lunedì, 20 novembre, 2017
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Macerata Opera Festival 2017 - "Madama Butterfly" nella messinscena di Nicola Berloffa. -a cura di Marco Ranaldi

"Madama Butterfly" regia Nicola Berloffa. Foto Rosellina Garbo "Madama Butterfly" regia Nicola Berloffa. Foto Rosellina Garbo

Giacomo Puccini chiude la sua Butterfly come sappiamo, adottando lo stilema scenico del suicidio che era poi l'unico modo di dare dignità all'amore "piccolino" di Cio Cio San. Questo perché Puccini amava le tinte forti e quindi i personaggi fragili ma dalla forte dignità. E' quindi l'insano gesto del togliersi la vita che permetterà a Cio Cio San di aver la libertà di decidere come gestire il proprio onore. Puccini non risparmia il maschile negativo, un Pinkerton conquistatore d'America che non ha nessuna intenzione di rispettare il patto suggellato con Cio Cio San. Puccini non ha nessuna intenzione quindi di giustificare le scelte di un uomo incapace di porre amore in quello che c'era di buono nella sua vita. Puccini sa che scrivere Madama Butterfly significa spezzare qualsiasi atto di pace verso il conquistatore, verso colui che deturpa ciò che c'è. Potremmo fare tante supposizioni dei perché ma certamente Puccini non scrive quest'opera inconsapevole dell'effetto che avrebbe avuto sul pubblico, tanto da sdegnare non poco l'opinione pubblica. Mettere in scena quest'opera non è cosa facile, mettere in scena qualsiasi opera di Puccini richiede un certo coraggio ed una certa disposizione ad aprire le menti di chi vede. Anche nella messinscena di Nicola Berloffa per il Macerata Opera Festival succede questo. Egli sa di muoversi su un terreno non agevole, sa quindi cercare una strada interpretativa che possa aprire delle prospettive, lo fa attraverso il mezzo filmico, attraverso la rappresentazione nella rappresentazione. E' quindi un teatro nel teatro nel primo atto, è quindi un cinema nel teatro nel secondo e terzo atto. Non c'è gioco se non è simbolico, non c'è gioco se non c'è profondità interiore, diremmo inconscia. Muoversi sulla complessa musica di Puccini fatta di micro cellule tematiche, di rimandi e di inflessioni, di tentativi assolutamente moderni di sovrapporre voci all'orchestra non lascia molti agi a chi deve muoversi in scena. Quello che fa Berloffa è proprio questo ovvero riconquista uno spazio interiore per proiettarlo all'esterno come cinema, come retrò di un tempo indefinito o semplicemente passato. La Williams che sovrintende al coro detto a bocca chiusa è quanto mai strepitoso, come qualsiasi bianco proiettato che dissolve il futuro, le passioni e soprattutto i desideri. E' certamente un dramma quello scritto da Illica e Giacosa ma lo è di più per ciò che Puccini non dice, ovvero quel senso infinito, impenetrabile e distruggente del non essere capace di definire l'amore se non come distruzione. E' quindi una mera illusione quella che vive Cio Cio San che per Pinkerton invece è altro tradotto in un bambino da rapire e crescere nella civile America. E' ciò che Puccini non manca di far dire all'orchestra, alle voci, ad una narrazione troppo moderna ancora oggi. I veri protagonisti della Madama sono due: Cio Cio San e Suzuky. Tutto il resto serve a reggere la scena, a creare il contorno, anche lo stesso Pinkerton o Sharpless sono figure che servono all'azione femminile. Perfette quindi sono state Maria Josè Siri (Cio Cio San) e Manuela Custer (Suzuki); reggono con grandissima passione e professionalità la difficile scrittura pucciniana. La Siri ha nell'anima ciò che canta e lo fa arrivare come poche, creando quindi una perfetta coesione fra l'idea pucciniana e la svelata passione vitale. Non è da meno la Custer che regge il suo personaggio molto difficile da rendere. Antonello Palombi è Pinkerton mentre Alberto Mastromarino è Sharpless. Poi le figure che Puccini usa per rendere fluida la scena come Goro (Nicola Pamio), Yamadori (Andrea Porta), Lo zio bonzo (Cristian Saitta). Compagnia di gran classe. La direzione di Massimo Zanetti non lascia dubbio alcuno, la sua gestualità essenziale imprime all'intera partitura un'idea di grandezza, senza mai calcare i volumi più del dovuto, senza mai imprimere alla partitura particolari orpelli. Lavora con un'ottima orchestra come quella della Fondazione Orchestra Regionale della Marche, molto bravi, intonati, attenti ai colori. Dicasi lo stesso per il Coro "Bellini" e del suo maestro Carlo Morganti. Scene di Fabio Cherstich, costumi di Valeria Donata Bettella e luci di Marco Giusti.

Marco Ranaldi

Ultima modifica il Sabato, 29 Luglio 2017 23:03

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