lunedì, 10 dicembre, 2018
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Sitges Film Festival 2014 - Film visti da Sipario. - di D.G.

ALLELUIA Selezione Ufficiale Fantastic Sitges 47
regia Fabrice du Welz
con Lola Duenas, Luarent Lucas

Alleluia, regia Fabrice du Welz

Non avrai altro amore all'infuori del mio.
Ricorda di bruciare di passione e di farti terra bruciata attorno.
Dimentica di essere Madre o Padre.
Commetti solo atti impuri.
Ruba.
Menti.
Desidera tutte le altre donne e la loro roba.
Ottienile. E
Uccidi.

Alleluia.

Avvertire il vuoto anche solo per un istante può essere fatale: puoi passare un'intera esistenza a tentare di colmarlo.
Michel, un uomo affascinante, ermetico, distante, il genere di uomo con cui bruciare una notte e da cui, poi, tenersi alla larga, soprattutto quando le ceneri di quella fugace passione rivela un predatore che della conquista compulsiva ha fatto la sua ragione di vita. Oltre che la sua primaria fonte di sostentamento. Michel e la sua bulimica ricerca di sesso per riempire la forma di un sé non definito, fragile, bisognoso della voluttà dell'altro. Michel non prova desiderio. Questo il suo vuoto. Michel vuole, brama, agogna il desiderio dell'altro.
Gloria, una donna non particolarmente avvenente, spenta, intrappolata nel grigiore delle tappe obbligate: una figlia di cui occuparsi, una casa a cui badare e una profonda frustrazione con cui fare i conti. La voglia di amare, questa la sua mancanza. Poi incontra Michel e cambia pelle, arde, si perde e dimentica tutto, convinta di aver trovato la libertà, si seppellisce viva in una totale/devastante/irrecuperabile co-dipendenza, una relazione che stringe tra le sue spire come il più ammaliatore dei serpenti e non lascia respiro, scelta, possibilità di uscita. L'amore ossessivo e la rinuncia di tutto. Anche del ruolo di madre.
Gloria e Michel. Vittima e carnefice, l'uno imprescindibile dall'altro, soli, uniti da un legame sempre più morboso, un nodo che diventa talmente stretto da non poter più identificare l'estremità. Chi è chi? Chi ha il potere, e chi lo subisce? Michel con i suoi inganni continui, le false promesse, le scuse solo per ottenere soldi da Gloria o Gloria con le sue convulsioni di gelosia che diventano spasmi omicidi, incitanti, impositivi, ordini senza mezze misure a cui Michel deve ubbidire ormai defraudato di ogni volontà?
"Alleluia" con le sue immagini sgranate, sporche, non convenzionali, ritrae il viscerale, mette in mostra il demonio dell'amore non libero ammantato dalla fuorviante apparenza di "libertà di coppia". Mira dritto al centro, al marcio che lo genera e lo alimenta, si fa lente di ingrandimento di un germe umano in potenza presente in chiunque. Spiazza, non permette di parteggiare per nessuno, lasciando chi guarda orfano dell'eroe con cui identificarsi per nascondersi, denuda i due personaggi e li mostra per i superbi esseri moralmente deformi che sono, sublimi nel loro unirsi e confondersi diventando un'unica parte dell'altro. Assolutamente straordinari nel consegnarsi a questo "rito" i due interpreti: Lola Duenas e Laurent Lucas.
Tratto da una storia vera, "Alleluia" parte dal reale per andare più a fondo, a dissotterrare il primordiale, la matrice e riesce, senza ombra di dubbio , nel suo intento, colpendo e ferendo lo spettatore. E un'apertura, anche se sanguinante e dolorosa, è necessaria per guardarsi dentro.

