sabato, 20 ottobre, 2018
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A Santarcangelo la paura fra nudità e polpastrelli inchiostrati. -di Nicola Arrigoni

Motus - CHROMA KEYS. Foto Tristan Petsola Motus - CHROMA KEYS. Foto Tristan Petsola

A Santarcangelo la paura fra nudità e polpastrelli inchiostrati
Di Nicola Arrigoni

Che lo si voglia o meno il festival di Santarcangelo ogni anno trova il modo di far parlare di sé al di là di questioni meramente teatrali. Anche quest'anno a conquistarsi le locandine dei giornali è stata una performance corale, Multitud di Tamara Cubas. Il motivo? «Attori recitano nudi in piazza. È polemica», si leggeva sulla civetta. L'effetto è stato immediato e prevedibile: lo Sferisterio preso d'assalto per la replica di Multitud. Da qui si vuole partire per raccontare un fine settimana -il primo – di un festival ad alto tasso performativo che pur con i suoi 48 anni di vita non manca di offrirsi come vetrina del teatro e delle sue tendenze, molteplici, liquide, cariche di incertezza, di una disperata e disperante afasia. E allora anche il lavoro di danza collettiva -realizzato da Tamara Cubas con una settantina di persone scritturate sul territorio - sta nella filosofia del festival che cerca da qualche decennio, se non fin dalle sue origini di proporre il teatro come detonatore sociale, provocazione estetica nei confronti della realtà. Multitud è incontro di corpi, è un esito laboratoriale con tutte le dinamiche legate alla costruzione di fiducia e di prossimità fra corpi che non si conoscono. Il ruolo dello spettatore è di voyeur o meglio di testimone di come si forma una moltitudine che si compatta e si scinde a seconda degli stimoli, delle credenze, delle appartenenze e, nel caso dell'atto performativo, della musica. In tutto ciò sta anche la nudità, frutto del mettersi nei panni dell'altro in un convulso scambiarsi gli indumenti, nudità parziale e lasciata alla scelta dei singoli performer, nudità che ha fatto titolo per i giornali ma che nella realtà dei fatti non ha sortito alcuna evidente contestazione. Forse in questa paura del mettersi a nudo e nel mostrare corpi singoli che diventano moltitudine sta il senso di quel Cuore in gola che dà il titolo alla kermesse, firmata da Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino. E allora Arrêt sur immage di Panagiota Kallimani ci presenta una classe di scolari, tutti nei loro banchi, immersi nell'oscurità e illuminati solo da una lucina a led sul banco. L'effetto è inquietante: la normalità di un'aula scolastica mostra qualcosa di insolito, mostra dei bambini che si annoiano, cercano un loro spazio, muti si concedono veri e credibili agli occhi di una platea adulta che prende coscienza della passività esplosiva di quei bimbi normalizzati e omologati dalla scuola. E allora Dewey Dell con I am within si concentra sulle fiabe per affrontare il tema della morte e della paura della morte, in una performance affidata a giovanissimi interpreti.

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In un inizio di festival legato alla danza e alle sue molteplici potenzialità installative si crede che in Minor matter di Ligia Lewis ci sia il tentativo di offrire un bolo coreutico che spazia dalla street dance al Bolero di Ravel con eco bejartana, peccato che in tutto questo accumulo di segni non ci sia energia, né intensità di gesto e poetica, ma solo noia.

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Laddove invece pensiero e movimento si fondono è nell'assolo di Alessandro Sciarroni, Don't be frightened of rurning the page. Nel vuoto di una palestra - Sciarroni comincia a roteare su se stesso, riducendo e allargando lo spazio, costruendo gesti minimi con mani e mimica facciale che dicono, sollecitano immagini, storie. In questo suo roteare il braccio si tende in un saluto romano, il pugno si chiude e protende al cielo, le dita del Cristo in gloria dicono di un tempo in cui Dio faceva mondo. E ancora quella mano che nel roteare si fa ora carezza e ora schiaffo dice di un essere e agire che si compie e completa nello sguardo dell'altro. È come se Alessandro Sciarroni nel suo silenzioso roteare si facesse mondo, sintetizzasse in sé l'Uomo e la sua Storia. Michelle Moura in Fole offre l'opposto di Sciarroni: mette in scena il respiro, il suono del corpo, la fisicità solipsistica che esiste di per sé, si autoalimenta in un gioco di resistenza esistenziale che ha un esito autolesionistico e distruttivo. Antidoto a tutto ciò può essere la necessità di regalarsi nuovi spazi, nuovi orizzonti possibili ed è quanto fa Silvia Calderoni dei Motus in piazza Ganganelli con l'installazione e performance, Chroma keys, un divertissement cinematografico in cui l'attrice abita spazi filmici condivisi con la gente in piazza in un dialogo fra presenza reale del performer e sua metamorfosi fantasmatica sullo schermo. C'è voglia di un altrove per conoscersi o riconoscersi, c'è voglia di un altro da sé per sconfiggere le proprie paure o magari per misurarci con esse. Ma c'è anche chi va in cerca di un altrove per vivere e avere un'altra possibilità di vita. È il caso dei migranti, di coloro che s'imbarcano, affrontano il mare in cerca di un futuro migliore. Tania El Khouri in As Far As My Fingertips Take Me ci rende migranti. La performance per spettatore solo chiede di ascoltare in cuffia la storia di un richiedente asilo, il canto di chi ha attraversato il Mediterraneo per una vita migliore. Nel mentre non visto un attore disegna sul braccio dello spettatore delle sagome di uomini in viaggio e prende le impronte digitali. Si esce segnati ma nella possibilità di lavarsi via il nero dell'inchiostro dai polpastrelli si avverte netta la sensazione di essere malvoluti, guardati con sospetto, schedati.... E in questa sensazione che ci si porta via e permane insieme ai polpastrelli anneriti c'è la forza della tradizione e ansia di pensiero di Santarcangelo Festival 2018.

Ultima modifica il Martedì, 10 Luglio 2018 13:26

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