lunedì, 24 settembre, 2018
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TENEKE - regia Ermanno Olmi

Teneke Teneke Regia Ermanno Olmi

di Fabio Vacchi
libretto: Franco Marcoaldi, direttore: Roberto Abbado
regia: Ermanno Olmi, scene e costumi: Arnaldo Pomodoro
con Steve Davislim, Anna Smirnova, Andra Concetti, Nicola Ulivieri, Rachel Harnisch
Milano, Teatro alla Scala, dal 22 settembre al 4 ottobre 2007 (prima rappresentazione assoluta)

Corriere della Sera, 24 settembre 2007
Il Manifesto, 30 settembre 2007
Il Giornale, 24 settembre 2007
Tamburi di Latta All' Opera
Roberto Abbado dirige la «prima» mondiale

I teneke sono tamburi di latta battendo sui quali le popolazioni anatoliche accompagnano in senso di sfregio le autorità costrette a deporre il comando. E col suono dei teneke si allontana sconfitto e malato a morte il protagonista dell' Opera di Fabio Vacchi eseguitasi alla Scala in prima esecuzione assoluta. Si tratta d' un kaimakam o prefetto (ricordiamo il nome dall' Italiana in Algeri, ivi sfruttato in senso comicissimo) che, al suo primo incarico, giunge in una regione a valle di una diga. I proprietari terrieri hanno il monopolio della coltivazione del riso, onde debbono aprire le chiuse per allagare la vallata: ma questo comporta nugoli terribili di zanzare e l' acqua che, ad altezza d' ombelico, penetra nelle case del villaggio. Il kaimakam dapprima, ingannato dalle accoglienze e dai discorsi dei proprietari, s' impegna ad autorizzare l' allagamento; poi, fatto cerziore dal medico e da un subordinato del disastro che ne conseguirebbe, si rifiuta alla firma: ma viene facilmente sconfitto dal sistema di potere vigente in loco: i soldati da lui stesso posti a guardia delle chiuse le aprono, il popolo si fa comprare dai proprietari, inviso a tutti il kaimakam viene schiacciato. I teneke si odono in scena; ma il loro senso viene raccolto dalla pattuglia delle percussioni orchestrali in una spaventosa polifonia atta a chiudere l' Opera in modo monumentale. Vacchi è compositore che scrive materialmente una partitura, cosa oggi affatto rara, una partitura rifinitissima. Nel I e nel II atto quel che si ode in orchestra è così fitto e così concepito contrappuntisticamente che potrebbe avere un' autonoma valenza sinfonica e ci si augura che l' autore, aggiuntovi il finale, pensi a trarne una Suite o addirittura a ricavarne una Sinfonia. La ricchezza di linee di canto, in un linguaggio che si vuole post-avanguardistico e quindi è libero nell' adottare diatonismo e consonanza e polarità a fianco di cromatismo e pan-dissonanza, è massima nella parte strumentale e in quella corale; per il canto dei personaggi andrà fatto un discorso a parte. Non è un caso che Teneke pigli il volo con un coro maschile di mirabile elaborazione e un doppio coro che gli fa seguito. Quanto qui osservato induce a credere che rispetto a non sempre, o non sempre ben affermati, valori teatrali, il carattere dell' opera possa vedersi più nell' Oratorio che nel dramma, a onta della viva attualità sociale desiderata dal testo ricavato da una Novella dello scrittore turco Kemal. Il canto dei personaggi è il solito declamato piuttosto informe dell' Opera contemporanea; fanno eccezione i due ruoli femminili, quello della vecchia Zeyno, una sorta di «madre coraggio» contadina (la bravissima Anna Smirnova) e quello, del tutto onirico, della fidanzata del kaimakam, concepito giusta un lirismo berghiano (pura linea di canto Rachel Harnisch). Ma a proposito di questa seconda va detto che nella regia di Ermanno Olmi, segnata da un eccesso di moto e di citazionismo del Quarto stato di Pellizza da Volpedo, costei appare in scena quasi personaggio, nulla mostrandoci essere ella un' apparizione: lo stesso impianto scenico di Arnaldo Pomodoro è problematico, ma la concezione della montagna scoscesa, dapprima di polvere color creta, poi divenuta di fango, è grandiosa. All' inizio del III atto un Concertato vuol essere un omaggio a Questo è un nodo avviluppato di Rossini: pagina infelice. Laddove felicissimo risulta quello del coro femminile nel finale II alla Perséphone di Stravinski. La mescolanza di linguaggio occidentale ed elementi «etnici» è magistrale per l' integrar l' autore tali elementi al linguaggio di base senza che appaiano esotismo citato: e infatti, specie nel I atto, la più grande influenza riscontrabile sulla partitura è quella della Sinfonia Turangalila di Olivier Messiaen. Come tutti i prodotti liminari di una cultura, l' Opera appare caratterizzata da prezioso manierismo e meditazione del linguaggio su se stesso, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Il maestro Roberto Abbado ha studiato la supercomplessa Opera giungendo a una concertazione e direzione superiori a ogni elogio: tutto è realizzato con la più grande precisione nei due mondi quasi in istato d' alterità dell' orchestra e del palcoscenico. Del reticolo orchestrale non perdi nulla sebbene non copra il canto; l' esser egli arrivato alla perfetta intonazione da parte dei cantanti di un testo così difficile e con tale base orchestrale è prova di virtuosismo e strenua volontà. Il prefetto protagonista, piuttosto debolmente caratterizzato dall' autore, è il tenore Steve Davislim.

