martedì, 20 novembre, 2018
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SEMIRAMIDE - regia Cecilia Ligorio

"Semiramide", regia Cecilia Ligorio. Foto Michele Crosera. Fondazione Teatro La Fenice "Semiramide", regia Cecilia Ligorio. Foto Michele Crosera. Fondazione Teatro La Fenice

Melodramma tragico.
Libretto di Gaetano ROSSI
Musica di Gioachino ROSSINI
Prima esecuzione: 3 febbraio 1823, Venezia, Teatro La Fenice.
Direttore: Riccardo Frizza
Regia: Cecilia Ligorio
Scene: Nicolas Bovey
Costumi: Marco Piemontese

Semiramide Jessica Pratt
Arsace Teresa Iervolino
Assur Alex Esposito
Idreno Enea Scala
Oroe Simon Lim
Azema Marta Mari
Mitrane Enrico Iviglia
L'ombra di Nino Francesco Milanese
Direttore Riccardo Frizza
Regia Cecilia Ligorio
Scene Nicolas Bovey
Costumi Marco Piemontese
Movimenti coreografici e ballerina Daisy Ransom Phillips
Ballerine Olivia Hansson, Elia Lopez Gonzalez, Marika Meoli, Sau-Ching Wong
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti 

Venezia Teatro La Fenice 19 ottobre 2018 (Stagione 2017-2018)

