martedì, 27 giugno, 2017
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A VILANZA (LA BILANCIA) - regia Federico Magnano San Lio

A vilanza (La bilancia) A vilanza (La bilancia) regia Federico Magnano San Lio

di Nino Martoglio e Luigi Pirandello
regia Federico Magnano San Lio, scene Angela Gallaro, costumi Giovanna Giorgianni, musiche Aldo Giordano, luci Franco Buzzanca
con Mimmo Mignemi, Angelo Tosto, Margherita Mignemi, Olivia Spigarelli, Clelia Piscitello Egle Doria, Luana Toscano
produzione Teatro Stabile di Catania
Teatro Musco, dal 5 aprile al 6 maggio 2012

www.Sipario.it, 24 aprile 2012

Il badile, la macina, la morsa, la bilancia. Tutti oggetti di uso comune che, nella novellistica siciliana dello scorso secolo (e sin dalla metà dell'ottocento,con Verga e Capuana), assumono connotati simbolici e contundenti.

"A vilanza", ad esempio, che Nino Martoglio e Luigi Pirandello tirarono in ballo per questo loro testo del 1921, ad inizio di un dittico che si interruppe con il successivo "Cappiddazzu paga tutto", ma che diede sprone al futuro Premio Nobel per concepire, in bozzolo, le minime curvature (ed architravi) del suo teatro demistificante ogni genere di maschera e chi si accolla l'ingrato peso di indossala.

Ciò non vuol dir che, in quegli anni, Martoglio (precursore regista del realismo cinematografico, ancor prima di plaudito commediografo e giornalista satirico, deceduto a cinquant'anni e nel bel mezzo della sua 'curiosante' creatività) fosse subalterno a Pirandello, e che quest'ultimo lavorasse a maggior gloria dell'amico. Al contrario, fu proprio lo scrittore di Belpasso ad incoraggiare, supportare, sostanziare nell'Agrigentino la (sempre vacillante) stima in se stesso che a quel tempo andava a ramengo a causa delle traversìe familiari e dei paterni tracolli economici (da cui dipendeva, sin dagli studi universitari a Bonn, la sua 'metodicità' di scrittore).

Senza addentrarci in evocazioni biografiche, ma ben focalizzando il contesto storico- culturale in cui ebbe a maturarsi il sodalizio fra i due conterranei (che è quello di un'Italietta provinciale e umbertina, golosa di drammi a fosche tinte) è fuor di dubbio che questa vicenda di 'corna e 'cornuti' pitturati con foga 'ancien régime' tutto può dirsi tranne che circoscritta al suo tempo, al suo costume, al primato dell' 'uomo di panza' e del delitto d'onore in cui, imperterriti nei decenni, affogano 'amori criminali' e 'uomini che odiano le donne' (specie quando se ne dichiarano disperatamente invasati). Dovendo noi fare i conti con una sorta di immobilismo antropologico, endemico, a-culturale, che –nella sua compusiva, patologica veemenza- travolge ogni argine di dialetto, consuetudine, landa della belva-Penisola.

Al dunque, la commedia (che è tragedia o pochade, secondo le opzioni di regia, ambientata a inizio novecento in un paesino della Sicilia) narra di Orazio e Saro, entrambi mediatori d'affari, e della loro superficiale amicizia comunque degenerata per l'adulterio che il secondo consuma con la 'dannifica' moglie del primo. L'offesa richiede un regolamento di conti e vede Orazio elaborare una sorta di 'piano diabolico' per ripristinare l'equilibrio sociale, rovinosamente sbilanciatosi sotto il peso del disonore. Purchè (come avverrà nel "Piacere dell'onestà") il 'pareggio dei conti' – la 'vilanza' del dare e dell'avere- vengano dati in pasto 'all'occhio sociale' e mortifero, poichè tutti sappiano che 'il disonore' non è paritario né negoziabile.

Ebbene, l'azzardo registico di Magnano di San Lio (presumo consapevole di quanto simile materia sia 'intrattabile' sotto un profilo sorgivo e compulsivo, salvo chiamarsi Massimo Castri) consiste nel verificare se da un medesimo tronco sia possibile estrarre due 'percorsi espressivi': uno tragico e l'altro tragicomico, senza che l'uno 'ridicolizzi' l'altro. Avvalendosi, a questo scopo, del gioco del raddoppio, delle allitterazioni, della medesima scena 'sciorinata' alla maniera rusticana e in stile vaudeville. E in ragione della pimpante scelta attorale (specie nel duplicare le figure femminili in altrettanti alter-ego sanguigni e a tutto tondo), della 'vaghezza' dell'ambientazione, del 'frastorno scenografico' scaturito dallo scorrere delle quinte dipinte per segni astratti e minacciosi, in carboncino 'chiazzato' di rosso). L'esito della "Vilanza", recintato con rigore tra gli stilemi opposti del 'così ridevano' e della 'cronaca scellerata' (con debite citazioni da "Caccia al lupo", "Malìa", "La lupa"), ci sembra comunque colorito, raziocinante, non indulgente verso 'la bestia' o 'la morsa' che dimorano tra le mille pieghe d'una socialità primitiva ma sempre gravida.

Di delitti e di pene, qui emulsionati dalla tecnica abilità martogliana, innestata alle 'trappole' (alle contorsioni) mentali del pirandellismo più naif.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Martedì, 23 Luglio 2013 07:37

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