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AMINTA - regia Antonio Latella

"Aminta", regia Antonio Latella. Foto Brunella Giolivo "Aminta", regia Antonio Latella. Foto Brunella Giolivo

di Torquato Tasso
regia di Antonio Latella
con Michelangelo Dalisi, Emanuele Turetta, Matilde Vigna, Giuliana Bianca Vigogna
drammaturga di Linda Dalisi
scene di Giuseppe Stellato
costumi di Graziella Pepe
musiche e suono di Franco Visioli
luci di Simone De Angelis
movimenti di Francesco Manetti
assistente alla regia: Francesca Giolivo
production: Brunella Giolivo
management: Michele Mele
produzione: stabilemobile
in collaborazione con: AMAT e Comuni di Macerata e Esanatoglia nell'ambito di Marche inVita.
Lo spettacolo dal vivo per la rinascita dal sisma,
visto al Comunale di Casalmaggiore, 12 gennaio 2019
dal 17 gennaio alla Triennale di Milano

www.Sipario.it, 14 gennaio 2019

Nel mettere in scena Aminta di Torquato Tasso Antonio Latella compie un atto politico ed estetico insieme. L'urgenza estetica si crede nasca dalla necessità del regista di concentrarsi sulla parola poetica, di andare in cerca e incontro a quella che è la materia prima del teatro, quella parola incarnata che è la poesia che fa mondo. L'atto politico – ovvero che appartiene alla polis e quindi alla comunità – è esperire la forza della parola, indagarne la capacità di creare relazione, nel momento in cui tutti noi e la politica sembriamo condannati a cinguettii e parole smozzicate.
Non è nuovo Latella a cercare svolte nel suo fare teatro, svolte e riflessioni affidate alla sua compagnia Stabilemobile e a esperienze che vivono dell'innata vocazione da pedagogo del regista. Basti pensare all'esperienza di Santa Estasi e alla necessità di andare alle origini del teatro, indagando il mito e la tragedia greca. Latella con Aminta di Tasso vuole andare al cuore della parola poetica e lo fa con un allestimento essenziale affidando la storia di Aminta, innamorato di Silvia e da lei rifiutato alla poesia e alla vocalità dei suoi attori. Si tratta di un dramma pastorale in cui al dissidio amoroso fra Aminta e Silvia si affianca l'impegno di Dafne e Tirsi a convincere la bella ninfa ad abbandonare i piaceri della caccia per esperire la forza di Amore, un amore fuggitivo e che si nasconde fra gli umani e gli dei, un Amore imprendibile la cui ricerca sembra coincidere con il viaggio terreno di ogni uomo.
Se questa è la vicenda ciò che interessa a Latella e ai suoi attori è porgere la forza del dire poetico, offrire la complessità e bellezza di un linguaggio che si fa flusso musicale, in cui le parole dicono non solo per il loro significato, ma anche per il loro suono che costruisce emozione nel respiro del dire. Così i quattro attori si ritrovano 'ingabbiati' in uno spazio circolare, di nero vestiti, tranne il traslucido Tirsi/Michelangelo Dalisi che è regista interno all'azione, oltre che proiezione del Tasso. Nello spazio circolare inventato da Giuseppe Stellato, Matilde Vigna (Silvia), Giuliana Bianca Vigogna (Silvia) sono costrette a pochi, essenziali gesti, mentre Aminta di Emanuele Turretta gravita intorno al trio, in cerca della sua ninfa, in cerca di amore.
Si tratta di una ricerca che si fa interrogativo. Non è un caso che lo spettacolo si apra con la domanda Amore? Interrogativo a cui tenta di rispondere Tirsi e che si ripropone nella incessante ricerca che Venere fa del suo inafferrabile figlio, nel monologo finale di Tirsi/Afrodite. A illuminare il quartetto è un faro che gira, un sole che non si limita a scandire il passaggio del tempo, ma che è anche il segno di quelle unità aristoteliche care al teatro classico. La prima parte di Aminta è un lungo, avvolgente fluire di ansioso desiderio d'amore, contraddistinto dalla rielaborazione musicale delle arie monteverdiane, il tutto giocato con un uso sapiente dei microfoni e di un'amplificazione di immersivo coinvolgimento, aspetti sonori curati da Franco Visioli. La chiusura è affidata a un incontro carnale che vede Silvia spogliare il suo Tirsi e comporre l'immagine di un San Sebastiano, o forse solo di un amante colpito dagli strali Amore. La seconda parte è azione, è passione ed è contraddistinta da un tappeto musicale rock con i brani di P. J. Harvey e dei Can che Vigna accompagna con una potente chitarra elettrica. Un cambio di registro che corrisponde alla carnalità della passione, al profumo del sangue, al congiungimento dei corpi, fino al monologo finale di un Tirsi che gira intorno ai protagonisti del dramma, in cerca di Amore alato e fuggitivo.
Latella con Aminta chiede alla platea un impegno d'attenzione notevole, chiede il coraggio di entrare nel flusso, di non farsi spaventare se non si colgono tutte le parole e il loro significato, ma di abbandonarsi a una musicalità verbale che tiene legato tutto, alle immagini poetiche che trasfigurano lo spirito del mondo. Aminta di Tasso nella versione a oratorio di Antonio Latella è un atto d'amore che il regista fa alla poesia e al linguaggio, atto d'amore sostenuto con rigore dai suoi attori e dal pubblico del Comunale che ha accolto la sfida.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Lunedì, 14 Gennaio 2019 22:41

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