lunedì, 23 ottobre, 2017
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ANGEL - coreografia Charlotte Zerbey

"Angel", coreografia Charlotte Zerbey "Angel", coreografia Charlotte Zerbey

(anteprima)
indagine sui generis tra i sonetti di William Shakespeare
coreografia di Charlotte Zerbey
danzatrici Elisa Capecchi, Olimpia Fortuni e Isabella Giustina
musica di Spartaco Cortesi e Charlotte Zerbey
light Vincenzo Alterini
costumi Laura Dondoli
co-produzione Company Blu/ALDES
realizzata con il sostegno di MiBACT Ministero dei Beni Culturali e del Turismo e REGIONE TOSCANA
Teatro Mecenate, Arezzo, 22 gennaio 2017

www.Sipario.it, 25 gennaio 2017

Tre figure androgine/angeliche cullate dai versi di Shakespeare

Angel è un terzetto al femminile che indaga sulla figura misteriosa e ambigua del Fair Youth, il bel giovane di cui Shakespeare scrive spesso con sentimento nei suoi sonetti d'amore. Tre figure androgine (interpretate da Elisa Capecchi, Olimpia Fortuni e Isabella Giustina) con i capelli legati, pantaloni eleganti da uomo, camicia e all'occorrenza cravatta, entrano in scena dalla platea con passo insicuro, al buio o quasi. Prendono posto sul palcoscenico, il loro posto all'interno della società, una società – quella odierna come quella in epoca elisabettiana – maschilista e cieca, dove all'uomo è imposto di avere un ruolo predefinito e alle donne non è concesso neanche di esibirsi nella loro bellezza.
Camminano nello spazio con le mani in tasca, la testa bassa, in cerca di una soluzione che non riescono a trovare. In sottofondo vengono accompagnate dal canto di una sirena, la voce della coreografa Charlotte Zerbey, che recita i sonetti contenuti in Shakespeare. L'opera poetica. Un moto interiore spinge le giovani danzatrici a spogliarsi di quegli abiti che pesano e rendono i loro corpi asessuati e privi di emozioni. Via i pantaloni, via la camicia, anche se sembra non se ne voglia andare, si impiglia tra le braccia, rimane appiccicata alla pelle; capelli sciolti e nessun peso. Le tre rimangono in mutante e canottiera, entrambe rigorosamente da uomo, ma è come se qualcosa ancora dovesse riprendere vita dopo un lunghissimo gelo. Sembrano vittime di un'alienazione, prigioniere di un governo superiore che le vuole vuote e omologate. Dunque, si liberano di ciò che di maschile ancora è rimasto loro addosso e rimangono con un corsetto stile ottocentesco. Si respira un'aria di tensione, si percepisce un'assenza, che le danzatrici cercano di colmare con il contatto. Si appoggiano l'una all'altra, si sorreggono, sono alla continua ricerca di un'intimità che si è persa. Qualcosa cambia, c'è un'evoluzione interiore ed esteriore. Diventate consapevoli di essere prigioniere di un bunker metaforico, cercano una via di fuga attraverso la tenerezza.
A osservare questi tre corpi, così diversi nella costituzione e nella struttura fisica, sembra di vedere due sorelline che giocano con la madre: le pettinano i capelli, la imitano nei movimenti, la seguono. Sono sorelle o forse gemelle, come si può immaginare dalla scena che le ritrae una di fronte all'altra, separate solo da uno specchio di luce, mentre eseguono in contemporanea gli stessi precisi gesti. Sembrano diventate la stessa persona, finché una non si accorge della presenza reale dell'altra e qualcosa si rompe. Si toccano e, non capendo cosa hanno di fronte, si colpiscono a vicenda. La "funesta femmina" (female evil), ossia "l'angelo cattivo" (bad angel) di cui Shakespeare parla con disprezzo nel sonetto 144, cerca di cacciare "l'angelo migliore" (better angel), finché una terza figura, la danzatrice dall'aspetto più mascolino, pone fine al litigio. D'altra parte cosa farebbe ciascuno di noi se si imbattesse contro un essere a sé identico? Lo amerebbe come se stesso oppure tenterebbe di ucciderlo? In un caso o nell'altro, se si pensa alla reazione di Narciso di fronte alla sua stessa immagine riflessa, probabilmente la fine sarebbe la medesima.

Sara Bonci

Ultima modifica il Mercoledì, 25 Gennaio 2017 09:42

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