lunedì, 21 maggio, 2018
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ICON - coreografia Sidi Larbi Cherkaoui

"Icon", coreografia Sidi Larbi Cherkaoui. Foto Mats Backer "Icon", coreografia Sidi Larbi Cherkaoui. Foto Mats Backer

Sidi Larbi Cherkaoui e Göteborgsoperans Danskompani
Musicisti dal vivo:  Anna Sato, Patrizia Bovi, Gabriele Miracle, Kazunari Abe, Woojae Park
Coreografia: Sidi Larbi Cherkaoui
Scene: Antony Gormley
Costumi: Jan-Jan Van Essche
Luci: David Stokholm
Drammaturgia: Antonio Cuenca Ruiz
Dancers : 18 (12 da GöteborgsOperans Danskompani, 6 da Eastman)
Direttore artistico GöteborgsOperans Danskompani: Katrín Hall
Gran Teatro del Lussemburgo, 20 gennaio 2018

www.Sipario.it, 1 febbraio 2018

Icone emotivamente intense

In scena al Grand Théâtre du Luxembourg il lavoro del 2016 Icon del coreografo visionario Sidi Larbi Cherkaoui per la compagnia svedese GöteborgsOperans Danskompani
In arte sono le raffigurazioni sacre dipinte su tavola, frutto della cultura bizantina; in ambito sociale sono le persone viste come modello da seguire negli ambiti più diversi di una società. Sono le icone. Leader religiosi, politici, popstar, modelli imposti da una società metamorfica: li riproduciamo, li adoriamo e li distruggiamo fino a quando un'altra tendenza con un'altra icona prenderà il sopravvento, sostituendo la vecchia. Da dove nasce l'esigenza di fare tutto questo? Questa è la domanda che conduce il filo conduttore dell'opera Icon del coreografo fiammingo Sidi Larbi Cherkaoui (la prima mondiale il 21 Ottobre 2016 al The Göteborg Opera), andata in scena lo scorso 19 e 20 Gennaio al Gran Teatro del Lussemburgo. È la seconda creazione che il coreografo fiammingo crea per gli svedesi GöteborgsOperans Danskompani dopo Noetic nel 2014. Si tratta di una delle principali compagnie di danza contemporanea attualmente in Europa, con danzatori che arrivano da ogni parte del mondo e che focalizza la sua attenzione su piéce originali ed esclusive, lavorando con importanti coreografi e contribuendo alla nascita di nuova forma d'arte emergente. In scena al Gran Teatro lussemburghese i danzatori del Göteborg si mescolano a quelli della compagnia che Sidi Larbi Cherkaoui fonda nel 2010, residente a Toneelhuis nella sua città natale, e che chiama Eastman (la traduzione letterale del suo stesso cognome arabo). Per questa produzione Cherkaoui ha deciso di aprire nuovi orizzonti, e così ha commissionato al giovane stilista Jan-Jan Van Essche la creazione dei costumi, e ha proseguito la sua fruttuosa collaborazione con l'artista visivo inglese Antony Gormley, che si è unito a Cherkaoui per la prima volta nel 2005 per Zero degrees, il duetto che vede in scena il coreografo con l'amico-collega inglese Akran Khan.
La scena di Icon si apre su un grande spazio bianco con 18 danzatori, seduti su un pavimento ricoperto da morbide piastrelle di argilla (3.5 tonnellate vengono usate durante lo spettacolo), mentre sul boccascena rimangono immobili alcune statuette collocate in piccoli gruppi. Nascosto dietro un tulle bianco che fa da sfondo, cantanti e musicisti dal vivo accompagnano l'ingresso dei ballerini sulla scena. I musicisti sono italiani, coreani e giapponesi per una musica cosmopolita, a volte risuonata a vista ( addirittura Anna Sato insieme a Patrizia Bovi irrompono sulla scena accanto ai danzatori) a volte nascosta.
La riflessione sulle icone, e sul come la nostra identità è soggetta ad esse, risente del pensiero del filosofo e linguista Noam Chomsky al quale il coreografo è particolarmente legato (è un esempio Fractus V del 2016) fin dai tempi dell'università: la sua indagine sull'individuo – spiega Sidi Larbi – è estremamente attuale, così come il bisogno di proteggerci dalla propaganda politica e sociale che bombarda le nostre coscienze, influenzando il nostro pensiero, e finendo per farci credere ad una realtà diversa. Bisogna conoscere le informazioni che percepiamo, liberarci dal passato – fa dire ad una delle sue danzatrici – dal mondo virtuale, dalla nostra percezione fino ad arrivare alla celebre frase di William Blake: «Quando le porte della percezione si apriranno tutte le cose appariranno come realmente sono: infinite». Icon parla di come creiamo queste icone; come, ad un certo punto, gli diamo potere, e poi abbiamo la tendenza a romperle: di come abbiamo bisogno, a volte nelle nostre vite, di iniziare una nuova fase rompendo le cose.
