domenica, 21 ottobre, 2018
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CAVALLERIA RUSTICANA / PAGLIACCI - regia Pippo Delbono

Carmela Remigio e Fabio Sartori in "Pagliacci" regia Pippo Delbono. Foto Yasuko Kageyama Carmela Remigio e Fabio Sartori in "Pagliacci" regia Pippo Delbono. Foto Yasuko Kageyama

CAVALLERIA RUSTICANA
Musica di Pietro Mascagni
Opera in atto unico
Testo di Guido Menasci e Giovanni Targioni-Tozzetti
tratto dalla novella di Giovanni Verga
Prima rappresentazione
Roma, Teatro Costanzi, 17 maggio 1890

PAGLIACCI
Musica di Ruggero Leoncavallo
Opera in due atti
Libretto di Ruggero Leoncavallo
Prima rappresentazione
Milano, Teatro dal Verme, 21 maggio 1892
Direttore Carlo Rizzi
Regia Pippo Delbono
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Scene Sergio Tramonti
Costumi Giusi Giustino
Luci Enrico Bagnoli

Principali interpreti
CAVALLERIA RUSTICANA
Santuzza Anita Rachvelishvili

Lola Martina Belli
Turiddu Alfred Kim
Alfio Gevorg Hakobyan / Kiril Manolov 12 aprile

Lucia Anna Malavasi
Allestimento Teatro di San Carlo di Napoli

PAGLIACCI
Canio Fabio Sartori / Diego Cavazzin 12 aprile
Nedda Carmela Remigio

Tonio  Gevorg Hakobyan / Kiril Manolov 12 aprile
Beppe Matteo Falcier

Silvio Dionisios Sourbis
Nuovo allestimento

Orchestra e Coro del Teatro dell'Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell'Opera di Roma
Roma, Teatro dell'Opera di Roma dal 5 al 15 aprile 2018

www.Sipario.it, 9 aprile 2018

Non esistono regole definitive per rappresentare un classico. Brecht invitava a fare attenzione nello scegliere un taglio registico troppo moderno o troppo conforme a vecchi stilemi rappresentativi. Suggeriva la via di mezzo: quella che con un'intuizione lievemente percettibile nella struttura d'insieme dello spettacolo, avrebbe finito per rendere il classico straordinariamente vicino a noi.
All'Opera di Roma Pippo Delbono ha deciso di mettere in scena Cavalleria rusticana di Mascagni e Pagliacci di Leoncavallo. Melodrammi che insieme stanno bene perché trattano, con le rispettive differenze, storie simili di amore e gelosia fra uomini e donne; con, sullo sfondo, un meridione (la Sicilia per Cavalleria e la Calabria per Pagliacci) avvoltolato nei suoi costumi, nelle sue tradizioni, nei suoi limiti, nelle sue meschinerie e nelle sue abitudini non ancora del tutto scomparsi (la cronaca dei quotidiani locali tuttora ci racconta, purtroppo, storie simili a quelle narrate da Mascagni e Leoncavallo). Una bella opportunità, per il teatro italiano, di provare a interpretare, sulla scia della lezione brechtiana sui classici, una realtà del nostro tempo da comprendere fino in fondo.
Ma Delbono ha deciso di sfruttare l'occasione per parlare di se stesso. Cavalleria rusticana e Pagliacci divengono pretesti per rievocare vicende private del regista. Prima che lo spettacolo inizi, egli infatti fa il suo ingresso in teatro chiedendo scusa al pubblico per l'intromissione. Frattanto, dalla sala si fischia e si protesta a voce alta, invitando Delbono ad andar via. Imperterrito, egli racconta alcuni episodi personali legati alla Pasqua, alla madre, al circo e al suo desiderio di fare il trapezista pur avendo paura del vuoto. Infine, chiede di nuovo scusa e se ne va. Non definitamente, perché poi sarà quasi sempre in scena, pur senza far nulla. Durante lo spettacolo, eccolo andare da una parte all'altra del palco, saltellare, fingere di dirigere l'orchestra (peraltro condotta discretamente bene da Carlo Rizzi), accompagnare Bobò (un simpatico e innocuo vecchino sottratto dal manicomio di Aversa) in scena senza fargli fare nulla.
Intanto, la Cavalleria di Mascagni e Pagliacci di Leoncavallo proseguono alla bell'e meglio per loro conto, perché non vi è alcuna impostazione registica. Entrambe le opere si svolgono in una specie di disadorno stanzone (una chiesa spoglia o la camera dei ricordi di Delbono), affidate alla sola bravura vocale dei cantanti. I quali, quanto a presenza scenica, lasciano abbastanza a desiderare.
Forse Delbono ci avrà pure messo a parte di un suo mondo poetico. Ma che strana maniera, questa, di trattare i classici. I quali, per essere rappresentati, richiedono uno spiccato senso della misura che può emergere solo in un caso: quando la presenza del regista, nello spettacolo, si manifesta attraverso l'invenzione di una metafora scenica che sia la sintesi d'un approfondito lavoro di analisi.
Elementi che, in questo caso, son venuti del tutto a mancare.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Martedì, 10 Aprile 2018 08:57

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