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Se tradizione e innovazione s'incontrano per Vie (2013) di Nicola Arrigoni

Orchidee di Pippo Delbono Orchidee di Pippo Delbono Foto Mario Brenta e Karine De Villers.

Da Onegin, commentaires di Alvis Hermanis a Orchidee di Delbono
il teatro come antidoto alla banalità

C'è una sorta di volontà a non arrendersi sottesa nella caparbia e nella forza estetica proposta da Vie 2013, il festival della scena contemporanea, organizzato da Ert e fortemente difeso e voluto dal suo direttore artistico Pietro Valenti. Nessuno si nasconde le difficoltà del momento e lo si percepisce dal numero di spettacoli in programma, dalla natura intima se non monologante di molti allestimenti, dal fatto che per il catalogo si sia risparmiato anche sulla prefazione al festival... E non si vede perché un colosso produttivo come Ert debba essere esente dalla crisi dei finanziamenti e delle risorse, malgrado tutto ciò Vie resiste e continua il suo viaggio alla ricerca di estetiche possibili che raccontino il nostro presente e perché no ci indichino prospettive di un altrove possibile, senza dimenticare il portato di una tradizione scenica che arriva da lontano.
Come arriva da lontano – ma è di casa a Modena e a Vie – il regista lettone Alvis Hermanis che in apertura di festival ha offerto il suo Onegin, commentaires. L'azione si svolge in uno spazio orizzontale bipartito: sotto un elegante interno borghese in cui salotto, camera da letto, studio di Alexander Puskin si sviluppano senza soluzione di continuità e sopra una sorta di parete che fa da schermo alla proiezione dei ritratti di tutte le donne sedotte da Puskin, scrittore e poeta fascinoso ma tanto brutto fisicamente da essere paragonato a una scimmia, immagini della bella società russa del XIX, paesaggi pittorici di una campagna incontaminata dal vago sapore romantico. E così come scena tridimensionale e immagini si intersecano, si sorreggono l'un l'altra, così Onegin, commentaires dà vita alla storia di amori e duelli del dandy Eugène Onegin intersecandola con la vicenda biografica dell'autore del romanzo in versi. Ne viene fuori un viaggio poetico, delicato, a tratti didascalico, che rincuora, ha la dolcezza di certe favole, l'inquietudine di certe vite aristocratiche passate fra balli e duelli, fra amori impossibili e passioni travolgenti, vite da romanzo, favole belle in cui la realtà irrompe con gli odori acri di sudore rappreso, una società allergica all'acqua e alla pulizia, in cui il profumo era l'antidoto per coprire odori nauseabondi. La storia di Onegin, l'effimero ed effeminatezza del dandy sembrano dire del nostro oggi, sembrano, perché Alvis Hermanis non concede facili parallelismi, si limita – cosa non da poco – a mostrare una storia, a raccontarla, a commentarla, a giocare sul doppio binario della favola letteraria e della biografia dell'autore, scrittore che si muove come una scimmia da uno spazio all'altro, mentre il suo alter-ego narrativo è un effeminato dandy al limite della macchietta. Tutto si tiene, tutto procede con piacevolezza e intima delicatezza e concede allo spettatore di oggi il fascino di quei grandi romanzi ottocenteschi in cui le regole della narrazione, i ruoli, gli spazi, le sequenze temporali sono rispettate con un ordine naturale che il Novecento sovvertirà e scardinerà...
Se Collettivo cinetico con propone una riflessione sullo spettatore e sul concetto di indeterminazione, Pascal Lambert – dopo il bellissimo e intenso Clôture de l'amour presentato nella versione originale a Vie 2012 e prodotto nella versione italiana da Ert con due strepitosi Anna Della Rosa (degna di portarsi a casa il prossimo Ubu) e Luca Lazzareschi – con Memento Mori insieme a Yves Godin propone allo spettatore un'immersione nel buio per rivelare alla fine una danza di corpi nudi e frutte e verdure maciullate in nome di una caducità e vanitas vanitatum di cui francamente rimane solo il vuoto dell'inutilità di una performance quanto mai discutibile. In fondo agli occhi della Compagnia Berardi-Casolari con la regia di César Brie ha proposto un affresco metaforico degli interrogativi che attraversano il nostro quotidiano, mentre Medea della fisicissima e bravissima Karina Medvedeva, diretta da Ekaterina Khanzharova ha interrogato il mito, facendo della storia della regina della Colchide un lungo, ininterrotto flusso di coscienza in apnea in cui amore, tradimento e follia si coniugano nel buio dell'anima.
Quel buio dell'anima che Pippo Delbono con straordinaria e poetica visionarietà continua imperterrito a far emergere, a scatenare come è accaduto in Orchidee, applauditissima nuova produzione dell'Ert e dell'artista ligure, una storia fatta di sofferenza e tormento, una storia che si chiama vita e che è di tutti e di nessuno, che è un mistero che si vive giorno per giorno, un mistero che comprende anche la mote che è assenza di vita ma al tempo stesso è parte della vita, ma pur sempre una vita che finisce. Come quella della madre, filmata dal figlio Pippo negli ultimi giorni della sua esistenza, in un video struggente e dolce, dove si vedono le mani esili, bianche, della donna, strette in quelle del regista. Ma a più riprese la cupezza della morte lascia spazio ai caroselli, al rock napoletano che fa ballare persino il pubblico in sala. Ed è con questa immagine in cui platea e palco sono un tutt'uno nell'elegia di Orchidee che si è chiuso il festival Vie 2013, un percorso in cui contemporaneità e tradizione si sono intrecciate in nome di un percorso di storie e vite condiviso da un pubblico partecipe, vivo, determinato ad alzare il sipario sulla banalità del quotidiano mediatico.

Ultima modifica il Domenica, 23 Giugno 2013 13:49
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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