martedì, 20 novembre, 2018
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FESTIVAL VERDI TEATRO REGIO PARMA 2018 - ossia, le diverse maniere di mettere in scena le opere di Verdi. -di Federica Fanizza

"Attila", regia Andrea De Rosa. Foto Roberto Ricci "Attila", regia Andrea De Rosa. Foto Roberto Ricci

Festival Verdi Teatro Regio Parma 2018, ossia, le diverse maniere di mettere in scena le opere di Verdi.

Teatro Regio di Parma
Serata inaugurale, giovedì 27 settembre 2018 (altre date 5, 11, 18 ottobre 2018)
MACBETH
Melodramma in quattro parti su libretto di Francesco Maria Piave, con varianti di Andrea Maffei
da William Shakespeare
Musica GIUSEPPE VERDI
Versione 1847, edizione critica a cura di David Lawton
The University of Chicago Press, Chicago e Casa Ricordi, Milano
Personaggi Interpreti
Macbeth LUCA SALSI
Lady Macbeth ANNA PIROZZI
Banco MICHELE PERTUSI
Macduff ANTONIO POLI
Malcolm MATTEO MEZZARO
Il medico GABRIELE RIBIS
La dama di Lady Macbeth ALEXANDRA ZABALA
Sicario GIOVANNI BELLAVIA
Domestico GIOVANNI BELLAVIA
Prima Apparizione Seconda e terza Apparizione ADELAIDE DEVANARI
Maestro concertatore e direttore PHILIPPE AUGUIN
Regia DANIELE ABBADO
Costumi CARLA TETI
Luci ANGELO LINZALATA
Movimenti coreografici SIMONA BUCCI
FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
ORCHESTRA GIOVANILE DELLA VIA EMILIA
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA
Maestro del coro MARTINO FAGGIANI

Teatro Regio di Parma 30 settembre 2018 (altre date 6, 13, 21 ottobre 2018)
ATTILA
Dramma lirico in un prologo e tre atti, libretto di Temistocle Solera completato da Francesco Maria Piave,
dalla trilogia Attila, König der Hunnen di Zacharias Werner
Musica GIUSEPPE VERDI
Edizione critica a cura di Helen M. Greenwald
The University of Chicago Press, Chicago e Casa Ricordi, Milano
Personaggi Interpreti
Attila RICCARDO ZANELLATO
Odabella MARIA JOSÉ SIRI
Ezio VLADIMIR STOYANOV
Foresto FRANCESCO DEMURO
Leone PAOLO BATTAGLIA
Uldino SEVERIO FIORE
Maestro concertatore e direttore GIANLUIGI GELMETTI
Regia e scene ANDREA DE ROSA
Costumi ALESSANDRO LAI
Luci PASQUALE MARI
FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA
Maestro del coro MARTINO FAGGIANI
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
In coproduzione con State Opera Plovdiv - Città Capitale della Cultura europea 2019

Teatro Farnese 29 settembre, 2018 (altre date 4, 7, 12, 14, 20 ottobre 2018)
LE TROUVÈRE
Opera in quattro atti su libretto di Salvadore Cammarano
Traduzione francese di Émilien Pacini
Musica GIUSEPPE VERDI
Edizione critica a cura di David Lawton, eseguita in prima assoluta.
The University of Chicago Press, Chicago e Casa Ricordi, Milano
Personaggi Interpreti
Manrique, le Trouvère GIUSEPPE GIPALI
Le Comte de Luna FRANCO VASSALLO
Fernand MARCO SPOTTI
Ruiz LUCA CASALIN
Léonore ROBERTA MANTEGNA
Azucena, la Bohémienne NINO SURGULADZE
Inès TONIA LANGELLA
Un Bohémien NICOLÒ DONINI
Un messager LUCA CASALIN
Maestro concertatore e direttore ROBERTO ABBADO
Ideazione, regia, scene e luci ROBERT WILSON
Co-regia NICOLA PANZER
Luci GIUSEPPE DI IORIO
Collaboratore alle scene STEPHANIE ENGELN
Collaboratore alle luci SOLOMON WEISBARD
Costumi JULIA VON LELIWA
Make-up design MANU HALLIGAN
Video TOMER JEZIORSKI
Drammaturgia JOSÈ ENRIQUE MACÍAN
Maestro del coro ANDREA FAIDUTTI

