sabato, 24 giugno, 2017
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DON CARLO - regia Cesare Lievi

"Don Carlo" - regia Cesare Lievi. Foto Marcello Orselli "Don Carlo" - regia Cesare Lievi. Foto Marcello Orselli

Opera in quattro atti
Grand Opéra - versione 1884 in quattro atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Joseph Méry e Camille du Locle
Direttore d'Orchestra, Valerio Galli
Regia, Cesare Lievi
Scene e costumi, Maurizio Balò
Luci, Andrea Borelli
Filippo II, Re di Spagna, Riccardo Zanellato
Don Carlo, Infante di Spagna, Aquiles Machado
Rodrigo, Marchese di Posa, Franco Vassallo
Il Grande Inquisitore, Marco Spotti
Un frate, Mariano Buccino
Elisabetta di Valois, Svetla Vassileva
La principessa Eboli, Giovanna Casolla
Tebaldo, Marika Colasanto
Conte di Lerma, Didier Pieri
Voce dal cielo, Silvia Pantani
Deputati fiamminghi, Ricardo Crampton, Ettore Kim, Roberto Maietta, Enrico Marchesini, Stefano Marchisio, Daniele Piscopo,
Stefano Rinaldi Miliani
Allestimento in coproduzione tra Fondazione Teatro Carlo Felice, Fondazione Teatro Regio di Parma e Auditorio de Tenerife "Adán Martìn"
Genova, Teatro Carlo Felice, dal 21 aprile al 2 maggio 2017