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ANNABELLE Selezione ufficiale Speciale Sitges 47
regia John Leonetti
con Amb Heloise Godet, Kamel Abdelli

Annabelle, regia John Leonetti

California 1969. John e Mia Form sono una giovane coppia, lui medico specializzando, lei casalinga collezionista di bambole, nonché perfetta mogliettina incinta che ogni uomo sognerebbe di avere al proprio fianco. E se il sogno di John sembra già pienamente coronato, quello di Mia si realizza apparentemente quando il marito le regala la bambola che Mia ha sempre desiderato, un'esemplare dal ghigno osceno (che non si comprende come possa trovare spazio tra le superbe bambole di ceramica che Mia possiede) e che presto diventerà emblema del peggior incubo mai partorito.
Spin off di The Conjouring, Annabelle si propone di raccontare le origini della maledizione della bambola omonima e di come sia poi arrivata nella casa di Ed e Lorraine Warren, protagonisti del film di James Wan, costruendo così un film prologo.
Non appena la bambola ottiene il suo posto nello spazio vitale di John e Mia, tutto inizia a precipitare, la casa non è più nido accogliente in cui proteggersi e portare avanti una serena gravidanza, ma si trasforma in luogo esposto in cui (ricalcando le reali vicende di Charles Manson e la sua setta) il male può entrare senza dover chiedere permesso: sono infatti due membri dell'organizzazione satanista "i figli dell'ariete", un uomo e Annabelle, la figlia dei vicini, a introdursi nell'abitazione Form e a trovare tra quelle mura la morte. Non prima, però, che Annabelle, tenendo stretta tra le braccia la bambola dai tratti inquietanti, passi il demonio che la animava, oltre al nome che la identificava, a quella che diventerà la sua "figlia di porcellana".
In preda al panico la coppia cerca requie trasferendosi in un'altra casa, tenta di sbarazzarsi della malefica bambola, chiede sostegno a padre Perez, cerca di affrontare gli attacchi pressanti di questa presenza demoniaca, sempre più ossessiva e manifesta nel momento in cui Mia dà alla luce la sua bambina, ma senza alcun risultato. L'offerta di un'anima è l'unica soluzione possibile, e questa via di uscita viene suggerita da Evelyn che vede in questo sacrificio una redenzione per la colpa di aver visto morire, anni prima, sua figlia e di esserle sopravvissuta.
Traendo ispirazione a piene mani dal capolavoro di Polanski "Rosemary's baby" , da fatti di cronaca a lui correlati e ponendosi come derivato dal precedente The Conjouring, Annabelle si identifica subito come 'figlio di' e si mette nella scomoda posizione di dover giustificare la sua esistenza aggiungendo qualcosa senza purtroppo riuscirci. A parte alcune sequenze all'inizio del film in cui la tensione è giocata con un buon bilanciamento di silenzi, effetti ritardati e attese (citiamo ad esempio la scena in cui Mia sta cucendo e lo spirito di Annabelle si diverte a farle andare a fuoco la cucina, o quando la piccola Lia è minacciata da una pioggia di libri che la schiva per poco) lo svolgimento e la conclusione si perdono in un melenso buonismo e in un eccesso di effetti (intollerabile la vista del demone) che rendono tutta l'operazione difficilmente digeribile. Soprattutto se empatizzare con la fissità espressiva della protagonista è impossibile e se si avverte superficialità nell'affrontare i temi trattati che sembrano servire da pretesto per una compiaciuta operazione di marketing.

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AUX YEUX DES VIVANTS [AMONG THE LIVING] Selezione Ufficiale Fantastic Sitges 47
regia Julien Maury, Alexandre Bustillo
con Anne Marvin, Béatrice Dalle

