martedì, 20 novembre, 2018
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CRISALIDE FESTIVAL XXV - Arti dinamiche del presente 1-16 settembre 2018. -a cura di Franco Acquaviva

"Macbetto" di Giovanni Testori "Macbetto" di Giovanni Testori

Crisalide Festival XXV - Arti dinamiche del presente
L'esperienza selvaggia
1-16 settembre 2018
Teatro Felix Guattari e Fabbrica delle Candele, Forlì
Direzione artistica Lorenzo Bazzocchi
Organizzazione e cura Masque teatro
Staff Eleonora Sedioli, Mariasole Brusa, 
Margherita Favali, Jessica Imolesi, Annarita Giberti,
 Cinzia Monari, Ilaria Stefani
Tecnica Angelo Generali, Luca Ravaioli, 
Roberto Torrenzieri, Leonardo Casadio
Ufficio Stampa Michele Pascarella
Progetto grafico Eleonora Sedioli
Con il contributo di Regione Emilia-Romagna, 
Comune di Forlì, Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, 
Romagna Acque-Società delle Fonti

Visitato il 14 e 15 settembre 2018

Crisalide è un festival longevo che si svolge nelle plaghe apparentemente tranquille di una Romagna teatrale di eccezionale vigore, di cui sono rimaste tracce indelebili nel paesaggio del teatro italiano degli ultimi 40 anni. Un gruppo come Masque Teatro da un quarto di secolo riesce a tener vivo e a far zampillare di presenze significative un appuntamento lungo quasi dieci giorni; un respiro da maratoneti per un programma che è un concentrato dei nomi migliori della scena italiana (Roberto Latini, Kinkaleri, Fanny e Alexander, Teatro delle Albe, Muta Imago, Menoventi, solo per citarne alcuni), allo stesso tempo integrando con bella apertura anche giovani promesse. La sede di Masque Teatro è a Forlì, nella piccola frazione di una vecchia filanda: un massiccio edificio di mattoni rossi che attraversa un intero isolato. E il festival ha presentato le sue creature, a volte compiute nella forma spettacolo, a volte ancora immerse nella fase di gestazione, intrecciando ad esse l'intervento di studiosi di storia dell'arte e del teatro, di poeti e filosofi, in un tentativo alto di esercitare una pressione riflessiva, coagulante, sulle istanze esplose, sul rumore di fondo nel quale siamo immersi. Uno sforzo di concentrazione che trova il suo correlativo oggettivo nella costante e rigorosa immersione nello spazio nero del Teatro Félix Guattari. C'è un aleggiare di domande, un'inquietudine intellettuale, e anche un senso della comunità teatrale, nel suo farsi centro di gravità di contro alla dispersione imperante, per la necessità di creare un incontro permanente fra le pratiche del teatro e il mondo, creando così ampi spazi di pensiero. Il festival vede il debutto nazionale della nuova produzione della compagnia titolare, che rivela un côté produttivo insolito e promettente. Sono ben tre infatti le realtà artistiche che si incontrano intorno al magnifico Macbetto di Giovanni Testori: Masque, le Albe e Menoventi. Lo spettacolo, dal titolo Macbetto o la chimica della materia, si apre con il celebre incipit "Merda, sangue, merda!/ Cos'è la guerra/ sia che si svincia,/ sia che si perda? Merda, sangue, merda!", per poi farci entrare nel primo monologo del coro dove a parlare sono i feriti di battaglia, che con lucidità allucinata si palpano il corpo disfatto "Tocca! Tocca! Mi s'è tutta discioppata la faciassa!". Il selvaggio futuro Re di Scozia (Roberto Magnani) si presenta in tenuta da fascista della prima ora. La faccia impastata di fango o argilla verde come uno che sia stato e continui a stare nella melma; l'immersione continua in una dimensione terragna, bassa, tutta intestini e sangue, dove l'atto del defecare di lì a poco si rovescerà in parto; parto anale che è atroce operazione chirurgica a freddo effettuata a filo di lama dallo stesso Macbetto sul proprio sfintere oppresso dalla mole ragnesca della strìa che vuole uscire. Il tutto reso in un flusso sonoro-parlato musicale che è partitura attinta da Testori al parlar basso di una stra-lingua inventata con finezza di poeta, in un montaggio espressionista, comico, stralunato, colto e popolare di termini inventati o storpiati, modellati sulla parlata padana-brianzola-milanese incistata di latino, dove ogni parola lancia riflessi ora ferrigni, ora intestinali, ora sanguigni. C'è in scena lo specchio che rimanda alla presenza della strìa ("la speggèra in forma d'una strìa". E ancora: "speggiandomi in quella strìa/ de cristallo boemico e quarzario"). L'interpretazione di Magnani si fa attraversare dalla lingua testoriana come da un flusso ad alto potenziale energetico. E' una lingua-mantra più che narrativa. Algida e tenebrosa la Ledi di Consuelo Battiston, una dark lady con suggestioni da fatale di fascistica iconografia, mentre la strìa (Eleonora Sedioli) è una figura in continua contorsione, un aracnide senza volto che lavora come sul disossarsi, sul farsi "carna (...) ma senza l'ossa più e senza più la spina". Rimane da dire di alcune suggestioni visive promananti dall'opera dell'artista americano Paul Mc Carthy, in quell'insistere di una materialità biologica fatta del volto perennemente imbrattato di Macbet e del sangue bevuto di cui anche si lordano i corpi dei due assassini. Non è facile dar conto di tutto quanto abbiamo potuto vedere in due giorni a Crisalide. Si affollano nomi e visioni. Brevi pezzi, come l'inquietante incursione nel magico mondo di Oz di Chiara Lagani di Fanny e Alexander; l'assolo della danzatrice Paola Bianchi o la performance "Luce" per Tesla Coil (una macchina che riproduce grandi scariche elettrostatiche) e CO2 di Masque, dove la nudità della performer, alto assisa di schiena, contrasta con le pesanti macchine, e i cui fremiti muscolari in microdanza paiono oggettivarsi nella impressionante scarica ad arco che le Tesla producono sul finale. Pezzo breve è anche lo "Studio sul mito di Demetra" del Teatro Akropolis; un gruppo debitore del lavoro di Grotowski, ma affrontato con prospettiva nuova e una grande attenzione all'aspetto teorico del lavoro teatrale. Sono performer dotati di grande presenza fisica, indirizzata qui a indagare il femminile nel maschile, ben amministrata in azioni-danze spesso, ma non sempre, trattenute sotto pelle, com'è nel lento incedere iniziale di Demetra. Lo sforzo fecale di Macbetto, questo contrarre i muscoli addominali per espellere la strìa, è figura di un movimento verso l'interno, che si fa ombra dell'immobilità, processo di ribaltamento delle energie dal mondo all'interiorità (e, in Macbetto, da lì al mondo) che si constata anche in altri pezzi, con diversi presupposti, mezzi ed esiti: nel pezzo di Paola Bianchi, nella performance di Masque e in parte anche in quello di Akropolis. Non corpi in esplosione, ma corpi in contrazione, quasi a dire una sfiducia nell'emersione sul palcoscenico del mondo, per farsi, invece, consapevoli orfici orefici delle energie più segrete.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Venerdì, 28 Settembre 2018 09:24

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