www.Sipario.it, 22 aprile 2017
www.Sipario.it, 24 aprile 2017

Un monumento. Un'avventura dello spirito, lo spietato fermoimmagine di una sensibilità di senile profondità e malinconia, orfana d'ogni illusione, capace di immense parole d'amore ma senza alcun vero oggetto amato cui indirizzarle.
Verdi, il genio contadino, nella sua mezza età (cioè all'inizio dell'avventura con il "Don Carlo") è come se avesse già vissuto molte vite: sia in ambito artistico, considerando che il suo genio lo pone puntualmente avanti d'una spanna rispetto al proprio tempo, sia dal punto di vista esistenziale, perché conservatore e rivoluzionario insieme, perché tra i protagonisti (forse perfino suo malgrado) del Risorgimento e poi dentro le stanze dei bottoni dell'Italia appena fatta, e poi fuori, disincantato, amareggiato.
Nella sua mezza età, dicevamo, Verdi viene sollecitato a questo ulteriore incontro con Friedrich Schiller, autore che tanto aveva amato in gioventù. Il contesto della richiesta e dell'opera (con le sue ripercussioni stilistiche) è inizialmente quell'Opéra di Parigi che vuole – vedova di Meyerbeer – un suo nuovo Grand-Opéra. Ma l'opera concepita sulla tragedia schilleriana, in quel lunghissimo tramonto verdiano che ha elargito alcuni ulteriori capolavori, diventa presto un work in progress, una partitura costantemente da ripensare, su cui mettere e rimettere mano, attraverso numerose revisioni e modifiche, anche importanti.
La versione del "Don Carlo" in scena a Genova è quella, in lingua italiana e in quattro atti, concepita per la Scala nel 1884 (quasi un ventennio dopo la prima francese). Frutto di molti ripensamenti, compreso un atto intero fatto fuori, l'opera qui aveva, a detta dell'autore, «più concisione e più nerbo»...
Fatto sta che è un parto sofferto, e si sente... Si sente che è un capolavoro in qualche modo gestito goffamente (goffaggine di genio, s'intende), dove Verdi distilla pagine superbe, gemme formidabili, ma in un collier che, visto nell'insieme, mostra anche la sua struttura teatrale sghemba e talora sgraziata.
Un monumento, dicevamo, un'avventura dello spirito. Un sepolcro per quegli stessi slanci del sentire Sturm und Drang che avrebbero dovuto innervare la tragedia schilleriana. Verdi non crede. Verdi non ci crede e non crede inoltre, poter essere sanabili (e ce lo dice nella sua musica), quei conflitti che l'avevano in passato appassionato, e adesso invece pare lo logorino, poiché giunto all'amara conclusione che siano irrimediabili ed insanabili. L'adolescenza romantica, che pure aveva animato il testo schilleriano, facendo sì che il drammaturgo, ventenne, s'innamorasse della nouvelle historique di Saint-Réal, e via via ne facesse un dramma politico, in Verdi non sembra più credibile.
Il bussetano racconta dunque, nel suo "Don Carlo", non più la speranza, cieca e luminosa, del Marchese di Posa (personaggio in cui Schiller mise il proprio cuore idealista, carne immolata alla causa libertaria), ma una disillusione che dilaga, un disincanto che erode persino la necessità di trovare soluzioni, su questioni scottanti quali il punto d'incontro e scontro tra politica e morale, tra idealismo e realismo, libertà e totalitarismo.
Ciò detto (sperando il lettore non abbia demorso... adesso arriviamo allo spettacolo), per dire, ancora, che il Don Carlo è un monumento. È uno "Staglieno" (per chi non ne sia informato, secondo molti Genova ha il cimitero monumentale più bello del mondo. Staglieno appunto), è sepolcreto monumentale di un'epoca, stracolmo di tesori in ordine sparso, nella loro marmorea e fatiscente bellezza, col verde spento del muschio che li accerchia ed il grigio cangiante delle foglie morte per terra.
Il marmo è, infatti, il grande protagonista di questa potente lettura andata in scena al Carlo Felice. Il marmo di una immensa lapide (quella di Carlos V), laddove tutto parte e tutto torna, in chiusura d'opera. Marmo che dilaga negli oggetti e nelle pareti, che raffredda e rinserra anche le passioni.
Da subito, da prima che l'opera iniziasse, alla prima dell'altra sera, il teatro genovese ha fatto idealmente visita alle vestigia d'una grande eroina che, lasciato il palco e la vita, adesso può permettersi il lusso d'essere ovunque: la meravigliosa, amatissima Daniela Dessì, una superba "Elisabetta di Valois" (come nell'edizione scaligera di tanti anni fa, con Muti sul podio e Pavarotti Don Carlo, e Ramey Filippo II) che avrebbe dovuto esserla nuovamente, anche sulla ribalta di Genova. Dapprima, la sua voce a sipario chiuso, ed a lei è toccato l'applauso più lungo della serata, poi, le parole affettuose e profonde del sovrintendente Maurizio Roi e l'abbraccio con Fabio Armiliato, il compagno di sempre del compianto soprano.
