lunedì, 20 novembre, 2017
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SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE - coreografia George Balanchine

Al centro Nicoletta Manni in "Sogno di una notte di mezza estate", coreografia George Balanchine Al centro Nicoletta Manni in "Sogno di una notte di mezza estate", coreografia George Balanchine

Balletto in due atti dall'omonima commedia di William Shakespeare.
Coreografia di George Balanchine © The George Balanchine Trust ripresa da Patricia Neary.
Musica di Felix Mendelssohn-Bartholdy. Scene e costumi di Luisa Spinatelli.
Con: Nicoletta Manni, Nicola Del Freo, Marco Agostino, Antonino Sutera,
Emanuela Montanari, Mariafrancesca Garritano, Maurizio Licitra,
Alessandro Grillo, Virna Toppi, Riccardo Massimi, Matthew Endicott,
Antonella Albano,
il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala diretto da Frédéric Olivieri e il Coro di Voci Bianche dell'Accademia Teatro alla Scala diretto da Marco De Gasperi.

Produzione Teatro alla Scala.
Orchestra dell'Accademia Teatro alla Scala. Direttore: David Coleman

MILANO, Teatro alla Scala, dal 28 giugno al 22 luglio 2017

www.Sipario.it, 18 luglio 2017

Le fantastiche immagini del reale nel Sogno scaligero

Definita da Teseo - il Duca di Atene nella corte del Sogno di una notte di mezza estate - un "palpable-gross play", l'opera di Shakespeare trovò spazio nell'incedere storico dell'arte coreutica già nel 1876 allorquando Marius Petipa, sommo artefice dei più grandi titoli del repertorio ballettistico, firmò a San Pietroburgo il suo Songe d'une nuit d'été su musica di Mendelssohn. Un segmento, questo, che si incardinò nella produzione del coreografo francese secondo inediti percorsi dal momento che era strutturato su musiche sinfoniche preesistenti e, inoltre, prediligeva la forma breve. Come accortamente nota Tim Scholl, il grande coreografo francese squadernava, pertanto, i percorsi che la danza avrebbe battuto nel secolo successivo.
Un titolo, dunque, che fin dall'esordio sperimentò la ricchezza dei territori di frontiera fra un'epoca e l'altra e presumibilmente destinato a rinascere secondo i medesimi tratti allorché George Balanchine nel 1962 si cimentò con il soggetto shakespeariano: fu la prima volta, per l'appunto, che il coreografo russo firmò un balletto narrativo che velatamente e in controluce riecheggiava lo stile di Petipa. Un esito nato con i ragazzi della School of American Ballet e che si stagliò quale sguardo e omaggio alla preziosità coreutica del XIX secolo completando il tassello di un dialogo storico che così assunse i lineamenti della fertile reciprocità.
Per la prima volta alla Scala nel 2003 con Alessandra Ferri e Roberto Bolle nei ruoli di Titania e Oberon oggi il balletto firmato da Mr. B. torna sul palco del Piermarini - grazie alla ripresa coreografica di Patricia Neary - con un cast esclusivamente scaligero di interpreti in debutto o già impegnati nelle precedenti rappresentazioni. Ad aprire l'interessante turnover dei danzatori coinvolti in questa ripresa del titolo è Nicoletta Manni nel ruolo di Titania, ovvero colei che ama dimorare in quel "pendìo dove fiorisce il timo selvatico, dove sbocciano la primula e la tremula violetta sotto un baldacchino di rigoglioso agrifoglio, profumate rose muschiate e caprifoglio" per seguire il Bardo inglese. Balanchine, com'è noto, affida l'esordio coreutico del ruolo ad un pas de deux con il suo Cavaliere - qui Marco Agostino - modulato con convinzione secondo le architetture della dinamica soavità coreografica. Segue l'atmosfera evanescente che incornicia il ruolo di Oberon restituito da Nicola Del Freo con un andamento tecnico vigoroso e intramezzato da un valido lavoro dei piedi nei numerosi entrechats che strutturano il suo discorso coreutico. Nella prima rappresentazione lo "spirito zotico" Puck rivive grazie ad Antonino Sutera, interprete già noto nel ruolo e meticoloso nel consegnare l'"allegro vagabondo notturno" con appropriata scanzonata giocondità. Condotto abilmente l'odioso inganno con le coppie dei quattro amanti - in scena Emanuela Montanari, Mariafrancesca Garritano, Maurizio Licitra ed Alessandro Grillo - sovvertendo l'ordine delle cose e rinnovando un gioco talvolta finanche nequitoso.
Il secondo atto, eviscerato da intenti narrativi e imperniato tutto su un divertissement classico, dopo la celeberrima Marcia nuziale e il pas de deux concede spazio ai ruoli di Ippolita e Teseo restituiti da Virna Toppi e Riccardo Massimi, come pure ad un corpo di ballo che ripropone disinvoltamente l'autorevolezza di una cornice coreografica ben nota alla troupe scaligera.
Coinvolta, in questo sesto titolo della stagione di balletto, la compagine dell'Accademia Teatro alla Scala: l'Orchestra diretta da David Coleman, il Coro di Voci Bianche diretto da Marco De Gaspari, le Soliste del Corso di perfezionamento per cantanti lirici nonché gli allievi della Scuola di Ballo.
L'opera di Balanchine, fin dalla sua prima edizione milanese incorniciata nelle scene e nei costumi di Luisa Spinatelli, è il balletto che nel tempo collezionò gli applausi dei ballettomani del mondo grazie alle numerose tournée: Baden-Baden, San Pietroburgo, Aspendos, Atene, San Paolo, Rio de Janeiro, Città del Messico, Larnaca, Hong Kong, Tianjin, Pechino, Shanghai, Aalborg, Mosca, oltre a numerose città italiane. In pochi anni si annoverarono più di novanta repliche che contribuirono a determinare la stringente appartenenza del titolo alla storia recente del balletto e delle maestranze scaligere. Identità rivelata nelle platee internazionali che ci si auspica possano seguitare a suggellare il successo di un lavoro rivelatore di quella "identità umana comune" - come direbbe Edgar Morin - che si dispiega nell'opera di Balanchine. In essa, infatti, trapela l'immagine fantastica di quel reale che è e rimane "strange and admirable".

Vito Lentini

Ultima modifica il Mercoledì, 19 Luglio 2017 10:34

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