Aux yeux des vivants, regia Julien Maury, Alexandre Bustillo

Lacerarsi il ventre pregno pur di non dar luce ad un nuovo mostro, togliersi la vita pur di non dover guardare negli occhi ancora una volta quello che anni fa si è partorito. Questo l'incipit: una sola scena (con la sempre conturbante Béatrice Dalle che qui si presta ad una citazione di "A' L'intérieur") che racchiude l'orrore e l'odio di una madre verso la propria progenie. Ma Klarence, orfana creatura affetta da crescita precoce, in pratica un bambino racchiuso nel corpo di un glabro gigante, può contare sull'amore del padre che lo accudisce custodendolo tra i resti di uno studio cinematografico abbandonato. Ad incrinare quella seppur instabile serenità famigliare, un trio di ragazzini, Victor, Tom e Dan, scappati da scuola e che incuriositi dalle rovine di quella "fabbrica di sogni" (li vediamo proprio attraversare un enorme galeone che sembra essere monito di una transizione senza possibilità di ritorno dalla spensieratezza infantile ad una vita spezzata, animata da incubi e paura) irrompono nella quotidianità di Klarence e suo padre e si rendono testimoni di un tentato omicidio.
Da quel momento per i tre adolescenti e per le loro famiglie non esiste più requie, attanagliati giorno e notte dalla presenza di Klarence che, aizzato dal padre, diventa spietato killer travestito da pagliaccio pronto a tutto pur di non far arrivare testimonianza alcuna della sua esistenza agli occhi dei viventi.
I riferimenti ai classici horror sono lapalissiani, in particolar modo la matrice "Stephen King" cui è impossibile non pensare con nostalgia per IT e Stand by me. Alcune scene regalano un vero "disturbo" come quella in cui Klarence penetra con il suo piede la bocca della malcapitata sorella di Victor, o quella in cui Klarence nascosto dietro la sua maschera da clown appare incastonato nella pila di peluches di Dan, ma in generale il film si stempera dopo un prologo incisivo e diventa un susseguirsi di sequenze di suspence piuttosto prevedibili anche se ben girate, in cui il clown assassino si materializza nelle borghesi tane dei ragazzi nel tentativo estremo di farli tacere per sempre.Niente viene approfondito, i moventi sono deboli e la creatura e i tre protagonisti vengono tratteggiati solo superficialmente tanto che l' epilogo, per quanto si sforzi di essere toccante, ci lascia inevitabilmente indifferenti. Ma con l'amaro in bocca per un'occasione mancata.

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BURYING THE EX Inaugurazione
regia Joe Dante
con Anton Yelchin, Ashley Greene, Alexandra Daddario

Burying the ex, regia Joe Dante

Dopo anni di relazione tormentata con Evelyn, una vegan ambientalista intransigente ed estremista, Max trova il coraggio per decretare un ufficiale "fine della relazione", ma proprio il giorno dell'ultimo appuntamento, quando questa decisione avrebbe dovuto essere definitivamente pronunciata, proprio negli ultimi istanti che ancora la legano a lui, Evelyn viene investita e muore davanti ai suoi occhi, strappando al povero Max già assalito dai rimorsi, la promessa di un amore eterno. Pochi giorni prima una strana statuetta demoniaca era stata recapitata senza ordinazione al negozio di dvd e oggetti horror style in cui Max lavora, e Evelyn, lì di passaggio, non si era lasciata scappare l'occasione di porre ancora una volta in ridicolo il mondo del fidanzato, maneggiando senza cura quell'oggetto dai presunti poteri soprannaturali. Che ci sia un collegamento tra questi avvenimenti risulta ben presto più che evidente. Il povero Max, che oltre a dover superare il trauma della morte della fidanzata (certo se ne voleva liberare ma non in modo così definitivo!) ha anche da gestire l'invadenza di un fratello diametralmente opposto a lui, sembra destinato a non aver pace: con un tempismo perfetto, proprio quando inizia a frequentare Olivia, una ragazza disegnata apposta per lui, bella, dolce e appassionata di genere, l'assillante Evelyn riemerge dalla terra e si ripropone a lui in tutta la sua putrefacente zombità.
Una zom com (commedia zombie) a tutti gli effetti questa di Joe Dante, ironica e ritmicamente impeccabile, ricca di riferimenti, citazioni, trovate accattivanti egregiamente presentate, un divertissement senza sbavature in cui anche i personaggi più sopra le righe (come Travis il fratellastro di Max) risultano comunque credibili. Godibilissima metafora di come ciò che non dici ti si ripresenta sempre davanti, di come un amore finito vada al più presto eliminato prima che si decomponga infettandoci, "Burying di ex" è anche una dichiarazione d'amore di Dante per l'horror anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e anche recente. Un film che strappa un sorriso a chiunque, ma che lascia un retrogusto amaro per qualcosa che manca, o forse per qualcosa che ci sembra trasparire nonostante le gag e la leggerezza: una sottile nostalgia. Non dei personaggi, ma del regista.

