lunedì, 20 agosto, 2018
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FESTIVAL NATURA DÈI TEATRI 2018 - “Il Grande Teatro del Mondo”, installazione, costumi e regia Maria Federica Maestri.- di Franco Acquaviva

Lenz Fondazione, Il Grande Teatro del Mondo. Foto Francesco Pititto Lenz Fondazione, Il Grande Teatro del Mondo. Foto Francesco Pititto

Il Grande Teatro del Mondo
Videoinstallazione + performance

da Calderón de la Barca

Testo e imagoturgia | Francesco Pititto

Installazione, costumi e regia | Maria Federica Maestri

Interpreti | Barbara Voghera, Paolo Maccini, Franck Berzieri,
Carlotta Spaggiari, Valeria Meggi, Matteo Castellazzi,
Sandra Soncini, Lara Bonvini, Valentina Barbarini, Lorenzo Davini,
Monica Bianchi e Eugenio Degiacomi (basso)

Musicisti | Sara Dieci, Alessandro Trapasso, Luciano D'Orazio,
Alessio Zanfardino, Francesco Monica e Francesco Melani,
clavicembalisti diretti dal Maestro Francesco Baroni

Composizione e rielaborazione musicale elettronica | Claudio Rocchetti

Cura | Elena Sorbi

Organizzazione | Ilaria Stocchi

Ufficio stampa e comunicazione | Michele Pascarella

Cura tecnica | Alice Scartapacchio

Media video | Stefano Cacciani
Il Grande Teatro del Mondo è un progetto scenico di Lenz Fondazione realizzato in collaborazione con il Complesso Monumentale della Pilotta, con il sostegno di AUSL Parma – DAI SM-DP, dell'Instituto Cervantes de Milán e con il contributo di MiBACT Ministero dei Beni delle Attività Culturali e del Turismo, Regione Emilia-Romagna, Comune di Parma, Fondazione Cariparma, Fondazione Monteparma.
Partner artistici: Conservatorio di Musica Arrigo Boito di Parma e Associazione Ars Canto G. Verdi Coro Voci Bianche e Coro Giovanile.
Partner tecnici: AuroraDomus Cooperativa Sociale O.N.L.U.S, Koppel A.W.. Il progetto è parte integrante di EnERgie Diffuse Emilia-Romagna un patrimonio di culture e umanità e 1618-2018 Quattrocento anni del Teatro Farnese di Parma, manifestazioni insignite del marchio dell'Anno europeo del patrimonio culturale 2018.

Complesso Monumentale della Pilotta, Parma, Festival Natura Dèi Teatri, 21 giugno 2018

Un teatro totale che vede nei luoghi dei catalizzatori di energie, che interroga poeti sommi, in grado di affrontare i grandi temi dell'umanità; un teatro lontano, una volta tanto, dalle derive sociologiche e dai nonsense semplicistici di certa performance contemporanea: così Lenz si è ritagliato un suo ambito di presenza, solitario ma non isolato, suscitando scenicamente siti monumentali antichi e moderni – "generandoli più che rigenerandoli" per citare un'espressione di Maria Federica Maestri – con un ensemble di attori che pare annullare tutti i confini (cos'è normale? cos'è bello? cos'è attore?), e con una prassi registico-drammaturgica che riesce spesso ad operare sintesi di perturbante bellezza, come orientata dall'istinto alchimistico della "coniunctio oppositorum", in uno sprigionare di energie occulte, latenti. Così questo "Gran Teatro del Mondo", prima parte di un progetto su Calderón de la Barca che, in tripartita scansione spaziale, è andato in scena nel complesso monumentale della Pilotta, a Parma. Stupisce la semplicità e l'evidenza metaforica della drammaturgia del poeta spagnolo, rielaborata da Francesco Pititto, dove il teatro diventa trasparente immagine della Vita e del percorso che l'Anima compie sulla Terra. Lo Scalone Imperiale, la Galleria Nazionale e il Teatro Farnese scandiscono la commedia dell'Uomo, diretta in scena da un personaggio, l'Autore – che è Dio – presentata dal personaggio Mondo il cui compito è squadernarne la fantasmagoria e assegnare le parti, e agìta dai personaggi allegorici della commedia umana di sempre (il Re, il Povero, il Contadino, la Bellezza ecc). Dov'è la giustizia? Sentiamo l'urlo del Povero che chiede ascolto e attenzione al Re e al Ricco, agitati dal pungolo del possesso e del potere. Ma è la commedia del mondo, tutti lo sanno e tutti lo dimenticano; tutti sanno che dovranno restituire al Mondo le loro ricchezze o miserie e tutti lo dimenticano. Su ogni cosa aleggia la Legge di Grazia, le cui parole sono ripetute più volte in lingua originale, con effetto di intarsio o di lacerto o di eco della voce del Poeta: "Ama al otro como a ti,/ y obra bien, que Dios es Dios". Lo spettacolo si avvia in cima allo scalone della Pilotta, davanti al grande portone ad arco in legno scolpito che delimita l'ingresso del teatro. L'imagoturgia di Pititto sigla qui il suo primo intervento accostando al gigantismo della struttura architettonica l'altrettanto monumentale proiezione del corpo umano sul portone. Un prologo dove l'Autore e il Mondo si passano il testimone per dare inizio alla cosmica commedia. E qui spicca l'attrice "sensibile", con sindrome di Down", Barbara Voghera, per intima forza, per una fisicità tutta gravitante attorno a un denso nucleo d'energia interno, che si esplica in una gestualità accentata, decisa, baricentrica, con mani e braccia a comporre un'essenziale partitura e una fonìa in cui le parole vengono come rese materiche, masticate, dal lavorio della muscolatura facciale.