Paolo Isotta

Teneke, monta la rivolta popolare sulla sinfonia dei tamburi di latta

La nuova opera del maestro bolognese diretta da Ermanno Olmi. Storia in musica di un conflitto sociale nella provincia turca degli anni 50

Suolo a terrazze corrugate di argilla e fango, con una superficie frastagliata dalla cui fissità, grazie a giochi di specchi e proiezioni nascoste, erompono moti d'acqua che riflettono il cielo: è questa la scenografia materica che, per mano di Arnaldo Pomodoro, si dispiega sul palcoscenico del Teatro alla Scala ad accogliere Teneke, nuova opera di Fabio Vacchi su soggetto di Yashar Kemal, aedo possente delle terre d'Anatolia più volte in odore di Nobel.
Scenografia di elementi primigeni, dunque, come primigenia è la storia di conflitto e di incontro messa in musica dal compositore bolognese: anni '50, nella provincia turca di Adana si perpetua il sopruso dei proprietari terrieri sui contadini, assediati dalla melma e dalla malaria per via dell'irrigazione sconsiderata e illegale delle risaie; ma quando il nuovo sottoprefetto Irmaklï, giovane idealista incontaminato, intuisce le conseguenze catastrofiche delle autorizzazioni da lui ingenuamente concesse ai latifondisti, preso da indignazione per il raggiro ordito alle sue spalle e le ingiuste accuse di corruzione, ritira ogni firma e si lancia a fianco della folla di contadini in una strenua resistenza che, se non riuscirà ad evitare la sua rimozione dall'incarico e l'inondazione di un intero villaggio, pure impedirà la semina del riso, così da scombinare, almeno per un anno, la consuetudine criminosa dei proprietari terrieri.
A sorreggere la problematica impronta sociale di quest'epos collettivo nel quale, tuttavia, non mancano individualità determinanti - dalla tenace Zeyno, «madre» del villaggio, all'occidentale Nermin, eterea dulcinea epistolare che sta in fondo a ogni slancio di Irmaklï - Teneke si avvale di una partitura monumentale e complessa, approdo delle conquiste più significative del Vacchi sinfonico, cameristico e vocale, che qui asseconda il suo spiccato senso drammaturgico e sulla salda coesione di fondo sceglie di elaborare un intarsio sonoro ed espressivo policromo. Le grandi volte affrescate delle scene d'insieme, con doppi cori, contrappunti incalzanti dal sapore etnico e concertati di rossiniana memoria, si scoprono, infatti, affiancate da acquerelli impalpabili di monodie in filigrana, in cui la solennità festosa o inquietante lascia spazio a una sottile sehnsucht, sulla scorta di un rigoroso artigianato compositivo.
In simbiosi con questa plasticità emotiva e sinestetica appare la cura registica di Ermanno Olmi - il quale, insieme a un cast eccellente, qui approfondisce il sodalizio già sperimentato con Vacchi ne Il mestiere delle armi e Centochiodi - nonchè la direzione di Roberto Abbado, alla testa di un'orchestra vibrante e partecipe cui è affidata, peraltro, la conclusione dell'opera. Conclusione accolta con entusiasmo calorosissimo e, forse, solo in apparenza pessimista, perché il fragore magmatico dei tamburi di latta (in turco, appunto, «teneke») percossi dai latifondisti per congedare beffardamente Irmaklï non è resa e non è sfiducia: «germoglierà il tuo seme», gli promette Zeyno; e allora quel suono immane e percussivo che inonda la sala con la stessa potenza irrefrenabile con cui l'acqua aveva travolto il villaggio sembra incarnare, l'onta per le ingiustizie di sempre e rivendicare a gran voce i diritti di tutti gli oppressi, siano essi contadini d'Anatolia, lavoratori di un call center o tessitori-bambini di tappeti in Nepal.