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DIOS LOCAL [LOCAL GOD] Selezione Ufficiale Fantastic Sitges 47
regia Gustavo Hernàndez
con Gabriela Freire hopenhaym, Mariana Olivera, Agustin Urrutia

Dios local, regia Gustavo Hernàndez

Tre eventi incastonati nella memoria e i loro tre protagonisti, tre episodi, la realizzazione in immagini della musica, delle tre canzoni che proprio questo trio di appena ventenni ha composto. Tre tracce, quindi, di cui questa band decide di girare i video in una caverna, ignari che quel cunicolo buio altro non è che la materializzazione delle loro paure, delle loro angosce, dei sensi di colpa, gli stessi che avevano cercato di esorcizzare con le note delle loro canzoni. Il ritrovamento iniziale di un simbolo demoniaco impiantato nella roccia e impossibile da estirpare rappresenta la chiave di questo percorso claustrofobico che ognuno dei ragazzi deve affrontare: non c'è possibilità di fuga, sia addentrandosi nell'oscurità di quel tunnel, sia cercando riparo all'esterno, il male causato li si ritorce contro e non lascia loro via di uscita. La caverna conduce a due porte chiuse, la numero 21 e la numero 22, che anche quando si aprono, non danno spiragli di speranza, anzi, riportano i tre al punto di partenza, nel loro limbo di sofferenza. Anche lo spazio circostante non lascia scampo, un groviglio di rami, un bosco in cui anche lo spiazzo sgombro è mera illusione, perché si trasforma in campo minato dove una pioggia di auto si schianta dal cielo.
Un horror psicologico, onirico, in cui tutto ha valenza simbolica, un labirintico viaggio nell'inconscio dove perdersi e rimanere per giorni. Dios Local non è un film a cui dedicare una sola visione, la sua complessità richiede partecipazione ed attenzione e la struttura in tre sezioni che apparentemente risulta ripetitiva, in realtà cela particolari che si possono captare solo a mente lucida. Alcune scene rimangono impresse perché indubbiamente suggestive, tipo la sopracitata pioggia di macchine e quella del tentativo da parte di uno dei ragazzi di distruggere la scultura del demonio trapanandogli il centro del cranio, con l'unico risultato di veder divenire il proprio terzo occhio un buco grondante sangue, ma in linea di massima si ha bisogno di un tempo di digestione (e perché no, anche di un'altra visione) per poter ricomporre i pezzi, ricostituire questa materia visionaria cui non si può non riconoscere un vero interesse.

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HORSEHEAD Selezione Fantastic Panorama Sitges 47
regia Romain Basset
con Lilly-Fleur Pointeaux, Catriona MacColl, Murray Head