Lenz Fondazione 01 Il Grande Teatro del Mondo - foto di Francesco Pititto

La scena nella galleria neoclassica si caratterizza anche per il dinamismo dei performer, tutti straordinari, con le attrici incuffiate e strette in tuniche monacali bianche e nere che "iconizzano" posture e azioni; lavorano sulla lunghezza, moltiplicando corse e movimenti, come attraversate da un'energia arcaica: bassorilievi di un'antica cattedrale che prendano vita. Colpisce l'accostamento tra i tesori artistici esposti e la cifra iconografica resa dagli attori (un'immagine su tutte: la piccola e tormentata figura rossa del personaggio di Mondo, di contro alla bianca classica compostezza della scultura di Antonio Canova sullo sfondo); un dialogo visivo fatto di allusioni, consonanze e dissonanze. Qui ci è parsa più difficoltosa la ricezione delle parole, certo dovuta anche alle caratteristiche acustiche non ideali della galleria. Ricezione che risulta più chiaramente percepibile nell'indescrivibile, meraviglioso Teatro Farnese, cui si accede subito dopo, dove la parola si può stagliare con maggiore intelligibilità, sostenuta da un tappeto sonoro elettronico e dal reiterarsi del tema della "Follia", suonato da quattro clavicembali posti agli angoli dell'immensa, vuota, platea. Qui la forza del luogo veicola naturalmente la metafora del Gran Teatro del Mondo. L'inusitata lunghezza (e larghezza) della sala ellittica ospita ai due estremi, nella loggia ducale di persona e sul palco scomposto in tre primissimi piani, proiettati su altrettanti grandi schermi, la presenza dell'Autore-Dio: un'immagine scenica di poetica evidenza del principio teologico del Dio Uno e Trino.
E' un pensiero teatrale di sacra e semplice solennità quello di quest'opera di Calderón-Pititto, che regola l'entrata in scena degli attori con l'apertura di due porte: la culla e la tomba; e vengono in mente i versi di Whitman in quella poesia tutta intessuta degli stessi motivi, in corsa dualistica, della culla e del sepolcro, che inizia con "Dalla culla che dondola incessante" e distilla, sul finire, quel "death, death, death, death, death" che è "parola venuta dalle onde/ la parola del canto più dolce, e di ogni altro canto,/Quella forte e deliziosa parola che, strisciando ai miei piedi/ (O come una vecchia che dondoli una culla...)/ Mi sussurrò il mare". Αltrettanto solenne e semplice è qui il mondo-teatro messo in scena in un teatro-mondo che nella sua magnificenza spoglia, nel suo contraddittorio eternarsi in forme assolute scolpite nella materialità effimera del legno, pare cogliere l'ambivalenza stessa del concetto di teatro (e di vita): così anche i nostri corpi sono cattedrali effimere, tendenti alla luce come alla tenebra, fatte di materia e di cosmo.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Lunedì, 02 Luglio 2018 06:30

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