Il coreografo continua la sua ricerca su questo tema, dunque, trasformandolo in movimento; inserendo all'interno numerosi elementi che rendono questa piéce vibrante, emozionante e fortemente riflessiva sull'uomo contemporaneo. Ecco che silenziosa sulla scena è l'argilla, un materiale fortemente malleabile, materia emozionante, con la quale i danzatori creano nuove forme e volumi in scena, con la quale si sporcano, creando totem e poi maschere. In un lavoro fisico che diventa movimento danzante costruiscono corone, simboli del nostro tempo, vere e proprie icone. Sidi Larbi Cherkaoui afferma in un'intervista: «Quando vedi i ballerini interagire con l'argilla, parla di chi sono come individui. Dare forma a qualcosa è molto interessante nel modo in cui trasferisci la tua energia su un altro materiale. L'argilla è un materiale molto emotivo. Non c'è niente di spirituale riguardo all'argilla. L'argilla è estremamente legata alla terra. Ha un peso. Non reagisce mai come vorresti. È imprevedibile, come se avesse una mente propria. In questo senso, Icon è l'opposto di Noetic, dove lavoro con l'elemento dell'aria. In Icon, l'argilla mi tiene a terra. Lavorando con questo materiale, la gravità mi trascina costantemente».
Altro elemento è la voce – più volte usata nei lavori dal coreografo - che si traduce in gesto veloce, automatico, compulsivo, ripetitivo e che calibra il ritmo scenico. Infine la musica, appositamente composta, che mescola la tradizione giapponese con le antiche ballate francesi, fino ad arrivare alle note e ai canti di quella siciliana, calabrese e abruzzese (come la tradizionale cantata che accompagna la processione pasquale).
Ogni aspetto di questo lavoro risuona di multiculturalismo, elemento fondante delle coreografie di Sidi Larbi che più volte sottolinea l' importanza della diversità, continuando a esplorare le possibilità sinergiche del gruppo: i suoi musicisti così come i suoi danzatori sono diversi perché arrivano da ogni parte del mondo, appartengono a stili differenti (hip hop, contemporary dance, flamenco) e il suo obiettivo non è riunirli in un unicum ma, piuttosto, lavorare sul tratto caratteristico che ognuno porta con sé; musicisti giapponesi, italiani, danzatori sono solo persone, portavoci del loro bagaglio culturale, delle loro informazioni e conoscenze: questo significa narrare la complessità del mondo. Sidi Larbi traduce il concetto di creazione e distruzione delle icone in una danza dai gesti rotondi e ampi, in continuo cambiamento. Nella prima parte i danzatori sono legati tra loro in un movimento corale di braccia come un onda continua; si riuniscono in piccoli gruppi, per poi ritornare al centro dello spazio in un unico coro, fino a lasciare il tempo ai passaggi solitari sul boccascena: come delle foglie che si rincorrono nel vento, i danzatori danno vita ad un movimento 'baumaniamente' liquido e in continuo divenire. Così come le icone, la danza si trasforma, modellandosi, si distrugge e si costruisce come per l'argilla. Nella seconda parte più intensa della prima, la scrittura del gesto è più grezza, meno gestita che all'inizio. Si lascia il posto ad una danza ancora più fluida, ma con molte influenze che arrivano dall'hip hop (soprattutto nel pezzo ironico e provocatorio Come on come on di Chapin Carpenter). L'argilla, intanto, viene schiacciata, impastata e sbattuta violentemente: è usata per modellare vere armature fatte di elmi, armi e corazze. Prende l'aspetto di simboli sessuali per un sarcastico e intenso pas de deux, permettendo poi la lapidazioni di alcuni danzatori in scena, pietrificandoli letteralmente in una sorta di pantomima funebre. Dopo averla trasformata in maschere tribali, alla fine il gruppo la lavora fino a formare un uomo gigantesco, prima sdraiato e poi rannicchiato in una posa pensosa. I danzatori fissano il loro totem - la loro icona - simulando la stessa posa, rimanendo lì, immobili e silenziosi.

Roberta Bignardi

Ultima modifica il Venerdì, 02 Febbraio 2018 07:16

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