uomo Müller nel vivere in una Germania spaccata in due al tempo in cui il muro ancora non era stato abbattuto. C'è anche da dire che Ofelia qui, frammentata in tante Ofelia, sale sugli scudi sembrando non più quella fanciulla che sbavava per Amleto, quanto piuttosto una donna forte che ha smesso d'uccidersi, una che si strappa l'orologio dal petto che era il suo cuore e che nel nome di Elettra e nel nome delle vittime soffoca tra le sue cosce il mondo che ha partorito, seppellendolo nella sua vagina, inneggiando all'odio, al disprezzo, alla rivolta, alla morte. Lo spettacolo si chiude al ritmo di tango, anche se in precedenza le musiche di Jerry Leiber e Mike Stoller avevano vivacizzato con motivi allegri i cambi di scena, riportandoci allo spettacolo originario quando la voce d'una soprano accompagnava alcuni brani del testo e appariva sullo schermo l'immagine della scenografia identica a quella di oggi.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Martedì, 18 Luglio 2017 11:21

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