martedì, 21 novembre, 2017
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BALLA - regia Andrea Kaemmerle

"Balla", di e con Andrea Kaemmerle "Balla", di e con Andrea Kaemmerle

Di e con Andrea Kaemmerle
Con Roberto Cecchetti al violino
Produzione: Teatro Guascone
Al Cinema-Teatro Lux di Pisa, dal 14 al 16 ottobre 2016
nell'ambito del festival teatral-gastronomico "Utopia del Buongusto"

www.Sipario.it, 17 ottobre 2016

PISA - Con lo spettacolo Balla, continua la frequentazione della letteratura dell'Europa Orientale da parte di Andrea Kaemmerle, che questa volta ha il merito di riscoprire il Čechov a torto meno noto, ed estrapola la cifra teatrale da pagine d'intensa bellezza, nate per la narrativa breve. Uno spettacolo che ha al suo centro il tardivo rammarico per una vita sprecata, accompagnato dalle struggenti note del violino. Se esiste veramente una bellezza che, come affermò Dostoevskij, «salverà il mondo», possiamo scorgerne le tracce proprio in queste note, cui il regista e interprete riesce a dare forma e suono, a renderle elemento di riscatto un'esistenza sprecata. L'indagine teatrale di Kaemmerle si prende il lusso di scommettere su un testo fra i più affascinanti, ma anche fra i meno conosciuti, di Anton Pavlovič Čechov (1860-1904), ovvero lo struggente racconto Il violino di Rotschild, che ha per protagonista il costruttore di bare, maestro d'ascia mancato, Jàkov. Un uomo ossessionato dal denaro, dalla necessità di averne per alleviare le sofferenze di un'esistenza misera e dura, e per questo continuamente angustiato da qualunque circostanza gli impedisca di guadagnare. "Bronzo" è il soprannome con cui è conosciuto nel villaggio, che suggerisce l'idea di un uomo temprato dalle difficoltà quotidiane, e ormai così indifferente da essere, come il bronzo, temprato per affrontare le circostanze della vita. Kaemmerle affronta il racconto come un monologo, accompagnato in scena soltanto dal violino di Roberto Cecchetti, che regala al pubblico intensi passaggi strumentali fra le cui note è facile ritrovare il rabbioso vento della steppa che soffia sulle povere isbe e sulla dura esistenza quotidiana degli umili di tutto il mondo.
Unico suo svago, suonare il violino. Ma anche in questo caso è destinato a incontrare delusioni: nel villaggio è attiva un'orchestra composta da musicisti ebrei, spesso chiamati a suonare in occasione di matrimoni; stante la notevole maestria di Jàkov, accadeva in passato che lo chiamassero a suonare io violino, ma il suo pessimo carattere ha causato il suo allontanamento. In particolare, l'uomo è risentito contro un certo Rotschild, suonatore di flauto, che di fatto lo sostituisce nell'orchestra. Lo spettatore ne ricava l'impressione di un individuo amareggiato, che spande attorno a sé, a volte anche inconsapevolmente, rabbia e livore.
Lo spettacolo/monologo ci presenta quindi il vecchio Jàkov nel momento dell'agonia dell'anziana consorte Màrfa, cui l'infermiere del villaggio Maksìm Nikolàič nega le medicine per curarle la strana febbre che l'assale, giustificandosi con il fatto che la donna è ormai anziana, ed è giusto e naturale che lasci questa Terra. L'amarezza di Jàkov è tale da fargli violentemente capire come la donna sia ormai condannata, e cinquant'anni di vita coniugale sono passati senza che lui quasi se ne accorgesse, concentrato sul suo lavoro, amareggiato per i mancati guadagni, per le commesse e i giorni di lavoro persi, e se ne lamenta con la moglie parlandole così a lungo come probabilmente mai prima aveva fatto. Kaemmerle tratteggia quindi il tipico personaggio cecoviano, accompagnato da un doloroso senso di perdita, un umile della Terra schiacciato da mille forze, la Chiesa, lo Stato, le convenzioni sociali. Ma oltre che un cultore della letteratura