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MEDEA - regia Hugo de Ana

Medea Medea Regia Hugo de Ana

musica di Lugi Cherubini
direttore: Evelino Piddò
regia, scene e costumi: Hugo de Ana, luci: Pascal Merat, maestro del coro: Roberto Gabbiani
con Anna Caterina Antonacci / Chiara Taigi, Giuseppe Filianoti / Andrea Carè, Cinzia Forte / Daria Masiero, Sara Mingardo / Annunziata Vestri, Giovanni Battista Parodi / Carlos Alberto Esquivel
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Torino, Teatro Regio, dal 5 al 22 ottobre 2008

Il Giornale, 11 ottobre 2008
La Repubblica, 13 ottobre 2008
Avvenire, 7 ottobre 2008
La Stampa, 6 ottobre 2008
«Medea» scolpita da un'Antonacci degna della Callas

Medea la maga, Medea la straniera, Medea la tradita, Medea che per vendetta sacra uccide i figli suoi e di Giasone il traditore. Nella tragedia, è creazione di Euripide e poi di molti altri a lui minori, nell'opera di Cherubini e d'altri ancora; ma nella nostra storia Medea è prima di tutte Maria Callas, che un poco nel film di Pasolini, moltissimo nell'opera di Cherubini, ne ha dato il perentorio sigillo.
Anna Caterina Antonacci non la sfida e non la imita: per il mitico, crudele, amaro, quasi inavvicinabile personaggio di Medea, prova pena e orrore e dentro a sé fatica ad adeguarvisi, ma è talmente immedesimata che la sua fatica diventa quella di Medea nel creare e mantenere la condotta e l'immagine di se stessa, nella bellezza d'una partitura dove le passioni sono scolpite classicamente ma come se la materia non fosse il marmo bensì il fuoco.
Il vero nel teatro non è stile o linguaggio, ma li determina, quando vi sia; e l'autenticità di Medea Antonacci è tale che, anche affrontando un'opera scritta alla vigilia del romanticismo più come un artista dell'Actor's studio che come un soprano perentorio e sontuoso, è emozionante e credibile: e alla fine non per nulla è acclamata come una diva d'altri tempi.
Forse una rilettura così radicale sarebbe risaltata ancora di più in un contesto tradizionale; ma l'autore di tutto lo spettacolo, Hugo de Ana, ha legittimamente tentato un discorso globalmente innovativo e ha voluto raffigurare il mito senza arcaismi. Una spiaggia scura dai riflessi luminescenti, una nave come un barcone obliquo posto sopra, abiti di appena ieri, un matrimonio da opera verista, un anfratto portuale. Problematico leggere in segni un po' aneddotici l'ambientazione senza tempo, malgrado l'alta qualità delle immagini, non aiutata dalla direzione appassionata ma un po' generica e invadente di Evelino Pidò.
Ammirevoli, comunque, il compostissimo tenore Giuseppe Filianoti, il contralto Sara Mingardo, nitidissima e sempre di gran classe musicale, e il basso Giovanni Battista Parodi, un Creonte umano e di voce importante. Un poco pigolante per la parte Cinzia Forte, ricco di suoni e d'espressione il coro preparato da Roberto Gabbiani. Una serata importante.

Lorenzo Arruga

E Medea finisce nel ventennio fascista

L'esordio torinese di Medea di Cherubini s'è incarnato in Anna Caterina Antonacci. Per l'interpretazione tesa e matura. Per i gesti intensi nell'ideazione di una protagonista selvaggiamente femmina. La Antonacci ha voluto Medea in italiano, cioè la cosiddetta versione Callas, con la quale s'è confrontata senza complessi d'inferiorità. La sua esecuzione luttuosa e tormentata, assecondata da una lettura orchestrale fluttuante tra stilizzazioni settecentesche e solennità narrative ottocentesche, ha tenuto in ombra gli altri cantanti. In ombra, ma per scelta, lo spettacolo di Hugo De Ana, costellato di immagini forti. L'inevitabile ricollocamento borghese della tragedia, frutto della trasposizione nel Ventennio, ha sottratto a Medea mitica violenza e voluttà drammatica.

