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VEDOVA ALLEGRA (LA) - regia Vincenzo Salemme

La vedova allegra La vedova allegra Regia Vincenzo Salemme

musica di Franz Lehar
direttore: Daniel Oren
maestro del Coro: Andrea Giorgi
regia: Vincenzo Salemme, coreografia: Mario Piazza
con Marcello Lippi, Daniela Mazzuccato, Manuel Lanza / Alessandro Safina, Fiorenza Cedolins, Vittorio Grigolo, Manuela Boni e Vincenzo Salemme
Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell'Opera
Roma, Teatro dell'Opera, dal 21 al 30 dicembre 2007

Corriere della Sera, 6 gennaio 2008
La Repubblica, 24 dicembre 2007
Il Messaggero, 24 dicembre 2007
Operazione pizza e mandolino: regia di Salemme

Non siamo in Francia o nella Mitteleuropa, dove assistere a un' Operetta durante Natale è rito irrinunciabile. Ma è bella cosa quando tale tradizione si riverbera anche in Italia. E lo sarebbe ancor di più se a tal genere - espressione della tragedia dell' esistere, forse la più acuta della sua epoca - si dedicasse il massimo impegno produttivo. Cosa che non sembra essere accaduta quest' anno. A Cagliari han fatto un allestimento di Orfeo all' Inferno di Offenbach che ha fatto discutere. A Roma, invece, è andata in scena una Vedova allegra di Lehár su cui da discutere c' è ben poco, uno spettacolo imbarazzante che non fa onore al Teatro che l' ha prodotto. Se ne è affidata la regia a Vincenzo Salemme. E dunque si è ambientata l' azione sotto il Vesuvio anziché nello stato immaginario di Pontevedro. Del resto lo champagne si beve dappertutto, e dappertutto si balla il valzer. Cambia che i camerieri portano pizza e non fette di sacher con la panna, che il locale preferito del conte Danilo si chiami Chez Maximme e che, in ossequio all' attualità, la scena venga invasa da sacchi di spazzatura. E cambia che l' impiegato di cancelleria sia un improbabile Pulcinjegus (Salemme stesso). Inevitabile poi il mandolino in ogni punto topico della partitura. L' operazione potrebbe anche funzionare. Non è il caso di far filologia stretta. E che il testo sia canovaccio buono per ogni tipo di riscrittura/adattamento, ciò è nello statuto stesso del genere. Né il problema è il colpo di spugna su Vienna, di cui non resta traccia. Il punto non è cosa si toglie, ma cosa si mette in cambio. Cioè Napoli. Non però la Napoli culla di una civiltà teatrale che non ha nulla da invidiare a nessuno, ma la Napoli appunto di pasta pizza e mandolino. Una Napoli dove «codice» diventa «coggice», «patria nostra» diventa «prostituta nostra» e la sigla «Sua Maestà Re Carlo» sta per «Senza Mutande Reggio Calabria». Trovate, insomma, da far concorrenza al livello infimo del varietà televisivo. E dar uscire depresso il pubblico. Più che accettabile invece la parte musicale, con un Daniel Oren un po' compassato (anche troppo, mancava qualche bollicina allo champagne) ma ben calato nello spirito di effervescente languore di questa musica e con un buon cast capeggiato dalla sempre valida Daniela Mazzuccato.

Enrico Girardi

Salemme mette la Vedova in cartolina

Salemme-Pulcinella. Pulcinjegus, alzando lo sguardo alla balconata e al loggione che protestano, grida: "Ma lasciate ascoltare a quelli che hanno pagato il biglietto". Poi si corregge: "Anche voi avete pagato il biglietto. I fischi sono bene accetti, ma, vi prego, alla fine. Chi ha pagato ha il diritto di ascoltare fino alla fine". Le interruzioni di impazienza però continuano anche nel secondo atto, all'ennesimo gioco di parole cretino, una sbiadita copia dei geniali quiproquo di un Totò o di un Peppino De Filippo.

Si è tentati di essere d'accordo con chi protestava. Ma probabilmente per motivi opposti. Le proteste forse esprimevano sdegno per l'oltraggio e la manomissione di un testo sacro: "Vogliamo la musica" ha gridato uno. Invece ciò che dispiace di questa Vedova allegra è soprattutto la mancanza di coraggio: se si deve stravolgere o riscrivere la drammaturgia di un copione (come fanno in genere splendidamente tedeschi e inglesi, perfino con Shakespeare e Wagner), lo stravolgimento e la riscrittura devono essere totali.

Allora, si voleva trasportare l'azione da Parigi a Napoli? E perché no? Oltretutto la Napoli della Belle Epoque era la città italiana più simile a Parigi, per la brillante attività dei molti Café Chantant. Ma ancora più adeguata, forse, sarebbe stata la Napoli di oggi, sfasciata, corrotta e malavitosa, a rendere la decadenza di un mondo che scompare e la nostalgia di quel mondo scomparso.