dell'Europa Orientale, Kaemmerle è uomo di teatro dalle solide radici toscane, e in virtù di ciò rilegge a suo modo il cecoviano Jàkov: se l'originale si caratterizzava per una solenne rassegnazione, tale da farne un personaggio a suo modo ieratico, Kaemmerle vi traspone una buona dose di amara ironia e di rabbiosa scontentezza contro Dio e gli uomini, che senza alterarne il carattere originale, lo rendono un personaggio estremamente terreno, un "buon diavolo" che suscita compassione, se non proprio comprensione. Assistiamo quindi a un monologo fatto di borbottamenti ora francamente rabbiosi, ora diluiti da un'ironia amara che si fa considerazione dell'esistenza.
Il giorno dopo, Màrfa muore. Soltanto adesso, dopo la scomparsa della moglie, Jàkov comprende di aver sprecata la propria vita, di aver pensato soltanto al lavoro e mai a regalare una gioia agli altri, a godersi la bellezza della natura, a far sentire alla moglie il proprio affetto. Soltanto il violino, di quando in quando, lo allontanava dalla sua prigione, cioè da se stesso, per avvicinarlo alla bellezza, intesa come pace dell'anima. Tutto questo Kaemmerle lo trasferisce sul palcoscenico, attraverso il dialogo di Jàkov con la moglie ormai scomparsa, un dialogo allucinato, commovente, di fatto il prologo alla sua stessa morte. Caduto ammalato all'indomani della sepoltura di Màrfa, si vede nuovamente rifiutare le cure dal bieco infermiere del dispensario del villaggio, si chiude in casa e si confessa al pope.
Ad angustiarlo, ormai, è un solo pensiero: come far sì che la sua vita non vada interamente sprecata, come riscattarla con un gesto finale. Ci riesce due volte: sia accettando la morte con filosofia, come la cessazione delle amarezze terrene, sia, in un certo senso, prolungando la sua "esistenza mancata" con il fare dono del suo violino proprio al vecchio "nemico" Rotschild, che nell'orchestra suonerà le arie sentite da Jàkov; quelle arie sì malinconiche, ma soprattutto intense, specchio di un'anima tormentata e solitaria, eppure non insensibile alla bellezza, che in quelle note trovava la sua pace e un'inattesa riconciliazione con il quotidiano.
Lo spettacolo si dipana con un ritmo serrato, come un forsennato a solo di violino, attorniato da una scenografia scarna ma d'indubbio fascino: alcuni coperchi di bare, in legno chiaro, sono lo sfondo simbolico, mentre sul palco, a sinistra, sta la vecchia poltrona sulla quale per anni soleva giacere la defunta Màrfa, simbolo insieme dell'interno di una povera isbà e di un'esistenza sdrucita. Le luci basse, malinconiche e crepuscolari, completano l'atmosfera.
Degno di nota il costume di scena di Kaemmerle: pantaloni arancioni troppo corti, scarponi pesanti, una camicia di tela robusta, un cappello sformato. Abiti poveri, umili, persino ridicoli, eppure indossati con dignità, che sembrano usciti da dipinto naturalista di scuola russa di fine Ottocento.
E infine il titolo, apparentemente svincolato dal testo: "Balla", un imperativo e un'esortazione, a prendere la vita con ironia, quasi fosse appunto un balletto cui nostro malgrado dobbiamo prendere parte. E invero, Kaemmerle/Jàkov, con il suo buffo incedere sul palco sembra quasi ballare, rassegnato a morire e desideroso di godere almeno gli ultimi istanti di una vita sprecata. Se all'apparenza questo splendido racconto di Čechov sembra relegato nell'Ottocento russo, in realtà Jàkov è un personaggio universale, attuale più che mai in quest'epoca di sofferenze, ingiustizie, solitudini, estremamente bisognosa di bellezza.
Uno spettacolo dalla non comune sensibilità, che ha meritati gli applausi del pubblico.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Lunedì, 17 Ottobre 2016 13:43

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