Angelo Foletto

Trionfa e sconvolge la Medea rock che esalta la musica di Cherubini

Fuseaux neri portati sotto il vestito, nero anche quello, e avvolta in un velo, nemmeno a dirlo, nero come la notte. La notte in cui consuma il suo delitto, il terribile infanticidio che ci ha tramandato il mito greco. Ma anche la notte nella quale è ­precipitata la sua mente, la stessa di tante madri che oggi, come assai spesso racconta la cronaca, compiono il tragico gesto. Sul palco del Regio di Torino domenica, per l'inaugurazione della nuova stagione lirica del teatro, si è materializzata una Medea rock, con il volto e la voce di Anna Caterina Antonacci. Un pugno nello stomaco il suo canto, i suoi gesti essenziali, ma netti e spietati.
"Io son Medea!" risuona al Regio proprio mentre, poco più in là, allo Stadio delle Alpi affollato da 70mila persone, Vasco Rossi, icona del rock italiano, chiude trionfalmente il suo tour estivo. Una Medea rock. Dura come la vita. Vera come la vita. E non per qualche astrusa attualizzazione registica (anche se Hugo De Ana ha trasportato la vicenda negli anni Venti del Novecento), ma grazie proprio a Luigi Cherubini che nel 1797 mise in musica la tragedia di Euripide con una modernità capace ancora oggi di farti correre un brivido lungo la schiena. Al Regio, dove Medea non era mai stata rappresentata,­ è andata in scena la versione italiana della partitura.
De Ana, come detto, ambienta il suo allestimento (l'artista argentino firma regie, scene e costumi) nella Grecia anni Venti: uno spettacolo formalmente impeccabile, bello da vedere, con idee ottime (Medea l'esclusa, sempre isolata a fine atto dal sipario tagliafuoco) e con il palcoscenico dominato dalla nave degli argonauti (in realtà poco sfruttata dalla regia se non nel finale quando si alza in volo quasi fossimo in un film dell'orrore) e popolato di valigie e bauli. Ma con questo salto temporale, De Ana riduce, in un certo senso, l'universalità del mito (e non offre neanche un aggancio con la cronaca dei nostri giorni): la storia di Medea diventa così affare privato di una famiglia, un dramma borghese che non sfocia nella catarsi, elemento fondamentale di quel rito che per i greci era il teatro. Compito, invece, assolto in pieno dalla musica di Cherubini, bella da togliere il fiato, capace di raccontare con la semplicità dei grandi le domande che da sempre l'uomo si pone. Peccato che Evelino Pidò diriga un po' genericamente: nessuna sbavatura, tempi adeguati, intendiamoci, ma quello che manca alla sua Medea­ è il marchio di fabbrica di Cherubini, il colore, il respiro, la trasparenza di cui il musicista fiorentino ha rivestito il mito. In scena, la Antonacci non sembra temere il confronto con Maria Callas, storica e insuperata interprete di Medea: la sua prova, vocalmente e scenicamente, convince e strappa lunghi applausi, quelli del pubblico del Regio, ma anche dei 450 spettatori del cinema Massimo dove l'opera­ è stata trasmessa in diretta. Giasone è ­Giuseppe Filianoti, bella voce, ma non sempre a proprio agio con la scrittura di Cherubini. Debutto (vincente) per Roberto Gabbiani alla guida del Coro del Regio.

Pierachille Dolfini

Medea, che primadonna
Successo per il capolavoro di Cherubini, cucito addosso a una regina della scena

Il Regio ha avuto una buona idea scegliendo la serata inaugurale della sua Stagione lirica per presentare con tutti gli onori, direzione musicale di Evelino Pidò, regìa, scene e costumi di Hugo de Ana, la Medea di Luigi Cherubini: opera riconosciuta in tutti i libri come un capolavoro, eppure mai rappresentata a Torino in oltre due secoli di storia teatrale. A ben vedere, tuttavia, qualche ragione esiste per difenderci dai legittimi rimproveri; capolavoro, certo, di concentrazione drammatica, ma dove nessun motivo s'imprime nell'orecchio e nella memoria, quei temi che decretavano la fortuna di un'opera dell'800; qui la drammaticità è tutta nell'accento declamato, eredità dell'origine francese, e dirama e fiammeggia in orchestra: ciò che spiega il prolungato disinteresse in Italia e allo stesso tempo l'enorme fortuna in Germania, dove Beethoven e Brahms videro in Cherubini la perfezione del dramma musicale e ancora Wagner, almeno fino al Lohengrin, ne avvertì l'influenza. Anche il pubblico del Regio ne ha festeggiato con calore l'esordio, nella versione italiana tradotta da Carlo Zangarini portata a un successo clamoroso dalla Callas nel 1953.

Opera da «regine della scena», Medea ha trovato in Anna Caterina Antonacci una interprete di penetrante efficacia: forte della sua esperienza monteverdiana ha dizione, gesto e accento drammatico, voce bellissima e viva in tutti i registri, esperienza e musicalità; ed è perfino una bella donna; soprattutto ha incarnato il conflitto interiore del personaggio, amante e madre, senza pesantezze veristiche, anzi alternando i vertici drammatici con la finezza delle mezze voci.

Altro pilastro dell'opera è la partitura orchestrale; Evelino Pidò con grande accortezza evita la monotonia in una musica sempre sotto pressione, ci si muove dentro con felice intuito del fraseggio, dei tempi, dell'equilibrio fonico; e l'orchestra è da complimentare anche per gli interventi solistici delle prime parti, che talvolta concertano con le voci secondo le abitudini dell'opéra-comique.

La regia di de Ana spinge la recitazione verso qualche estremo realista e qualche aggiunta inutile, ma senza scalfire l'essenzialità della musica; di forte presa le scene dominate dalla barca degli Argonauti. Tutti «in parte» gli altri interpreti, il Giasone del prestante Giuseppe Filianoti, la Glauce di Cinzia Forte, la Neris della brava Sara Mingardo, e l'autorevole Creonte di Giovanni Battista Parodi.

In giusto rilievo i cori, bene istruiti da Roberto Gabbiani, classici bassorilievi di gluckiana compostezza fino al tumulto finale. Un trionfo per la Antonacci e applausi per tutti.

Giorgio Pestelli

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 09:10
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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