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BUGIARDO (IL) - regia Valerio Binasco

"Il bugiardo", regia Valerio Binasco. Foto C. Pasino "Il bugiardo", regia Valerio Binasco. Foto C. Pasino

di Carlo Goldoni 
adattamento Valerio Binasco
con Maurizio Lastrico e Popular Shakespeare Kompany, Maria Sofia Alleva,  Fabrizio Contri,

Andrea Di Casa, Michele di Mauro, Elena Gigliotti, Maurizio Lastrico, Deniz Özdŏgan,
Nicola Pannelli, Sergio Romano, Roberto Turchetta, Simone Luglio
Musiche originali di Arturo Annecchino
scene e costumi di Carlo de Marino, luci di Pasquale Mari
regia Valerio Binasco
regista assistente di Simone Luglio, direttore allestimento Ronni Bernardi, costumista collaboratrice Giuliana Minaldi, elettricista Tiziano Ruggia, fonico Gianluca Viola, sarta Maria Giovanna Stinga
produzione Fondazione Teatro Due /Popular Shakespeare Kompany, in collaborazione con Oblomov Films Srl
Cremona, Teatro Ponchielli 16-17 febbraio 2016

www.Sipario.it, 20 febbraio 2016

In quel  cielo nuvoloso che minaccia tempesta, ma promette anche inattese schiarite ci sono il fascino e l'ambiguità de Il bugiardo di Goldoni messo in scena con straordinaria poesia e intelligenza da Valerio Binasco. In quel lento e mesto passare del venditore di palloncini e nel suo lamentoso gridar sommesso: «Pallonciniiii» c'è tutta l'amarezza di un apparente lieto fine, c'è la mestizia di chi sta fuori (Lelio, Maurizio Lastrico) e di chi sta dentro una società regolata dal profitto e dalle convenzioni, ma avida di fole, di romanzi e destinata a camminare sul crinale della disperazione. Ciò che fanno Valerio Binasco e la sua splendida Popular Shakespeare Kompany, col sostegno produttivo di Fondazione Teatro Due, è raccontare un Goldoni che sa essere comico e dolente al tempo stesso, che sa tendersi fino allo spasimo. Nel Bugiardo di Binasco la risata arriva dalla pancia per Arlecchino (Sergio Romano) ed è fame; ma anche dal fondo della gola ed è il vorrei essere ma non sono dei padri: Pantalone (Michele di Mauro) e Dottor Balanzone (Fabrizio Contri), è il vorrei essere diverso da quello che sono di Lelio, è il timore di dirsi di Florindo (Roberto Turchetta), o la pretesa di verità razionale di Ottavio (Andrea Di Casa). La regia di Binasco porta la vicenda del Bugiardo in una Venezia in cui passa una bicicletta e al tempo stesso navigano le gondole, in cui la Serenissima sembra strizzare l'occhio alla Romagna di Fellini. Il tempo è quello di una contemporaneità in bilico fra primo Novecento pirandelliano e anni Quaranta o giù di lì, un mix di stili che non dà appigli e ci fa sembrare Rosaura (Deniz Özdogan), Beatrice (Elena Gigliotti) e Colombina (Maria Sofia Alleva) figure femminili che scappano dal ruolo di novizie, che hanno dentro una voglia che freme, percorse dall'elettricità del desiderio. In tutto questo le bugie di Lelio sono benzina sul fuoco: sono il romanzo di un'ascesa sociale e danarosa che i padri sognano per loro stessi prima che per i figli che neppure riconoscono, nel caso del padre del bugiardo, sono il sogno del matrimonio d'amore per le donne, sono semplicemente la consolazione che la vita possa essere meglio di com'è. Tutto questo vive sul palcoscenico con un'eleganza nervosa, una perfetta tenuta attoriale che ha nell'equilibrio precario e teso di un sorprendente Maurizio Lastrico la realizzazione fisica di una fame d'amore e di accettazione, negli appetiti dell'Arlecchino di Sergio Romano la consolazione della natura, ma anche la voce di una coscienza istintuale che non conosce ascolto da parte del suo sodale padrone. Completano il cast: il brighella saggio di Nicola Pannelli e il cameriere e facchino di Simone Luglio. Non mancano qua e là citazioni all'Arlecchino di Soleri, citazioni che arrivano per accenni e suggestioni, oppure – come nella figura del facchino – alle giocose invenzioni sceniche dello storico allestimento strehleriano. Ma come dire questo tessuto metaregistico è più suggerito che esibito, a contare in questo Bugiardo sono la bellezza, la capacità di divertire leggendo un testo che in filiograna ha le inquietudine del nostro vivere. Ciò che Binasco e i suoi attori costruiscono è uno spettacolo di rara intensità, in cui si ride e ci si commuove, in cui una straziante malinconia domina su tutto. In questo senso la ricomposizione finale dei matrimoni taglia fuori Lelio, il bugiardo, in nome di una verità che non salva, ma conserva lo statu quo. Al tempo stesso — sembra dirci Binasco — l'allontananarsi di Lelio col padre non sa solo di esclusione ma di un mesto riconoscersi e consolarsi a vicenda.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Venerdì, 26 Febbraio 2016 20:51

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