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DON BUCEFALO - regia Marco Gandini

Don Bucefalo Don Bucefalo Regia Marco Gandini

melodramma giocoso in tre atti
libretto di Calisto Bassi
musica: Antonio Cagnoni, direttore: Massimiliano Caldi
regia: Marco Gandini
scene: Italo Grassi, costumi: Silvia Aymonino, Francesco Marsiglia
con Filippo Morace, Francesca De Giorgi, Massimiliano Silvestri, Graziano De Pace, Angelica Girardi, Mizuki Date
prima esecuzione assoluta in tempi moderni
Martia Franca, Palazzo Ducale, 20 e 22 luglio 2008

Il Mattino, 28 luglio 2008
L'opera buffa tra i fantasmi di Cinecittà

Martina Franca.
Il recupero di partiture dimenticate ma meritevoli di ritornare in vita per il loro valore è stata la strada stretta in senso evangelico, percorsa fin dal loro esordio dai festival di musica che contano. Giunto alla sua 34esima edizione, quello della Valle d'Itria oltre che regalare al Sud la sua più qualificata manifestazione musicale, ha cercato, per lo più con successo, di mantenersi fedele alla quadratura del cerchio sopra indicata. Tra Piccinni e Mercadante, ecco stavolta rispuntar fuori un dimenticatissimo Carneade come Antonio Cagnoni (1828-1896) a malapena menzionato dal musicologo per la sua partecipazione alla Messa da requiem collettiva organizzata da Verdi per commemorare Rossini e per la sua presenza accanto a Mercadante, Thomas, Auber e altre celebrità nell'album di romanze escogitato da Verdi per aiutare con i diritti d'autore il povero Piave caduto in malattia e miseria. Diciannovenne, Cagnoni vuol dimostrare quanto è bravo ai condiscepoli del Conservatorio di Milano con «Don Bucefalo», opera buffa su libretto di Calisto Bassi, una vecchia volpe che aveva collaborato con Rossini e che qui ha riciclato «Le cantatrici villane», vecchio libretto di Giuseppe Palomba musicato alla fine del Settecento da Valentino Fioravanti. Vecchia storia, quella della satira del mondo dell'opera da dietro il sipario, con le sue «convenienze» e «inconvenienze» e le sue grottesche miserie: questa volta, però, visto sul nascere in mano a compositori ignoranti, dilettanti ridicoli, bifolche con l'uzzolo della primadonna. Siamo nel 1847 e la commedia musicale italiana, con Rossini e Donizetti alle spalle e l'opera buffa tradizionale prossima a venire fagocitata dall'operetta, sta attraversando una brutta crisi d'identità. Ma il ragazzo Cagnoni ha capito tutto. Lungi dal rifare pedissequamente il verso agl'illustri predecessori (ciò che faranno tanti suoi maldestri colleghi) mette tutto tra virgolette. Rossini, Donizetti, Auber e compagni non vanno riutilizzati, men che mai banalmente citati, bensì ripensati alla luce di un esercizio di stile alla Queneau: operazione che più avveniristica non si potrebbe, andando a parare nel Novecento più disincantato. Quei duetti, quartetti, ensembles eccetera qui suonano come alienati, reinventati con assoluto distacco emotivo da un giovane che si diverte e, quel che è prodigioso, diverte noi tutti. E il prodigio consiste nella riscoperta del gioco assoluto rossiniano di là del binario morto di una ormai impossibile mera imitazione. A cominciare dalla squisita scrittura orchestrale, vero omaggio postumo ai procedimenti formali dei grandi del passato, intesi non come calchi ma come ideali ripensamenti. Ciò che ha benissimo compreso il direttore Massimiliano Caldi, un tipo da tener d'occhio: eleganza di fraseggio, finissima calibratura sonora di timbrica, vigile partecipazione a quella che sembra la qualità specifica di quella musica fatta di musica, la classica concisione di dettato. Realizzare quel gioco come una storia ambientata in una sorta di Cinecittà frequentata da traffichini e burine (l'azione si finge in Frascati) è stata la carta vincente della regia di Marco Gandini. Che gli abiti e i gesti della commedia all'italiana anni Cinquanta-Sessanta andassero a pennello sulla pelle di Don Bucefalo, Rosa e il Conte di Belprato manco fossero De Sica senior, la Barzizza e Sordi è stata la felice intuizione che ha fatto di un vecchio spartito dimenticato una cosa nuova e viva. Coinvolti in questo divertimento dell'intelligenza sono stati il flessibile, brillante Coro Slovacco di Bratislava e la compagnia di canto, ove Filippo Morace bravamente si cimentava in una parte protagonistica da mattatore, già cavallo di battaglia dei più quotati «buffi» del secondo Ottocemto. Gli erano a fianco, cavalli di razza della premiata scuderia di Martina Franca, Angelica Girardi, Francresco Marsiglia, Masssimiliano Silvestri, Graziano De Pace, Mizuki Date e Francesca De Giorni. Successo vivissimo.

Giovanni Carli Ballola

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 08:36
La Redazione

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