Macbeth FF

Le date del cartellone del Festival erano strutturate per la gioia dei tour operator culturali in modo tale che in un finesettimana a Parma al Teatro Regio si poteva assistere al primo giro di date degli allestimenti di Macbeth, Le Trouvére (al Teatro Farnese), Attila, mentre a Busseto al Teatro Verdi Un Giorno di Regno. E questo fatto ha favorito certamente la presenza di diversi gruppi esteri, di varia provenienza e non solo europea. Certamente un Festival non ha ragione di essere se non presenta novità sostanziali, come il consolidato uso delle edizioni critiche, utilizzate per il Macbeth proposto nella prima edizione del 1847, in edizione critica, a cura di David Lawton o per l'Attila con l'edizione a cura di Helen M. Greenwald. Discorso a parte per la versione in francese del Trovatore, quel Le Trouvère, rappresentato a Parigi nel 1859, nell'edizione di David Lawton ed eseguita in prima assoluta, scelta di merito di Roberto Abbado, nella sua duplice veste di direttore artistico e di maestro concertatore. Tre opere, tre tipologie drammaturgiche con Attila e Macbeth, tra l'altro scritti in tempi assai ravvicinati 1846 e 1847 ma che appartengono a concezioni musicali e teatrali assai differenti dovute al diverso spessore testuale: la tragedia tutta tedesca di Zacharias Werner, Attila, König der Hunnen, a fianco del più emblematico dei drammi shakespeariani, metafora del potere, Macbeth. A sé stante, Le Trouvère (1859), opera in quattro atti su libretto di Salvadore Cammarano, rielaborazione del Trovatore (1851) traduzione francese di Émilien Pacini a uso e consumo del pubblico francese, in parte ristrumentato, allegerito di alcune parti e con inserimenti coreografici. Tre titoli affidati ad altrettanto registi che hanno voluto confrontarsi con il mondo verdiano. A Daniele Abbado è stato affidato l'allestimento del titolo shakespeariano. Non traspare nulla della tragicità della metafora del potere, dall'ambiente immaginato molto stilizzato giocato su giochi cromatici di luci di Angelo Linzalata. Piove sul palcoscenico a ricordarci che forse ci troviamo al Nord Europa o che l'acqua purifica dai peccati o sia espressione di una natura atterrita dai delitti che si susseguono in scena? Nelle note di regia inserite del programma di sala, il regista non si esprime in merito a questa scelta, ombrelli in scena compresi. I costumi di Carla Teti ci proiettano in un Novecento avanzato, giacche e cappotti con stivali, Macbeth in maniche di camicia arrotolate al gomito, popolo affranto come reduce di guerra, streghe in versione prostitute, sicari in impermeabile da polizia segreta. Almeno Lady Macbeth si presentava in vestito consono al suo stato regale, Coreografie giocate sul grottesco carnascialesco. La direzione d'orchestra di Philippe Auguin, con la Filarmonica Toscanini, non brillava per interpretazione limitandosi a condurre egregiamente l'orchestra e a seguire i cantanti. Il cast si presentava con alcune certezze nei ruoli primari con protagonista il baritono Luca Salsi che però denota un Macbeth grezzo, vocalmente rude privo della linea del belcanto. Conferma invece nel ruolo di Lady Macbeth Anna Pirozzi che, dotata di voce di spessore riesce a dare autorevolezza al suo ruolo, mostrandosi prudente nell'affrontare le parti d'agilità, ma confermandosi in questi ruoli vocali di spinta. Autorevole il Banco delineato da Michele Pertusi, come interessante Antonio Poli in Macduff, nella sua aria del Atto Quarto e corretto il Malcolm di Matteo Mezzaro. Alla fine ovazioni, qualche buh ma che non ha avuto seguito, all'uscita del regista.
Regia che non tiene fede agli annunciati quella dell'Attila di Andrea De Rosa. Anche in questo caso l'idea di fondo, dare voce ai sensi di colpa e del tormento del re Unno, si è persa in l'allestimento, che collocava gli eventi in un arco temporale post bellico con costumi di Alessandro Lai e luci di Pasquale Mari. Del resto la cronologia dei fatti ci riporta alla decadenza dell'impero romano distrutto dalle orde barbariche, ma alla fine questa ricollocazione temporale è risultata lineare e didascalica fatto che è stata apprezzata dal pubblico parmense. Responsabile musicale, a capo dei complessi dell'Filarmonica Arturo Toscanini è stato chiamato Gianluigi Gelmetti che ha optato per una massiccia produzione di volume dell'orchestra creando qualche problema alle voci nel superare la buca. Senza detrimento però perle stesse, comunque ben assortite, nelle quali ha primeggiato Riccardo Zanellato, sicuro e autorevole nel dar forma al protagonista. Era affiancato, nei ruoli maschili, dall'Ezio ben delineato di Vladimir Stoyanov, e il Foresto di Francesco Demuro che ha lasciato trasparire qualche difficoltà nel mettere a fuoco il suo personaggio. Orabella era Maria Josè Siri: non ha una voce brillante ma possiede le agilità per questo tipo di vocalità, ha avuto un momento di difficoltà nell'accordarsi con l'orchestra ma riprendendosi immediatamente e delineando un personaggio forte e di carattere. Coro magistralmente diretto da Martino Faggiani. 