Horsehead, regia Romain Basset

Il non detto, il rimosso, il sistematicamente omesso è dietro ad una porta. Quello che si è sempre cercato, si è sempre avuto la sensazione di sfiorare, di avere talmente vicino da poterlo toccare, anche senza sapere cosa fosse in realtà, forse un'intuizione, una consapevolezza, forse un segreto diventato ossessione. Un'ossessione che tormenta e si incarna in incubo e torna costantemente ogni notte, emerge insistente dall'inconscio e pone davanti a quell'enigma senza chiave. La chiave è l'arma con cui vincere, ricordare e finalmente liberarsi, ma è nascosta, nascosta nel luogo più sicuro e inaccessibile: sé stessi.
Jessica è in viaggio, si sveglia su un treno, quel cordone ombelicale artificiale che la riconduce al luogo di origine, la casa in cui sua madre è cresciuta, ha concepito la sua colpa e ha imparato a tacere, la casa in cui la madre di sua madre è appena deceduta. Quale destinazione e quale occasione migliore per tentare di andare più a fondo, per confrontarsi e capire. E Jessica, le cui notti sono da sempre animate da inquietanti visioni tra cui anche quell'essere dalla testa di cavallo che è un chiaro rimando a The Nightmare di Henry Fussli, ha fatto del sogno e suoi derivati la sua principale materia di indagine, come se lo studio di quei simboli che da sempre regnano incontrastati nel suo mondo onirico rendendola schiava fosse l'unico modo per conquistarli, assoggettarli e finalmente espropriarli. Ma, evidentemente, le distaccate ricerche perpetuate fino a quel momento oltre che a conferirle un'esaustiva conoscenza dei sogni lucidi non potevano.Il tempo propizio e il contesto fertile per arrivare all' 'altrove' si presentano ora in quella casa, nella stanza della nonna defunta, accanto a quella madre con cui per anni è stato impossibile recidere la coltre di silenzio e distanza.
E per Jessica questo è il momento.
Di lottare strenuamente, annaspare, sforzarsi di sognare, addentrarsi talmente in profondità da correre il rischio di non poter più risalire, così, non curante della febbre che la assale, la vediamo immergersi, in apnea, cercare quella chiave, per trafiggere le sue paure, per aprirsi, vedersi e rivivere la verità. E rinascere.
Horsehead di Romain Basset è un film conturbante, affascinante e pregno di simbolismo. La visionarietà delle immagini, i riferimenti e il linguaggio onirico che lo compongono denotano una particolare sensibilità e come tale la richiedono. Non ci riferiamo a competenze di chissà quale natura o ad intellettualismi, ma ad una predisposizione, la predisposizione al sogno e alla sua interpretazione. Perché Horsehead presuppone un'apertura: parla di inconscio e per farlo usa immagini raffinate, dettagli, trasposizioni che possono trascinare e smuovere chi guarda solo se glielo si permette. Non stupisce quindi che quest'opera (ancor più coraggiosa se sottolineiamo che si tratta di un'opera prima) possa anche riscuotere dissensi, ma ai nostri occhi è un viaggio complesso,
labirintico e decisamente riuscito nella mente della protagonista (interpretata da un'ottima Lilly-Fleur Pointeaux) e nel riflesso di sua madre (la straordinaria Catriona MacColl), un percorso archetipico verso le zone d'ombra, le metà oscure che noi tutti possediamo e che troppo spesso non ci permettiamo di illuminare. Per questo riconosciamo a Horsehead una valenza quasi catartica. Tanto da farci desiderare subito un'altra visione non appena compaiono i titoli di coda.

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IT FOLLOWS Selezione Ufficiale Fantastic Sitges 47
regia David Robert Mitchell
con Maika Monroe, Keir Gilchrist

It follows, regia David Robert Mitchell

Basta un incontro sbagliato, la chimica che prende il sopravvento, quell'attimo che si vorrebbe durasse in eterno e che invece passa e si trasforma in una sofferenza senza fine, per rendersi conto di quanto l'equilibrio sia labile, il confine non visibile e l'angoscia alla porta. Così per Jay, diciannovenne alle prese con una sessualità in fiore, tutto inizia ad appassire con l'apparizione di inquietanti esseri che oltre a minarne l'equilibrio mentale costituiscono un concreta minaccia per la sua sopravvivenza. All'alba di una notte di sesso piuttosto controverso Jay si trova perseguitata da una serie visioni che non hanno nulla di mostruoso in sé, a parte il fatto che queste presenze umanoidi si manifestano solo per vederla morta. Trasmittibile sessualmente, questa dannazione, giunge a Jay come "dono" proprio da quello che fino a poco prima poteva sembrare l'uomo perfetto, ma che in realtà si rivela essere un disperato alla ricerca di un corpo in cui immettere questo "seme della follia".
Jay non ha scelta: se vuole liberarsi di queste persecuzioni deve trovare qualcun altro a cui "passarle", un altro uomo che a sua volta ben presto si ritroverà, volente o nolente, a diventare anello di congiunzione di questa catena senza estremità.
It Follows con la sua struttura circolare è un meccanismo impeccabile: stilisticamente si rifà ai maestri horror anni 70 (impossibile non citare Craven o Carpenter) ma non si perde nel citazionismo, anzi, assimila la lezione dei grandi e fa della semplicità la sua grandezza, ritorna ai suoni e alla musica, come se si spogliasse e riscoprisse l'essenza: la paura. It Follows si insinua a livello epidermico e senza dover ricorrere a chissà quale effetto riesce davvero a far venire i brividi, portando chi guarda a partecipare alle ossessioni della protagonista e a sentirsi circondato, solo e senza via d'uscita. Da ricordare la scena della piscina in cui Jay cerca una soluzione alternativa per annegare i paranoici attacchi delle figure della sua mente, scena che insieme a quella de Il bacio della Pantera, annovera questo luogo tra quelli più propizi in cui generare ondate di tensione indimenticabili.