Niente di tutto questo. La Napoli di Salemme è una cartolina illustrata. Che oltretutto mal si adatta alla vicenda che si dovrebbe rappresentare. Pulcinella, spaghetti, limoni di plastica: un reality del peggiore cattivo gusto consolatore. Niente di trasgressivo e di oltraggioso, anzi: tutto finisce a tarallucci e vino. Difatti, la maggior parte del pubblico lo ha gradito, riconoscendovi il consueto stile delle pacchianate televisive.

Ma la musica? La commedia? Uno sfondo. Con la coerenza di un gioco alla "Affari tuoi". Perfino la musica, bellissima, di questo capolavoro del Novecento, ne esce sbiadita, sfocata. La vedova allegra di Franz Lehár va in scena a Vienna nel 1905, lo stesso anno che a Dresda si rappresenta la Salome di Strauss. Il teatro del '900 volta le spalle al secolo precedente. Daniel Oren, una volta tanto, più che travolgere, è travolto da una macchina teatrale che non gli appartiene. E così tutti gli interpreti.

Si stenta a riconoscere la bravura di Fiorenza Cedolins, Anna, o il brio musicalissimo di Daniela Mazzucato, Valencienne. Tutti gli altri, eccetto la prova eccellente, ma superficiale, di Vittorio Grigolo, Camillo, sprofondano in uno sconfortante grigiore. Per non parlare delle sciatte coreografie di Mario Piazza, delle brutte scene di Alessandro Chiti e degli orridi costumi di Giusi Giustino. Parte del pubblico dissenziente ha lasciato la sala al secondo atto. I rimanenti, la maggioranza, hanno applaudito tutti. Che cosa? La banalità dell'Italia di adesso?

Dino Villatico

Vedova allegra, forse troppo

A ognuno il suo. All'operetta il fascino e la malizia; alla farsa e al cabaret la licenza di scivolare perfino nella battutaccia. Vincenzo Salemme inietta nella Vedova allegra di Lehár, in scena al Teatro dell'Opera, dosi massicce di gag alla Petito e alla Totò. Ma le due dimensioni restano corpi estranei l'uno all'altro. Come una torta Sacher farcita di friarielli.
Questa Vedova è ambienta dal regista nella Napoli dell'Ottocento anziché nella Parigi della Belle époque (scene di Alessandro Chiti). Dialoghi, perciò, riscritti, con allusioni all'attualità. La rappresentazione ha tratti di avanspettacolo a partire dalla passerella che avvolge l'orchestra. Le risate non mancano ma molte battute le abbiamo sentite e risentite (dove sta Zazà, la "morìa delle vacche"...); alcune sono proprio grevi. Salemme interpreta il personaggio di Njegus (ribattezzato Pulcinjegus) e tende a farlo diventare protagonista, mentre protagonista dovrebbe essere l'elegante e frizzante musica di Lehár.
L'attore è un gran talento della risata. Ma si può essere completamente in disaccordo con la sua idea di sostituire alla comicità piccante e sottile, all'ironia, all'ambiguità della Vedova, una comicità nazionalpopolare condita da luoghi comuni della napoletanità come la pizza, i maccheroni e Anna Glavari che arriva in portantina, quasi statua di una Madonna. Anche perché ci sono aspetti di Napoli forse più adatti a un'operetta come le porcellane di Capodimonte, cammei e corallo di Torre del Greco.
Per la musica, si può chiedere dei più (questa nota si riferisce al secondo cast): Daniela Mazzuccato, Anna, canta con sentimento e belle mezzevoci Vilia, anche se è un po' affaticata in alto; Alessandro Safina, Danilo elegante ma dalla voce esile; Andrea Giovannini interpreta bene Camillo ma l'intonazione non è sempre limpidissima; spigliata Federica Bragaglia, Valencienne, benché il registro medio- grave sia debole; l'esperto Marcello Lippi è Zeta, qui avvocato Passalacqua. Già sul podio nel '90, Daniel Oren trova la dimensione della nostalgia non sempre centrata allora, ed è brioso quanto basta (ok orchestra e coro). Bis di "E' scabroso le donne studiar". Il cancan di Offenbach inserito alla fine: un altro ammiccamento di troppo verso l'avanspettacolo. Gradite, comunque, le coreografie di Mario Piazza interpretate dal corpo di ballo dell'Opera.
E il pubblico? E' una Vedova in stato d'assedio. Alla prima, applausi e contestazioni per la regia (interruzioni nel second'atto; Salemme ha battibeccato con i fischiatori). Nella replica di sabato, proteste di alcuni durante i dialoghi: al termine, applausi per direttore e cantanti, battimani e dissensi per il regista. In parte, contestazione organizzata (fischietti da arbitro); forse però non era necessaria la battuta allusiva di Salemme contenuta nella morale dell'epilogo, «gli scostumati ci saranno sempre»: i dissensi, anche eccessivi, sono comunque un sintomo della vitalità del teatro. Si replica da giovedì a domenica.

Alfredo Gasponi

Ultima modifica il Martedì, 16 Luglio 2013 16:59
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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