www.Sipario.it, 22 ottobre 2018

Si è assistito alla Fenice di Venezia, ultimo titolo della stagione d'opera 2017-2018 alla rappresentazione dell'opera Semiramide di Gioachino Rossini, doveroso omaggio ad un'opera che venne commissionata dal teatro medesimo al compositore pesarese e omaggio anche alla partitura conservata nell'archivio teatrale con tanto di attestazione autografa di Rossini stesso e segnata da un'impronta digitale di inchiostro traccia visibile e casuale del compositore. Rossini, lasciata Napoli, si accinse a comporre una nuova opera per il Teatro La Fenice di Venezia con qualcosa di assolutamente nuovo. Semiramide debuttò a Venezia il 3 febbraio 1823: aveva trent'anni quando cominciò a comporla, nel novembre del 1822. Il modello obbligato di riferimento fu il Tancredi, progetto vecchio di dieci anni ma committente e teatro sono i medesimi, così come il librettista, Gaetano Rossi, e l'autore della fonte letteraria, Voltaire, di cui stavolta Rossini sceglie la Tragédie di Sémiramis, un testo scritto dal francese nel 1748, astraendola dal suo contesto mitologico per creare una composizione di rinnovamento stile musicale e di canto. Fu l'ultima opera di Rossini per i teatri italiani. Dopo questa opera il melodramma seguì altre strade drammaturgiche come lo stesso Rossini che prese la via alla volta di Parigi. Quest'opera rappresentò un punto di arrivo, non solo nella sua carriera personale ma anche nel genere dell'opera seria. La prima rappresentazione assoluta vide protagonisti Isabella Colbran, moglie del compositore, come primadonna soprano, Filippo Galli primo basso, Rosa Mariani primo contralto e John Sinclair primo tenore. Dopo un debutto tiepido e incerto, l'opera piacque sempre di più al pubblico veneziano e grande fortuna ebbe per quasi tutto l'Ottocento. Ci volle però più di un secolo però per incorrere nella possibilità dell'interezza dell'ascolto della complessa partitura quando Alberto Zedda e Philip Gossett negli anni Settanta avviarono il complesso lavoro del corpus delle edizioni critiche di Gioachino Rossini riuscendo a ricostruire filologicamente le prassi esecutive delle sue opere.
Semiramide è un'opera difficile da mettere in scena perchè trae origine da una pratica teatrale e musicale tipica del Primo Ottocento di cui si sono perse tracce interpretative. Gossett all'atto dell'edizione critica tra l'altro si chiedeva che cosa fosse rimasto nella prassi interpretativa ottocentesca della musica rossiniana e in particolare dell'ornamentazione fiorente e spesso improvvisata delle parti vocali sapientemente ricostruite nell'edizione critica: "più che restaurare un mondo passato, il compositore costruì un'immagine ideale di qualcosa che non era mai esistito". E in questo sta la difficoltà di mettere in scena il titolo, per la complessità musicale e della scrittura vocale che Rossini richiede ai suoi interpreti con la conseguenza di avere voci adatte per i ruoli prescritti un soprano per Semiramide, (modello Colbran) con ampia estensione vocale, buon impostazione centrale e notevoli agilità, tenore (Idreno), capace di fraseggiare e svettare nelle parti acute, autorevoli voci di bassi(Assur e Oroe) e contralto (Arsace) di impianto tradizionalmente serie en travesti. Responsabile della direzione musicale è stato chiamato Riccardo Frizza che definisce Semiramide, "la madre dell'opera italiana". E' stato il suo quinto allestimento dell'opera rossiniana, con una intensa pratica nel repertorio rossiniano, responsabile della scelta della presentazione integrale della partitura originale, senza tagli, per più di 4 ore e mezza di spettacolo. A lui è spettato l'onore di far arrivare sani e salvi gli artisti alla conclusione. Si è tenuto con i tempi certamente non lenti, del resto il far correre l'orchestra è una sua caratteristica, ma è riuscito a far respirare i cantanti che hanno avuto modo sia di attenersi alle scritture autografe di Rossini, e di far esaltare le loro qualità interpreti proprio nell'esaltare la difficile scrittura vocale che caratteristica l'opera stessa. A cominciare dalla Sinfonia che, contravvenendo allo stile di Rossini per cui le Sinfonie vivevano di vita propria, assume elementi musicali presenti nell'opera stessa, strutturati con stili diversi che Frizza giustamente li gestisce evidenziando sfumature e brillantezza nei suoni. A volte gli è sfuggito il controllo sul palcoscenico come nel duetto Arsace-Semiramide del primo atto ma è sempre rimasto seguendo una linea di attenzione nei confronti dei tempi del canto. Una certo interesse e curiosità era riposto per l'allestimento scenico affidato alla cura della giovane emergente regista veronese Cecilia Ligorio. Cresciuta nell'ambito della Biennale di Teatro di Venezia, partecipe delle esperienze di teatro di ricerca, coadiuvata per le scene da Nicolas Bovey e nei costumi di Marco Piemontese ha optato per un' allestimento che soprattutto nell'atto I è stato dominato da linee astratte ma monumentalmente rievocative di uno stile rassicurante, lavorato su una triade di colori dominanti (dorato, bianco e nero) tinte adottate in varie combinazioni per i costumi; con masse corali avvolte in tuniche bianche, vesti nere per le danzatrici, in varie combinazioni per Semiramide. Decisamente di effetto scenico la ricostruzione dei giardini pensili ricreati con teli bianchi e alzate di rampicanti; il nero domina l'impianto tombale regale con effetto circolare a cisterna. Delinea i suoi personaggi tragicamente regali e austeri pienamente inseriti nella personalità che il libretto delinea, nell'essenzialità del gesto dei singoli personaggi, facendo scorrere le ore dello spettacolo con intensità e suggestione. Interessanti i movimenti coreografici e mimici (firmati da Daisy Ransom Phillips) inseriti negli intervalli, ne risulta una lettura registica didascalica e lineare, chiara nella evoluzione della trama, alquanto complessa. Ricorre all' effetto scenico dirompente, proponendo in scena l'ombra di Nino, personaggio cardine, attorno al quale tutta l'azione dell'opera si muove tra elemento soprannaturale, come presenza incombente che determina i destini dei ruoli al pari, personaggio non secondario, dell'indovino Oroe, inteso come copia del cieco preveggente Tiresia che con le sue profezie di morte segna il destino di Semiramide. Certo qualche scivolamento di stile nelle masse vestite di nero post moderno del II atto larve umane che per movenze ricordavano altre situazioni registiche, ma è stata capace di non perdere di vista la complessa trama. Le voci sono essenziali per la riuscita dell'opera, anche perché sono incombenti modelli interpretativo di un recente passato che ne hanno definito l'immagine vocale. Ne è risultata una cast omogenea per risultato di alto spessore. Nel ruolo del titolo, il soprano di esperienza Jessica Pratt, già alla sua terza prova nel ruolo (debutto in concerto a Washington e prima prova scenica a Firenze due anni fa) ha fatto valere le sue caratteristiche vocali in questa situazione gestite con attenzione prudenza, non cercando modelli a cui attenersi ma lavorando per una ricerca di una propria personalità vocale nel ruolo, incentrate nella facilità a svettare sull'acuto, controllo del fraseggio e precisione nelle agilità delineando una regina austera e di autorità in qualsiasi momento che la parte lo richiedesse, sapendo, per sue caratteristiche di voce e interpretative, esaltare sempre gli assiemi dei concertati. Coprotagonista l'Arsace en travesti, del giovane contralto Teresa Iervolino dotata un bel colore scuro e una sicura resa belcantistica, risolvendo con precisione della coloratura che Rossini riserva alla parte capace anche di entrare nella parte come attrice. Ma è stato il complesso delle voci maschili il nerbo del cast con il basso Alex Esposito, esperto rossiniano, ha disegnato un Assur di irruente, diabolicamente impostato nel suo agire, con voce piena, ben timbrata. Così come positiva la prova del tenore Enea Scala, che ha gestito l'impervia parte del principe Idreno, prevista per un specificità vocale da baritenore con tratti da lirico-spinto, una parte molto difficile, giungendovi ben preparato. Svetta sugli acuti di cui la parte è costellata, con un fraseggio ben incisivo ed efficace con qualche tendenza a scurire la voce nel momento del canto. Anche le parti di comprimariato sono state all'altezza del disegno musicale complessivo: sofferto l'Oroe disegnato dal basso Simon Lim, bene l'Azema, del mezzosoprano Marta Mari ed il tenore Enrico Iviglia in Mitrane; l'ombra di Nino aveva la voce potente di Francesco Milanese che cantava in quinta mentre il fantasma si aggirava minaccioso fra i personaggi. Suggestivo il coro sempre in stretto raccordo con i solisti istruito da Mario Marino Moretti. E dopo 4 ore di incessante ascolto, successo pieno da parte del pubblico veneziano con uno spettacolo che viene iscritto nella lista storica negli allestimenti di questo titolo rossiniano.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Martedì, 23 Ottobre 2018 10:10

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