lunedì, 27 marzo, 2017
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AND IT BURNS, BURNS, BURNS - coreografia Simona Bertozzi

"And it burns, burns, burns", coreografia Simona Bertozzi. Foto Luca Del Pia "And it burns, burns, burns", coreografia Simona Bertozzi. Foto Luca Del Pia

Progetto di Simona Bertozzi e Marcello Briguglio

Ideazione e coreografia  Simona Bertozzi

Interpreti: Anna Bottazzi, Arianna Ganassi, Giulio Petrucci, Aristide Rontini, Stefania Tansini
Musica Francesco Giomi
Luci Simone Fini
Costumi Cristiana Suriani
Produzione Nexus 2016
Con il contributo di Mibact e Regione Emilia Romagna-Fondo di Sostegno alla produzione e distribuzione della Danza d'Autore Regione Emilia-Romagna 2015/2016, con il sostegno di Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto Centro di Produzione.
Debutto alla Fondazione Nazionale della Danza di Reggio Emilia il 19 novembre 2016,
al Teatro delle Passioni di Modena dal 24 al 26 novembre, e al Teatro Kismet di Bari il 14 gennaio 2017

www.Sipario.it, 9 gennaio 2017

Il Prometeo ancestrale e contemporaneo di Simona Bertozzi

Sono quadri in azione, dapprima chiusi dentro un perimetro netto e distante, occupato in maniera architettonica; poi attraversato da movimenti che lo distruggono all'istante, lo compongono e frantumano, aprendo lo spazio tra un dentro e un fuori emotivo. And it burns, burns, burns rappresenta una sorta di transizione temporale e spaziale dell'articolato progetto coreografico concepito da Simona Bertozzi, ultimo quadro di un percorso di attraversamento del mito eschileo di Prometeo affrontato in sei episodi con corpi, personalità ed età differenti. C'è in esso la consegna di un processo creativo, di un agire che smuove la stratificazione del sapere, fisico e concettuale, appreso dagli interpreti la cui pratica non si esaurisce ma si espande e si alimenta in un territorio di danza in cui far deflagrare le improvvise rivelazioni e relazioni, la trama delle irruzioni, l'impossibilità di un arresto. Con una ricchezza e, allo stesso tempo, una rarefazione di gesti, And it burns, burns, burns racchiude e sintetizza i precedenti episodi per giungere ad una nuova intensa epifania di movimenti e atmosfere che marcano una maturità compositiva dell'artista bolognese il cui linguaggio irrompe con un proprio, forte, segno poetico, che unisce vari distillati. Ispirata al coreo dramma Prometeo di Salvatore Viganò (1803, Scala di Milano), in cui per la prima volta l'artista nominava e introduceva questa forma di scrittura coreografica, la composizione di Simona Bertozzi è pensata come una forma pittorica fra i corpi. Dalla contemplazione all'immersione, il movimento astratto viene esplorato come una progressiva dissezione che si espande nell'anatomia dei vari corpi – qui due adulti e tre adolescenti – nella loro singolarità e nel comporsi insieme, diventando una sorta di espansiva pittura in movimento che genera temperature emotive diverse. Dai lampi iniziali con l'apparizione di due titani e una dea, il procedere è in più direzioni dove lo spazio, semioscuro poi luminoso, è segnato da un oggetto ornamentale – un vaso d'argento, più precisamente un'insalatiera, che ricorda la forma decorativa di un capitello – tenuto in equilibrio in testa, sulle spalle, sulle gambe, deposto a terra, abbandonato e ripreso come in una staffetta, tenuto dall'interprete in una sorta di galleggiamento, in una sospensione quasi da circense, da trapezista. È oggetto da portare in segno di traguardo, di sfida, di autoaffermazione. È segno regale, l'ultimo dono che Zeus fa a Prometeo dopo che è stato liberato e perdonato, segno di ritorno ad un dialogo con la creatura che lo aveva tradito. È l'idea di fiamma che non si estingue e continua a bruciare, come dice il titolo. Prometeo che rapisce il fuoco celeste per infondere la vita alle prime creature, simboleggia la lotta dell'uomo per la conquista della ragione, e con essa l'acquisizione della technè, cioè la consapevolezza della finitudine, dell'orizzonte oscuro della morte. E sono evocazioni di creature divine e umane nell'alternarsi di scontri e di intese, con movimenti di sospensioni verticali, di voragini improvvise, di atterramenti, di fragilità posturali, che producono la consapevolezza del limite. La danza apre a immaginari ancestrali e contemporanei, un microcosmo fluttuante, circolare, increspato, dove le due Oceanine, dai gesti sincroni, scandiscono in tre tempi con dei brevi versi la struttura coreografica dove il segno spaziale è contemporaneamente geometrico e frammentato, luminoso e cupo, generando una inquietudine. Quella percezione inquietante generata da una ripetizione gestuale come un tarlo che scava, culmina nel finale quando, sulla musica di un valzer, dove la circolarità dei danzatori si smembra, rimane nella penombra un corpo a pancia in giù come percorso da vibrazioni elettriche. È sprofondato sulla terra o si sta elevando? Una lettura positiva o negativa del mito che rimane aperta.

Giuseppe Distefano

Ultima modifica il Sabato, 14 Gennaio 2017 05:31

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