Marilena Laterza

da Milano

C'è stata una «prima assoluta» alla Scala: linguaggio impegnativo, tema arduo; ma il pubblico ha riempito il teatro ed ha applaudito fortemente. La storia è tratta da un romanzo di Kemal, Teneke. È la disfatta delle intenzioni oneste del giovane capo d'un paese che invano si oppone ai potenti coltivatori di riso per evitarne il micidiale allagamento; essi corrompono cinicamente il paese contro la legge e contro la stessa salute. Teneke sono i tamburi di latta con cui i momentanei vincitori lo scherniscono. Kemal è il grande narratore turco, acclamato in proscenio con gli artisti. È un ottantenne fascinoso, imprevedibile, capace di rimproverare sorridendo i colti italiani che lo festeggiano d'aver dimenticato fra gli scrittori importanti Zavattini. Ed è capace di raccontare una storia come quella rappresentata senza rinunciare a guardarsi attorno con leggerezza, alla natura, e con i suoni avvolgenti della parola.
Fabio Vacchi, che ne ha fatto un'impegnativa opera, ha scelto invece l'immersione nella tragedia. Ne è venuta una specie di struggente e scura parabola morale e storica, dove i personaggi si caricano di coscienza e di responsabilità e dove il coro diventa quasi il protagonista. Questa tensione e l'intenzione ferma di comunicarla a chi vuole partecipare ascoltando lo portano a tentare un decisivo passo avanti nella sua creatività: e così sono presenti ancora le qualità che hanno lo affermato nell'avanguardia di ieri, con le durezze sonore, le associazioni di pensieri musicali sentite necessarie anche a scapito della sintesi, e quelle che l'hanno imposto come capace di dare una tinta sua ai più svariati linguaggi eruditi e popolari e mescolarli; ma sul fare dell'opera Vacchi si affaccia a una verità nuova buttandosi all'estremo delle possibilità espressive: allora il protagonista può imbizzarrirsi quasi in lotta con un violoncello per chiedersi ragione della propria solitudine e finire per evocare la sua donna amata e lontana in un duetto arrampicato in cima al pentagramma d'intensità lacerante e luminosa, indimenticabile; e il coro può unire oppressione e debolezza, linearità e intrico, in una nostalgia indicibile.Roberto Abbado si pone come custode di questa partitura con sicura bravura; i cantanti vi si dedicano generosamente. Sono tutti efficienti: il tenore protagonista Steve Davislim, la tonante Anna Smirnova e Andra Concetti, con evidenza; ma s'impone con nitida potenza Nicola Ulivieri, e Rachel Harnisch, l'amore del povero protagonista, riesce a dare nelle impervie altezze una varietà di colori e di sentimenti da brivido. Tutti gli interpreti sono convinti di poter essere credibili, di rappresentare una verità: i loro movimenti formano il ritratto di gente di un paese turco antico, che ha una sua vita rustica autentica, e i quadri che via via si compongono sono pittoreschi e credibili insieme. Qui sta la differenza fra un regista abile, come ce ne sono tanti, e un Ermanno Olmi, che fa crescere la fede nel teatro in chi interpreta e in chi assiste.
La parola è un po' banalizzata nel libretto di Marcoaldi; ma l'immagine è poi garantita dalla straordinarietà della scena di Arnaldo Pomodoro. Tutti sappiamo che come scultore è l'uomo che ha mostrato il travaglio drammatico che si cela sotto la superficie, e la speranza di barbagli di luce che ne rendono la bellezza dolorosa ma non opprimente. In scena, lo spazio drammaticamente rotto e invaso poi da acqua che non lava né purifica era spettacolo di un forza continua, anche per la precisione eloquente dei materiali, che trasformavamo la terra in relitto cosmico, il disagio in dolore.

Lorenzo Arruga

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 09:19
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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