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AD ESEMPIO QUESTO CIELO - regia Elisa Canessa

"Ad esempio questo cielo", regia Elisa Canessa "Ad esempio questo cielo", regia Elisa Canessa

Compagnia Dimitri/Canessa
Regia: Elisa Canessa
con: Federico Dimitri e Andrea Noce Noseda
costumi: Joachim Steiner-Oberndörfer
disegno luci: Marco Oliani
produzione: Compagnia Dimitri/Canessa e Theaterwerkstatt Glais 5 (CH),
con il sostegno di fondazione culturale del Canton Turgovia,
dipartimento culturale città di Frauenfeld e Kulturpool Regio (CH)
Anteprima italiana presentata al Teatro della Contraddizione, Milano, dal 4 al 7 aprile 2019
Visto il 6 aprile

www.Sipario.it, 16 aprile 2019

Se uno si immagina le poesie di Carver dette con voce cavernosa e cappellino alla Tom Waits, non sta rendendo giustizia alla poesia di Carver, che sebbene come nei racconti tagli pezzi di vita, qui comunica qualcosa di ancor più diretto e lancinante, e ti accorgi così che momenti di pura contemplazione possono sorgere anche a partire dalle minuzie più prosaiche della quotidianità, qualcosa di talmente asciutto nella sua tagliente nettezza da incidere la pagina, aprendo una ferita che lascia intravedere altri bui o altre luci. Insomma leggi o senti la poesia di Carver e ti accorgi che pur mentre descrive quella minuzia quello stato d'animo quella cabina del telefono quel bicchiere quelle mani sta puntando lo sguardo da un'altra parte. Dire che si sente nostalgia di Dio in questa poesia è dire troppo? Eppure l'"Ultimo Frammento" intona: "Hai avuto tutto quello che volevi, dalla vita, nonostante tutto? Si. E cosa volevi? Potermi dire amato. Sentirmi amato sulla terra". Un po' come il Knulp di Hesse che muore nella neve mentre Dio gli parla e lui, a qualcosa che suona come la stessa domanda del frammento, risponde che alla fine "tutto è come deve essere", nonostante la malattia, il fallimento, la morte. Niente voci arrochite, niente compiacimenti tardo beatnik, nello spettacolo di Dimitri-Canessa tutto è asciutto e lirico, circense ed affilato, esilirante e disperato. L'eroe tragico cade, il clown rimbalza. E qui è un continuo cadere e rimbalzare. Mai i due si fanno inglobare del tutto dalla rete coinvolgente dei testi, li tengono in equilibrio tra pensosità e sbeffeggiamenti reciproci. Nondimeno raggiungono apici lirici dove la metrica del gesto è totalmente limpida e semplice – una sprezzatura che nasconde grande tecnica; e tutto si fa povera e palpitante immagine teatrale con un niente, un versare acqua sui polsi dell'altro e trovare in quel gesto e nel successivo farsi coppa delle mani una possibilità moltiplicatrice di senso: lavacro, lacrime, disarmo delle vene, urna dove raccogliere dolore e vizio; e subito dopo una fracassante risata manda tutto all'aria, distruggendo la tela delicatissima di un momento che all'altro dei due d'improvviso (e così anche a noi) appare ridicolmente retorico (le mani a coppa, le lacrime: e giù a ridere). Se fino a quel momento quei due li avevi ammirati per averti portato a quel culmine di lirica sottrazione, ora l'ammirazione cresce per la loro capacità di prendersi gioco di quello stesso lirismo. E così in questo costruire delicati momenti di poesia e subito dopo sfranarli nella risata, in una risata che è sì gioco ma anche segnale di una tensione verso un fatto teatrale e poetico che sia sempre più autentico, sta il segreto di "Ad esempio questo cielo". In un passo a due che è quasi un'alternanza di "apoteosi e derisione" declinata sulla pista di un circo dolente. E come la pista di un circo una pedana circolare rotante accoglie le peripezie clownesche e disperate dei due performer e li proietta nell'andamento cinetico della giostra, dell'ultimo giro di giostra in fondo, se la domanda da cui parte lo spettacolo è: "Immagina che ti resti soltanto un minuto da vivere? Che fai?" L'azione subito ci trasporta nel gioioso e penoso ipnotismo della girandola; è la trovata che regge e moltiplica i punti di vista dello spettatore come sottoponendolo alla vertigine del viaggio e della velocità, ma è meccanismo illusorio. Fin dall'avvio del lavoro, uno alla volta o insieme, Andrea Noce Noseda e Federico Dimitri salgono sulla pedana ruotando sempre più veloci, camminando uno incontro all'altro o trovando il modo di starci sopra fermi, camminando in senso inverso così da dare un'illusione di staticità nel tumulto del movimento. Cos'è la vita in fondo se non questo? Quelli che sembrano punti fermi sempre sono sottoposti al movimento circolare delle cose, la danza del cosmo entra nella vita di ciascuno, sta a noi lasciarci trasportare o affannarci per strappare al caos un'illusione di stabilità. E' una ruota dell'impermanenza questa sulla quale i due personaggi danzano discutono si accapigliano, danno fondo al bicchiere dell'ultima poesia brandendo, come un cavaliere l'asta, il tubicino della sigaretta o lo scudo della bottiglia. Notevole è la capacità di farci entrare nella poesia di Carver senza che si vedano le suture del lavoro di montaggio tra un testo e l'altro e senza che mai la situazione nella quale i due sono calati diventi pretestuosa. Sono due personaggi affetti da una complicità di vecchia data che si attaccano con crudeltà e dolcezza, passandosi di bocca in bocca i testi, nell'evocazione di un mondo di fantasmi: quando per esempio Federico Dimitri indossa un lungo e morbido vestito e si lancia in una danza di liberazione come in uno slancio verso un altro spazio o il tragicomico albero di Natale o la casetta-dolce-casetta posata infine sulla pedana, correlativi oggettivi di una sicurezza che va in pezzi. Siamo tutti sottoposti alla necessità di questo movimento, paiono dire i due, che mentre ci dà l'illusone della varietà ci costringe ciecamente al palo di un'asse di rotazione, inizio e fine d'ogni vicissitudine... Mentre i secondi passano e la vita scorre ed è finita e il Carver malato si aggrappa alle cose: "L'ultimo periodo della sua vita è una frenetica corsa alla registrazione, alla conservazione. Egli lavora incessantemente alla stesura del volume che raccoglierà tutte le poesie di una vita". Spettacolo di commovente intensità che lascia intuire ulteriori sviluppi, se soltanto alla terza replica milanese e in anteprima riesce a presentarsi con così compatta levità e già lampeggiante poesia.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Sabato, 20 Aprile 2019 07:35

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