Sullo spettacolo: l'allestimento genovese ci pare, nel complesso, un progetto pienamente riuscito. Quando la vista contribuisce all'udito, suggerendo "punti di vista" (appunto), ma senza violenza, quando il contenitore del dramma è pienamente dentro il contenuto musicale e letterario, allora funziona. Ed è ciò che rileviamo: Cesare Lievi (regista) insieme a Maurizio Balò (scene e costumi) ed alle luci di Andrea Borelli, hanno restituito una lettura solenne ed accorta di quella Spagna cinquecentesca, di quella corte tetra ed inquisitoria (tranne, a nostra sensibilità, la piccola macchia d'un "effetto nevicata" un po' a rischio).
Orchestra e coro in ottima forma, direzione del giovane Valerio Galli che siamo lieti di ritrovare davvero cresciuto (lo ricordavamo alla guida di una "Fedora", due anni orsono, assai meno convincente): una interpretazione efficace e solida, anche se qua e là ("O don fatale", ad esempio) un po' di nerbo in più sarebbe stato apprezzato.
Tris d'assi, per le voci maschili "gravi", Riccardo Zanellato, Marco Spotti, Franco Vassallo, tre interpretazioni intense e convincenti. Grandi voci, grande teatro. Naturalezza – e qualche sbavatura, però – per l'infante di Spagna Aquiles Machado; una garanzia la Elisabetta di Svetla Vassileva, vocalità che riesce a rendere comunque solido e completo un ruolo che chiede anche quel registro grave di cui la Vassileva solo parzialmente dispone. Convincenti, Marika Colasanto (il paggio) e gli altri ruoli... Un team di qualità, insomma, nei ruoli primari e nei camei.
Last but not least, Giovanna Casolla. Casolla che è truppa d'assalto, una potenza della natura, ed è stata – ancora una volta - una Eboli perfetta, che s'è presa ogni centimetro disponibile di scena, come è giusto che sia, riuscendo a tenere sulla punta delle dita l'intera platea.
Piccola parentesi di colore, a proposito: in conferenza stampa la signora Casolla, con una veracità forse non troppo pertinente all'occasione, si era rivolta ai critici musicali chiedendo loro (e a noi, tra loro) di farsi vedere, di farsi conoscere, di metterci la faccia, eccetera eccetera. Perché, ad esempio, «anche Totò era stato maltrattato dalla critica» e adesso è celebrato ovunque mentre nessuno si ricorda dei suoi detrattori (e luoghi comuni via discorrendo). Quel siparietto un po' fuori posto aveva lasciato un certo imbarazzo ed il sapore di una lontananza, proprio come i film di Totò, dove arte e artigianato si mescolano, dove grandi personaggi, colmi di talento, sanno fare meraviglie ma mostrano parimenti una certa fatica a leggere quei codici culturali del sistema che li accoglie.
Dopo averla intesa nuovamente in scena, questa meravigliosa settantaduenne che ha la voce e lo spirito di una Eboli trentenne ed un megafono al posto del diaframma, ci chiediamo: perché mai questa rabbia sparacchiata nei confronti dei critici e del loro lavoro? Chi è stato così sprovveduto da rivolgersi a quest'artista forse in modo tale da ferirla, e creare in lei tanta vis polemica verso la categoria?
Poi, in ascensore (verso il rinfresco gratuito, proprio come il biglietto di chi ha uno straccio di foglio o di foglio elettronico su cui recensire), un paffuto giovane cravattato dal colorito non troppo sano, provvisorio compagno di salita, ci ha illuminato: in 20 secondi, questo immagino collega o comunque addetto ai lavori (di chissà quale corso di studi o di quale sindrome melomaniaca), ha iniziato a pontificare e "svelare" il suo garantito responso. Lo faceva dando la sua brava pagellina, questo non mi piace affatto, questo neanche, quest'altro un po' ma gli acuti no... Se questa è la critica (temo sia questa, nei suoi livelli standard, oggi ancora di più, dato che una "deregulation recensiva" moltiplica, su internet, simili inquietanti profili... Che prima c'erano pure, ma meno, perché solo su carta)... Se questa è la critica, allora, cara Signora Casolla, siamo con lei.
Torniamo al "Don Carlo". Un monumento. Di più, un sepolcreto di tesori, arduo da percorrere e nient'affatto "divertente" (è ben di meglio e ben di più, che "divertente"). Portereste i vostri bambini a visitare Staglieno? Noi diremmo, fortissimamente, di sì. A patto però che si racconti loro (ai bambini ed agli adulti distratti qual tutti siamo, prima di approfondire) quali e quante meraviglie custodisca, quale passato si possa, al suo interno, cercare, per ritrovare, grazie ad esso, ogni possibile futuro.
Considerando la frequenza rada, la mole di impegno profuso da chi la realizza, la persino eroica dimensione "anti botteghino" di una simile scelta (scelta che giustifica l'esistenza in vita del teatro pubblico, però), consigliamo di rimboccarvi le maniche e "scegliere" il "Don Carlo". Questo "Don Carlo". Anche se fuori c'è il sole: domenica 30 e martedì 2 sarà alle 15.30; anche se salta o si rimanda la cena: mercoledì 26 inizia alle 19... All'estero la normalità, qui quasi una tragedia.

