sabato, 16 dicembre, 2017
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ROSAS DANST ROSAS - coreografia Anne Teresa De Keersmaeker

"Rosas Danst Rosas", coreografia Anne Teresa De Keersmaeker. Foto Jean Luc Tanghe "Rosas Danst Rosas", coreografia Anne Teresa De Keersmaeker. Foto Jean Luc Tanghe

coreografia di Anne Teresa De Keersmaeker
creato da Anne Teresa De Keersmaeker, Adriana Borriello, Michèle Anne De Mey, Fumiyo Ikeda
musiche di Thierry De Mey, Peter Vermeersch
luci Remon Fromont
interpreti: Laura Bachman, Anika Edstrom Kawaij, Laura Maria Poleti, Soa Ratsifandrhana
Compagnia Anne Teresa De Keersmaeker Rosas
visto al Ponchielli, Cremona, 26 settembre 2017

www.Sipario.it, 5 ottobre 2017

C'è una fame di memoria nelle arti performative – teatro e danza – che dice del desiderio di vedere a che punto stia lo stato dell'arte e come si sia giunto a questo punto, ma che segnala (forse) una stanchezza creativa. Meglio dunque ripassare i classici, intesi come gli spettacoli che hanno segnato una svolta nel linguaggio performativo. E come classico della contemporaneità è letto Rosas Danst Rosas di Anne Teresa De Keesmaeker, riproposto dal Festival MilanoOltre e andato in scena al Ponchielli di Cremona, in apertura della stagione La Danza d'autunno. L'appuntamento merita alcune considerazioni in merito al lavoro in sé, datato 1983, e al contesto. Rosas Danst Rosas ha come protagoniste quatto danzatrici, l'universo femminile e quella citazione di Gertrude Stein che chiede di non aggiungere altro: una rosa è una rosa; di più sarebbe superfluo dire. Questo va riferito sia al narrato che ai narranti. Tutto si gioca su un tessuto coreografico che si articolo nell'ossessiva riproposizione di figure coreografiche che seguono e disegnano il ritmo e la cadenza di una partitura musicale minimalista, che procede per variazioni e accumuli di suoni in un tutto continuo che toglie il fiato. Le musiche sono firmate da Thierry De mey, Peter Vermeersch e sono nate in sala, in stretta connessione con la coreografa. In una penombra plastica che è penombra d'esistenza, le quattro danzatrici cadono e si rialzano con una persistenza agita che esaspera la fatica di trovare una propria postura, una posizione verticale. Gesti nervosi: il tirarsi i capelli indietro, il mettersi a posto la camicetta presuppongono una ritualità del quotidiano o semplicemente l'astrazione coreografica di gesti che costruiscono un racconto della femminilità che sta allo spettatore comporre, se crede. Sullo sfondo delle sedie accatastate che poi vengono messe in fila, divengono punto d'appoggio, elemento scenico. In Rosas Danst Rosas la il reiterare i gesti si lega alla differenza anche impercettibile che ogni atto ripetitivo porta con sé, e in questo variare dell'apparente identico assetto coreografico c'è la possibilità di entrare, di cogliere ciò che accade, sulla scorta del binomio ripetizione e differenza caro a Gilles Deleuze. Lo spazio scenico è uno spazio astratto delimitato sullo sfondo da un telo di cellophane. Ad abitare lo spazio sono le quattro danzatrici prigioniere di movimenti di una stordente secchezza coreografica in cui corpo e musica sono un tutt'uno, in cui variazioni minime fanno da detonatori e pungoli a un continuum senza fine. Lo sguardo dello spettatore contemporaneo trova immediatamente riferimenti alla coreografia di un periodo storico contraddistinto da feroci e provocatorie sperimentazioni e quindi l'occhio e il pensiero vanno a Caffè Müller di Pina Bausch, oppure alla danza di Lucinda Childs, riferimenti che dicono di un habitat all'interno del quale porre il lavoro di De Keersmaeker. Ed è questa 'contestualizzazione' che avrebbe dovuto accompagnare – in un autentico e riflettuto percorso di analisi storica – lo spettacolo visto al Ponchielli che ha messo a dura prova lo spettatore, portando alcuni ad abbandonare la platea.
Per questo il pur pregevole intento del massimo teatro cremonese di offrire un capolavoro della danza contemporanea degli inizi anni Ottanta è perso monco, avrebbe avuto bisogno di essere accompagnato da una banale, ma necessaria spiegazione della proposta. Certo la capacità di interrogare e anche mettere a disagio della ricerca coreografica di Anne Teresa De Keersmaeker si è riproposta, ma più per l'impreparazione del pubblico che per il lavoro in sé. Insomma è parsa meritoria la scelta di offrire uno spaccato di quello che ha voluto dire la danza all'inizio degli anni Ottanta, operazione tanto più lodevole se fatta da un teatro come il Ponchielli che ha ospitato i più grandi coreografi in anni in cui la danza contemporanea non era di casa in Italia. Detto questo ciò che è mancato è la volontà artistica di mettere in condizione la platea di apprezzare l'operazione in sé e il lavoro non semplice della coreografa belga. Peccato, un'occasione persa.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Giovedì, 05 Ottobre 2017 21:06

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