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NATURALEZA MUERTA [STILL LIFE] Selezione Fantastic Panorama Sitges 47
regia Gabriel Grieco
con Luz Cipriota, Nicolàs Pauls, Amin Yoma

Naturaleza muerta, regia Gabriel Grieco

Jasmin ha un solo obiettivo: emergere. Elevarsi dalla melma giornalistica in cui si sente affondare, in cui arranca ogni giorno perdendo il senso dei suoi sforzi, in cui ogni sua umanità sparisce sopraffatta da ondate di continua frustrazione. Ed ecco arrivare un'occasione, anzi l'Occasione, quello strano coincidere dei casi da cogliere senza esitazioni, senza preoccuparsi delle conseguenze, tanto da passare dallo stato di osservatrice a protagonista assoluta della storia, la sua storia. Anche a rischio della vita.
Durante uno dei tanti servizi poco stimolanti sui danni ambientali che è costretta a seguire, Jasmin trova per caso il portafogli di una ragazza scomparsa in circostanze misteriose, ma di cui si sospetta la morte per aggressione di un non ben identificato animale selvaggio. Intuendo in questo ritrovamento la possibilità di una pista da seguire per arrivare al tanto agognato successo giornalistico, Jasmin inizia ad addentrarsi nei meandri di una realtà rurale costellata da ostilità, diffidenza e insistente propaganda vegana. Una ricerca di indizi che da distaccata e "interessata" diventa sempre più personale, intima e pericolosa.
Fino all'epilogo in cui ad emergere è un terrorismo ecologico-animalista, un delirante estremismo che nel finale aperto lascia adito ad una serie di inquietanti dubbi sulla natura (morta, appunto) di ciò che abbiamo nel piatto.
Naturaleza Muerta è un'opera prima decisamente coraggiosa: Gabriel Grieco si espone scegliendo per il suo primo film temi, come il veganesimo e la sua esasperazione, decisamente controversi (soprattutto in Argentina), e affida il ruolo di protagonista ad un'eroina (impeccabilmente interpretata da Luz Cipriota) con cui difficilmente si può simpatizzare, ma che proprio grazie a questo riesce a condurre e ad essere vittima senza creare una prevedibile empatia, lasciando così allo spettatore un fondamentale margine di obiettività. Giocando con semplicità con gli elementi classici di "genere", Grieco confeziona un horror che si lascia andare al gore solo in alcune sequenze finali in alcun modo gratuite (di cui, anzi, vogliamo sottolineare l'efficacia e pregnanza visto il parallelismo con reali scene da mattatoio) ma che per il resto progredisce tenacemente verso grandi livelli di tensione trascinando chi guarda in soffocanti atmosfere rarefatte. Un film quindi che si mostra con crudezza e onestà, scevro da orpelli ed stilismi egotici, quasi a spogliarsi per esporre la carne di una storia che non può lasciare indifferenti, carnivori e non.