Giorgio De Martino

Tutto un debutto il Don Carlo di Giuseppe Verdi, versione 1884 in quattro atti, a Genova il 21 aprile 2017 al teatro Carlo Felice. Una serata di debuttanti nell'opera verdiana, tra cui, per primo, il direttore d'orchestra, il M° Valerio Galli.
Se consideriamo che non meno del 70% della riuscita di un'opera sta nella corretta direzione d'orchestra, un debuttante come il M° Galli ha sorretto un vero macigno, ma con non poco sforzo. Proveniente da un imprinting esclusivamente o quasi pucciniano, il Direttore si è impelagato in un'impresa titanica, che avrebbe fatto tremare le ginocchia a chiunque, anche ai direttori più blasonati.
Risultano dalla sua biografia, brevi "contatti" verdiani con "Il Trovatore" e "Un ballo in maschera"... Nient'altro. Allora bisogna convenire che approcciarsi al Don Carlo, capolavoro monumentale, in una fase così anticipata rispetto a quello che dovrebbe essere il normale sviluppo di una carriera direttoriale riguardo alle opere di Giuseppe Verdi è stato quanto meno azzardato. Chi scrive pensa che prima di arrivare a governare debitamente un'opera come il Don Carlo, un direttore, sia pure relativamente giovane (il Maestro Galli ha 38 anni) debba accostarsi a Verdi con timore reverenziale e iniziando da opere ben più note (di più facile, in Verdi, non c'è proprio niente) e quindi anche più brevi e comunque più collaudate, se non altro anche all'ascolto. Il Direttore può aver ascoltato anche l'opera omnia riguardante il Don Carlo, ma prima di renderlo proprio occorrerà ancora molto tempo, molta strada fare e soprattutto molta umiltà.
La sua direzione, in definitiva, quindi, si è dimostrata discontinua, a tratti slegata. La resa agogica addirittura ne veniva coinvolta e alterata. Il "tutto forte" da tutte le sezioni era pesante da ascoltare, gli attacchi non arrivavano, a volte sembrava di essere in levare anziché in battere e viceversa. Una squadratura scolastica, la mancanza di dinamiche adeguate e un insieme confuso e disarmonico caratterizzavano il tutto. I cantanti, poi, a momenti, dettavano legge sovrastando la direzione; a volte, invece, era come se restassero soli e smarriti sul palcoscenico. Nei concertati è accaduto anche questo.
Dunque è consigliabile per il Direttore Galli, prima di affrontare di nuovo il capolavoro verdiano, di farsi un bel po' di gavetta, magari dalle parti in cui Peppino è nato ed è venerato come una reliquia. Non si sa bene, se avesse diretto questo Don Carlo in quelle contrade, come sarebbe andata a finire con la falange peppiniana degli ultras...
Eppure il capolavoro verdiano è un panzer e ti prende, c'è poco da fare, anche perché il cast era di debuttanti, ma solo parzialmente.
Al debutto nel ruolo anche la più "debole" in scena, la Elisabetta di Svetla Vassileva, che ha reso un personaggio senz'anima, nonostante cercasse di essere ligia ai dettami registici, che a volte, poi, non erano così aderenti al testo del libretto. E, a proposito di testo, la bella cantante bulgara dovrebbe ripassarsi meglio le parole, a volte ha pure scambiato il verbo avere con il verbo essere e si è inventato qualche termine: quando canta in Italia gli ascoltatori se ne accorgono! La voce, poi, è potente, anche troppo. Quando si possiede una voce grande bisogna saperla modulare e non spingere come una forsennata, oltretutto senza motivo, soprattutto al primo atto. Filati inesistenti, piano assenti o quasi, espressività da tutt'altra parte. Un soprano che, tutto sommato, però, potrebbe essere una buona Elisabetta, e che quindi necessita di maturare ancora un bel po' la parte e soprattutto d'immedesimarsi in ciò che canta.
Lode a questo proposito al tenore venezuelano naturalizzato spagnolo Aquiles Machado, nei panni del protagonista Don Carlo, che, pur non avendo una voce particolarmente brillante, soprattutto negli acuti che vibravano un po' troppo, è entrato in parte ed ha beccato in pieno il personaggio. Questo fa moltissimo ed il risultato è stato credibile . La figura di Don Carlo non è facile da rendere: va adeguata anche al concetto spicciolo di "cane bastonato", che è difficile da cogliere. Pochi tenori ci riescono, presi dall'impegno vocale e dall'albagia da protagonista. Qui, invece, c'era tutto, sentito ed espresso.
Un altro debuttante, Riccardo Zanellato, Filippo II, era molto preso dalla parte vocale e meno da quella scenica. Un maggiore senso di algida, arrogante regalità non gli starebbe male: l'imponenza fisica c'è tutta, quella vocale un po' meno, soprattutto nei gravi profondi, ma il suo "Ella giammai m'amò" è stato ben cantato. Però la parte di Filippo va ben al di là di questo celeberrimo brano ed anch'egli ha ancora molto da lavorare su questo personaggio, che spesso è la vetta per un basso, quella inseguita e perseguita da una vita. Ma lo Zanellato ha le potenzialità per arrivarci anch'egli, mettendolo a fuoco, dosando meglio voce e scena e amalgamando meglio il tutto.
Molto gradevole, con un bellissimo legato e una presenza scenica appropriata il Rodrigo di Franco Vassallo, che anch'egli, come il Machado, ha azzeccato in pieno lo spirito del personaggio.
Dulcis in fundo, un vero monumento della lirica di ieri e ancora di oggi: la Eboli di Giovanna Casolla, che, nonostante la staticità scenica che denuncia anche una scuola d'altra epoca, ha ancora voce da vendere.
Piuttosto chiara la vocalità da basso del grande inquisitore Marco Spotti, ma del tutto corretta e apprezzabile; altrettanto quella di tutti gli altri interpreti in scena. Bene il coro del teatro genovese, guidato da Franco Sebastiani.
La produzione diretta da Cesare Lievi, nell'allestimento in coproduzione tra Fondazione Teatro Carlo Felice, Fondazione Teatro Regio di Parma e Auditorio de Tenerife "Adán Martìn", era marmorea, di aspetto monolitico, ma gradevole nel complesso e la regia, con qualche défaillance rispetto al libretto, era curata. Oltretutto, al finale, finalmente Don Carlo viene trascinato nel sepolcro dal nonno Carlo V, che appare in tutta la propria regalità: non lo fa più nessuno! Regia tradizionale, quindi, che ha dato qualche tocco d'effetto, come nelle ombre cinesi mascherate della festa, nella scena I del secondo atto, così come nell'Autodafè, che è stata gestita correttamente, riguardo soprattutto alle masse.
Le scene di Maurizio Balò viravano sui toni del marmo bianco, i suoi costumi vi spiccavano di scuro e le luci ben dosate di Andrea Borelli hanno reso fin dall'inizio la corretta atmosfera chiesastica e quasi sepolcrale che caratterizzava l'intera messa in scena.
Una serata potenzialmente di livello che, se meglio diretta, avrebbe brillato nel cartellone del teatro genovese.

Natalia Di Bartolo © DiBartolocritic

Ultima modifica il Lunedì, 24 Aprile 2017 19:58

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