Le Trouvere FF foto di Lucie Jansch

Discorso a parte merita Le Trouvère, versione francese del Trovatore con la regia di Robert Wilson allestita al Teatro Farnese, spazio difficile e monumentale e dotato di una acustica che non lascia passare il suono oltre il palcoscenico. Era tanta la curiosità di come Robert Wilson si potesse confrontare con questo titolo verdiano, considerando lo stile minimalista ed essenziale del notissimo regista teatrale, teorico lui stesso di una idea di teatro performativa. E non si è smentito nella scelta di un allestimento scarno e uniforme, formato da una scena grigia animata solo da alcune buche di luce, tutto giocata sui controluce delle figure in scena rigorosamente vestite di nero, figure evocative di un Goya grafico e con alcuni flash neon che amplificavano momenti di intensità musicale. Azioni e gesti ridotti all'essenziale, come la mancanza di contatto tra i corpi degli attori. Opera da ascoltare con il fiato sospeso cercando di cogliere con gli occhi qualsiasi movimento che non era mai fine a se stesso. Tutto era impostato sull'attenzione alla musica. In palcoscenico si collocano elementi: " una bambinaia con carrozzina, immagini di un tempo passato, come immagini di un tempo passato il breve filmato costruito su vecchie foto di Parma. Un uomo anziano seduto, una vecchia signora alla fontana: queste figure silenziose vivono in un altro mondo, un mondo di ricordi. Esistono al fianco dei personaggi di Verdi ma raramente interagiscono tra loro" Wilson si è tenuto lungo una linea narrativa di una lotta che non trova soluzione alcuna se non con l'eliminazione fisica dell'avversario. Certamente fuorviante è stata la scelta di risolvere la scena delle danze con protagonisti gruppi di pugilatori che venivano proiettati in scena come palline da flipper, uno alla volta, creando gruppi o scontri a coppie. La lotta fratricida si può descrivere anche così. Mai come in questo caso tutta la parte musicale è stata parte integrante dell'idea registica. Roberto Abbado ha lavorato di cesello nel far emergere le novità della riscrittura verdiana esaltando gli elementi chiaroscurali della partitura, assecondato dall'Orchestra e coro del teatro Comunale di Bologna. Decisamente il cast è stato il migliore del Festival e si è imposto nel suo complesso, per la misura e la linearità della linea di canto, con Giuseppe Gipali, tenore, eroico e razionale nel rendere il suo Manrico, il soprano Roberta Mantegna, Lèonore, di grande capacità espressiva anche nelle parti più e dotata di morbidezza nella resa delle agilità. Indiscussa, l'interpretazione distaccata e allucinata dell'Azucena del mezzosoprano Nino Surguladze, in scena in un ampio costume nero, e sempre in nero, simile ad un Nosferatu, il conte di Luna di Franco Vassallo, baritono; come il Fernand di Marco Spotti, tra il narratore e inquisitore. Pubblico internazionale in uno spettacolo fuori abbonamento, che ha saputo decretare uno strepitoso successo e, se c'è stato qualche accenno di contestazione, questo è stata immediatamente messo a tacere.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Sabato, 06 Ottobre 2018 10:19

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