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RÉALITÉ Selezione Ufficiale Fantastic Sitges 47
regia Quentin Dupieux
con Amb Alain Chabat, Jonathan Lambert

Réalité, regia Quentin Dupieux

Tre storie, tre vite apparentemente distinte, tre rette parallele e quel punto 'all'infinito' in cui si incontrano e diventano paradossalmente 'realtà'.
Réalité e i suoi otto anni ripresi costantemente dalla lente di un regista che rende ogni attimo della sua vita un reality senza fine, un insieme di ore e ore di girato esposte al giudizio del produttore Bob Marshal. Incluso il giorno in cui Réalité vede emergere una videocassetta dalle viscere di un cinghiale, dal ventre animale che il padre tassidermista sta svuotando davanti ai suoi occhi. Réalité e l'ossessione di scoprire il contenuto di quel video.
Denis, un presentatore televisivo mascherato da ratto gigantesco e la sua improvvisa allergia al costume che lo ha reso famoso, una dermatite immaginaria esplosa senza ragione nella sua testa.
Jason e quarantotto ore per realizzare il sogno di una vita. Quarantotto ore per trovare l'urlo più spaventoso della storia del cinema, queste le condizioni dettate sempre da Bob Marshal, il produttore più ambito del momento, per realizzare il suo film "Waves", un horror in cui vengono immortalati gli effetti devastanti causati dalle onde emesse dagli schermi.
Il punto di incontro di questi tre personaggi è il momento di cortocircuito in cui chi guarda e chi è guardato non è più definibile, nessuno escluso: Jason è il cameraman della trasmissione di Denis e assiste e riprende e trasmette la sua delirante orticaria che nessuno può vedere, poi si ritrova al cinema con la compagna psichiatra e assiste al suo film già proiettato nelle sale quando in realtà ( ma qual è questa 'realtà' in fin dei conti e, soprattutto, chi può riconoscerla?) lui ancora non l'ha scritto e noi siamo testimoni del suo sdoppiamento, noi come pubblico in sala, noi come pubblico tra il pubblico in quella sala in cui proiettano "Waves". Noi, che insieme a Bob Marshal e al regista di Réalité il reality alla fine scopriamo insieme a Réalité cosa è registrato su quella misteriosa videocassetta, che altro non è che il presente in cui noi e Jason siamo incastrati.
Definire Réalité geniale è il minimo e crediamo che lo stesso Dupieux lo sappia nel momento in cui Bob Marshal sembra tradurre in voce il nostro pensiero esclamando "è geniale!" dallo schermo.
La dissacrante ironia che permea questo film (gli interpreti sono straordinari) e che procede di pari passo con un sempre più claustrofobico inscatolamento crea un coinvolgimento totale, quasi che la risata liberasse la mente dalla diffidenza e dall'incredulità: non tentiamo di capire perché la comicità ci fa sentire protetti, al sicuro, abbassiamo la guardia permettendoci una partecipazione di altra natura, quasi onirica, inconscia (il simbolismo è ricorrente) ed eccoci, alla fine, ingabbiati in una realtà possibile, impossibile o probabile, ma comunque tremendamente affascinante, forse racchiusa proprio in quella parte del nostro cervello che inizia a prudere.

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THE SIGNAL Selezione Ufficiale Fantastic Sitges 47
regia William Eubank
con Brenton Thwaites, Olivia Cooke, Beau Knapp

The signal, regia William Eubank

Nic, la sua ragazza Haley e il suo migliore amico Jonah sono già in viaggio, un viaggio verso una meta (l'università in California dove andrà Haley) che è un pretesto per stare insieme, per conoscersi, per farsi conoscere e per vivere come se non ci fosse domani. Ma il domani arriva ed è il giorno in cui Nic e Jonah iniziano a ricevere segnali da un hacker sotto lo pseudonimo di 'Nomad'. Decidono così di deviare percorso per localizzare questo misterioso intruso e rivelarne l'identità, quasi fosse un gioco, una sfida esaltante con cui mettersi alla prova e diventare loro stessi un po' 'nomadi', errando alla ricerca della fonte.
Ma l'arrivo non mette la parola fine, anzi, costituisce un inizio: l'inizio di una disgregazione del trio, delle loro certezze e della loro integrità personale. Nic, Haley e Jonah si risvegliano in un centro futuristico, ognuno chiuso in una stanza che se, inizialmente, potrebbe apparire luogo di cura, ben presto si rivela di detenzione, un nebuloso altrove senza tempo che pare gestito da 'Damon', un altrettanto enigmatico personaggio da cui è impossibile ottenere risposta. I sensi ottenebrati, la difficoltà di ricostruire nella memoria i passaggi che hanno portato a questo angosciante presente, bianco fermo e senza via d'uscita, e, soprattutto, la sconcertante scoperta da parte di Nic e Jonah che i rispettivi arti inferiori e superiori sono stati sostituiti, mentre la povera Haley non è altro più che un corpo vivo senza energia vitale.
The Signal è un fantascientifico in cui entrare e farsi trasportare sospendendo l'incredulità, partecipando allo smarrimento dei protagonisti e lasciandosi affascinare da alcuni effetti davvero impressionanti. Un film egregiamente diretto, interpretato in modo sensibile da attori, che a dispetto delle situazioni anormali e anomale (quasi da graphic novel), sono estremamente credibili, tormentati e umani anche nei momenti "supereroici". Un pregio che non si può non riconoscere, anche se ci teniamo a esprimere una punta di rammarico verso lo script che castra troppo presto (riducendo a poco più che peso morto il personaggio di Haley) un possibile interessante sviluppo e interazione tra la coppia di giovani innamorati, sradicati e proiettati in un futuro senza amore.

