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BRIG (THE) - regia Judith Malina

The brig The brig Regia Judith Malina

di Kenneth H. Brown
regia: Judith Malina, luci e scena: Gary Brackett
con: Gary Brackett, Gene Ardor, Kesh Baggan, Enoch Wu, Andrew Greer, John Kohan, Tommy McGinn, Jeff Nash, Johanny Paulino, Christopher OŽBrien Spicer, Bradford Rosenbloom, Evan True, Antwan Ward, David Copley, David Markham, Morteza Tavakoli
Living Theatre - Prima Europea
Firenze, Stazione Leopolda, 13 e 14 maggio 2008
Napoli, Teatro Nuovo, 24, 25 e 27 maggio 2008

Il Mattino, 30 maggio 2008
Corriere della Sera, 18 maggio 2008
Con «The Brig» anche il Living finisce in prigione

Enrico Fiore Per inquadrare «The Brig» - uno degli spettacoli che nei primi anni Sessanta (questo, per l'esattezza, è datato 1963) rivelarono e imposero la forza dirompente del Living Theatre - ricorro a due citazioni. La prima consiste in un passo della «Meditazione. 1961. New York City» compresa ne «La vita del teatro», il diario tenuto per dieci anni da Julian Beck: «Non ho scelto di lavorare nel teatro, ma nel mondo». Ed è chiaro, dunque, che in «The Brig» l'improvvisazione non era più inscritta in una dimensione puramente drammaturgica, ciò che avveniva nel '55 con la messinscena di «Questa sera si recita a soggetto», ma diventava un vero e proprio atto politico: la fuga dal teatro come rappresentazione e come, per l'appunto, prigione della libera creatività. Non a caso (ed ecco la seconda citazione) Judith Malina, nelle note di regia relative al dramma di Kenneth H. Brown, osservò che «"il cattivo" è la Struttura Inamovibile. Che questa struttura si chiami prigione o scuola o fabbrica o famiglia o governo o Il Mondo così Com'È. Tale struttura richiede a ciascun uomo quel che egli può fare per essa, non quello che può fare per se stesso». E allora, lo spettacolo allestito nel '63 costituiva, al di là di ogni descrizione e narrazione, la verifica della possibilità di rifiutarsi all'incorporazione nella Struttura. E c'era, in quelle considerazioni, tutto il credo anarchico del Living. D'altronde, se Brown fotografa una giornata tipo dei reclusi nella prigione militare di Okinawa, nel Giappone del '57, l'insensatezza e la violenza di certe «enclaves» militari erano, all'epoca, le stesse in ogni parte del mondo. Sul muro di una cella di rigore dell'esercito italiano, e proprio nel '63, lessi questa definizione del servizio di leva: «Naia, ozio senza riposo, in cui il facile diventa difficile, per il conseguimento, attraverso l'inutile, del nulla assoluto». E niente trapelava all'esterno delle caserme sui suicidi per disperazione, niente sulle feroci rivalse dei «nonni». Ma oggi, oggi che la follia e l'orrore di Abu Ghraib e di Guantanamo la televisione e Internet ce li portano fin dentro casa, facendone un'allucinante abitudine? Voglio dire che la storia procede: se nel '63, a New York, la messinscena di «The Brig» fu un gesto di rottura, e radicale, non solo contro le pratiche soporifere di Broadway, ma anche e soprattutto contro l'establishment statunitense, la riedizione odierna di quello spettacolo (presentata nei giorni scorsi al Nuovo) si traduce appena nell'accuratezza e nel realismo minuzioso con cui, persino toccando la monotonia, viene ricostruito e reso l'inferno quotidiano dei prigionieri di Brown: dalla rete di filo spinato che chiude il boccascena alla bava alla bocca del marine che impazzisce. C'è addirittura l'intervallo, come per ogni spettacolo borghese che si rispetti. E insomma, vedendo oggi «The Brig», si provano due sensazioni distinte ed opposte: da un lato la commozione per questa donna, appunto la Malina, che continua a tenere alta la bandiera del Teatro Vivente anche da sola, dopo la morte del suo secondo compagno Hanon Reznikov, e dall'altro la constatazione che in una nuova prigione è rinchiuso il Living, quella del proprio Mito e della Forma.

Enrico Fiore

Il Living torna nell' inferno dei marines

The Brig di Kenneth Brown, la prigione del Terzo Corpo dei Marines a Okinawa nel Giappone del 1957, è uno degli spettacoli che ha segnato la storia del teatro e di un gruppo che è stato un cardine della storia del teatro, il Living Theatre, fondato nel 1947 da Judith Malina e Julian Beck. Alla morte di Beck nel 1985, anima del gruppo con la Malina è diventato Hanon Reznicov, recentemente scomparso, che ha voluto riprendere lo spettacolo antimilitarista e pacifista che nel 1963 aveva causato non pochi guai al gruppo, chiusura del teatro, prigione, processi. E negli Usa di oggi The Brig ha avuto un grande successo di critica e di pubblico. I giovani del Living, 16 bravi e atletici attori, lo spettacolo con il suo continuum di marce, percosse, azioni faticose richiede una notevole fisicità, hanno fatto rinascere, per Fabbrica Europa, l' inferno di tutto ciò che chiude la gente in gabbie e traccia rigide linee, l' inferno del giudizio dell' uomo, come lo definì Beck. The Brig è la giornata di 10 marines chiusi in una prigione punitiva, una gabbia con 10 brande all' interno di un' altra gabbia di filo spinato, costretti a annullarsi in ostinati movimenti stereotipati, ad annullarsi in un numero, ad annullarsi in regolamenti, tra soprusi e violenze delle guardie, convinte di non essere dei sadici, ma di forgiare «veri uomini». È quello che Boris Vian definiva «disfare un uomo per farne un militare». Lo spettacolo, malgrado dal 1963 ad oggi si siano visti film di straordinario impatto visivo e emotivo sulla guerra e le prigioni, nonostante quotidianamente immagini di atrocità ci bombardino dai teleschermi, mantiene la sua essenza e la sua provocazione di Teatro della Crudeltà, è un colpo allo stomaco che con passare degli anni diventa solida metafora delle assurdità di ogni totalitarismo e sopruso dell' uomo sull' uomo.

Magda Poli

Ultima modifica il Giovedì, 08 Agosto 2013 12:18

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