sabato, 18 novembre, 2017
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"George Enescu", un grande Festival internazionale che coinvolge tutta la Romania

"George Enescu Festival" 2015. Foto Vlad Eftenie "George Enescu Festival" 2015. Foto Vlad Eftenie

Con quale orgoglio la Romania compie il 22 esimo "George Enescu Festival".
Fondato nel 1958, ogni due anni, realizzato con l'Alto Patrocinio del Presidente della Romania, il Ministero del Cultura romeno, stanziando molti milioni di euro, organizza questo eccezionale evento, aperto a tutti gli artisti musicali del mondo: da solisti ad orchestre sinfoniche, da opere liriche a recital importanti.
Se Enescu diceva che "Dio gli aveva dato dei talenti, suo dovere era restituirli". E lui lo ha fatto su diversi fronti, lasciando sempre la sua impronta. Da solista di violino, violoncello, pianoforte, a direttore d'orchestra, da compositore a didatta ad organizzatore di eventi. È stato maestro di musicisti quali Yehudi Menhuin, Dinu Lipatti e Uto Ughi. Eccezionale in tutto. E come tutti gli artisti eclettici, strada facendo dividono in tanti spezzoni la loro esistenza e diventa difficile poi collocarli nella parte più determinante della loro capacità creativa. Insomma, diventa difficile classificarli: così avviene per tutti gli eclettici del mondo. Ma lo Stato Romeno, anche se in giovane età Enescu aveva lasciato la Romania per vivere e studiare a Parigi fino al 4 maggio 1955, giorno della sua morte, ha voluto ricomporre questa molteplice personalità donandogli un grande festival, a lui intestato, "George Enescu Festival", un grande contenitore, diviso in sezioni, che potesse accogliere tutti i talenti del mondo. Insomma, con l'immagine di George Enescu, più che un atto patriottico, si è voluto creare un atto di "ricucitura" verso il mondo dopo tanti di orribile dittatura. Da dimenticare. Da cancellare. E solo con la musica si può compiere questo atto di riconciliazione con il mondo.
XXII edizioni dove sono passati tutti, anche i nostri migliori musicisti italiani. Anni di sottile e intensa promozione, ben motivata, organizzata anche l'aiuto di concorsi.
E Bucarest ha sempre risposto con orgoglio al mito Enescu.
Nei tre giorni che ci sono stati consentiti, abbiamo vissuto questa "maratona musicale" che iniziava al mattino, poi al pomeriggio, poi nella mezza sera e poi a sera inoltrata. È stato tutto un correre da una sala all'altra. Solo una pecca per l'organizzazione. Visto che le sale registravano il tutto esaurito, a noi, almeno a noi, ci è stato sempre riservata una sedia di legno duro. Abbiamo capito il problema è ci siamo adattati.
Il primo incontro l'abbiamo avuto con l'orchestra Royal Liverpool con un programma così articolato: Rachmaninov, Concerto n.3 per piano, opera 30; Enescu, Sinfonia n. 3, opera 21; ma quello che ci ha più coinvolto sono stati i dettagli che desideriamo raccontare per i nostri lettori. Sul palcoscenico, in grande e in alto, campeggia il volto di Enescu circondato con due immagini astratte: simboli di magia. E il volto di Enescu campeggia anche sugli schermi laterali che servono per gli interventi tradotti delle personalità che aprono sempre ciascun evento.
Sul palco una selva di microfoni, in alto, in basso, di lato, sette telecamere posizionate nei punti più strategici per trasmettere in diretta sul portale del Festival tutto l'evento.
Un pubblico attento, immobile, una sentina di teste canute, un pubblico po' in avanti nel tempo, un po' borghese, ma anche tanti giovani. La politica dei prezzi lo consente: si parte da 2 euro per arrivare a 12. Impensabile da noi.
L'orchestra, diretta dal giovane Vasily Petrenko, era tutta concentrata sul pianista solista Simon Trpceski, un vero talento, trascinatore, generoso nei bis, travolto dagli applausi. Questo accadeva nella sala dell'enorme edificio, detto Palatului, circa 3000 posti esauriti, alle 19.30, poche ore dal nostro arrivo. L'altro posto, l'Ateneo Romeno, ci aspettava l'interpretazione dell'opera "Il ritorno di Ulisse" di Monteverdi, diretta da Richard Egarr, letta al leggio della compagnia di canto, composta da Ian Bostridge, Ulisse, tenore; Barbara Kozelj, Penepole, mezzo soprano; Elizabeth Watts, Minerva è Amore, soprano; Andrew Tortise, Telemaco, tenore; Lukas Jakobski, Tempo, Nettuno, Antinou, basso; Sophie Junker, Melanto e Fortuna, soprano; Daniela Lehner, Umana Fragilità, mezzo soprano; Alexander Oliver, Iro, tenore.
Una compagnia di bellissime voci e di grandi capacità interpretative, tanto da meritarsi una vera ovazione.
Il secondo giorno, iniziato alle 16.30, all'Ateneo Romano, abbiamo ascoltato con grande piacere il recital di Piotr Anderszewski, pianista fantastico, ricco di fantasia, che procede tutto a memoria, su un programma composto da Bach, Schumann, Szymanowski, Bartok. Intenso, ha elargito dei bis. Il pubblico, sempre numeroso, lo ha ricompensato con insistenti e lunghi applausi.
Un pianista di grande eccezionalità .
Alle 19.30 è la volta della Royal Concertgebouw Orchestra Armsterdam alla Sala Palatului per ascoltare musica di Bartok e Sostakovic; nella prima parte l'orchestra sosteneva la solista di violino Janine Jansen, davvero brava e travolgente, mentre la seconda parte l'attenzione è andata tutta al direttore Andris Nelsons, un vero trascinatore dell'orchestra agendo con energia su tutto il suo corpo. Uno spettacolo.
Alle 22.30, ancora all'Ateneo Romano, per ascoltare ancora un'opera di Monteverdi, "L'incoronazione di Poppea", sempre letta dalla compagnia di canto diretta da Richard Egarr. Il successo è stato grande e meritato.

Per questo Festival, che occupa un lungo tempo, dal 30 agosto al 20 settembre, si sono visti arrivare 3000 artisti, orchestre internazionali con una organizzazione imponente, per un pubblico che risponde in toto a tutti gli eventi, sia quelli organizzati nella città di Bucarest, ricca di spazi giusti per ospitarli, sia nei luoghi rumeni d'importanza storico-turistica sparsi nel Paese.

D. G.

Ultima modifica il Sabato, 26 Settembre 2015 07:55

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