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WHAT WE DO IN THE SHADOWS Selezione Ufficiale Fantastic Sitges 47
regia Taika Waititi, Jemaine Clement
con Jemaine Clement e Taika Waititi

What we do in the shadows, regia Taika Waititi, Jemaine Clement

Nuova Zelanda. Oggi. Viago, Deacon, Vladislav e Peter condividono un appartamento fatiscente da ormai numerosi anni, ma a parte le diatribe per il mancato rispetto dei turni di pulizia, le divergenze caratteriali e generazionali che sono alla base di ogni convivenza che si rispetti, qualcosa li unisce indissolubilmente: il vampirismo. Particolare che hanno sempre tentato di nascondere, almeno fino al momento in cui decidono di raccontarsi davanti alla camera di un silenzioso reporter e a dar vita ad un esilarante falso documentario che giorno dopo giorno, notte dopo notte si trasforma sempre più in un paradossale reality ai confini della realtà.
Ognuno con un carattere definito, particolare ed estremamente complesso, i quattro vampiri si presentano raccontandoci la loro storia dalla "rinascita" dopo la morte fino ad adesso quando, alle prese con una crescente emarginazione dovuta alla loro arretratezza con gli usi e costumi attuali e alla conseguente difficoltà di procacciarsi vittime, si ritrovano nello scompiglio più totale dovendo accogliere in casa loro un vampiro divenuto tale proprio in questi giorni immortalati dalla mdp. Partecipiamo quindi alla genesi di questo vampiro che si insinua nella loro quotidianità accompagnato dall'amico ancora umano, un ingegnere che cerca di aggiornarli e ad insegnare loro i rudimenti della tecnologia (geniali le scene in cui tentano di usare skype o facebook) e seguiamo i conflitti che inevitabilmente sorgono tra la vecchia guardia e il novellino, soprattutto, quando quest'ultimo, poco incline a seguire le regole, provoca il decesso del lungimirante Peter.
Una commedia noir di straordinaria ironia, sensibile ed intelligente in cui perdersi con leggerezza per scoprire, poi, come i registi che ne sono anche interpreti, tra risate e freddure, riescono a sviscerare quanto di più umano è in questi non morti. Il tutto con originalità, savoir faire, un piglio dissacratore e autoironico tale da non scadere mai nello scontato, senza mai perdere eleganza anche nelle scene più "sanguinose", riprese da questo occhio spalancato che ci apre le porte su un mondo in cui viene voglia di tornare. Impossibile, infatti, non empatizzare con i protagonisti della storia, che si mostrano così, semplicemente, oltre, esasperati e glamour, ma, anche, profondamente tormentati dal non poter amare qualcuno che non sia dello stesso "sangue" perché destinato ad invecchiare e a morire, costretti a doversi "riprodurre", cioè a condannare ad una non-vita eterna, pur di non rimanere soli.

Ultima modifica il Giovedì, 23 Ottobre 2014 19:15

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