sabato, 18 agosto, 2018
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CHROMA_DON'T BE FRIGHTENED OF TURNING THE PAGE - regia Alessandro Sciarroni

"Chroma_don’t be frightened of turning the page", ideazione, performance: Alessandro Sciarroni 
 "Chroma_don’t be frightened of turning the page", ideazione, performance: Alessandro Sciarroni 


ideazione, performance: Alessandro Sciarroni

luce: Rocco Giansante 

drammaturgia: Alessandro Sciarroni, Su-Feh Lee

musica originale: Paolo Persia 

styling: Ettore Lombardi 

sviluppo, promozione, consiglio: Lisa Gilardino 

cura amministrativa: Chiara Fava 
cura
tecnica: Valeria Foti, Cosimo Maggini 

ricerca: Damien Modolo 

produzione: Corpoceleste_C.C.00# e Marche Teatro - Teatro di rilevante interesse culturale

Teatro dell'Arte-Triennale di Milano, 16 e 17 dicembre 2017

www.Sipario.it, 7 gennaio 2018

Tutti seduti ai lati di un grande quadrato bianco: è il pavimento del palco del Teatro dell'Arte coperto da un tappeto di danza. All'avvio luci diffuse e silenzio. Alessandro Sciarroni entra in scena quasi di soppiatto – un uomo barbuto in calzoncini e calzetti multicolore con canotta a tinta unita: parrebbe un modello della moda, di quella moda tra sciatto e chic che si vede in giro – e prende a camminare avanti e indietro lungo la diagonale del quadrato finché si comincia a notare che il rosario delle sue piccole falcate felpate diminuisce di un'unità ad ogni passaggio. Così eccolo appressarsi al centro della scena, un passo via l'altro finisce che il dietro front pressoché immediato e ripetuto cui si trova costretto fa sì che egli cominci a ruotare su se stesso; dapprima molto lentamente, e con una fluidità ancora discontinua, poi in maniera via via più omogenea finché la rotazione prende il suo giro e noi ci apprestiamo ad assistere a uno strano e spoglio esercizio: sì perché per tutti i 40 minuti della performance Alessandro Sciarroni non farà che continuare a girare su se stesso.

Nell'atrio della Triennale un grande manifesto riportava la foto di un ensemble di dervisci rotanti siriani prossimamente ospiti. Anche la scheda del lavoro (che leggeremo alla fine) riporta un cenno ai dervisci. Così durante i primi minuti il pensiero non può non andare a quel tipo di danza estatica, anche se ci si scopre attenti a neutralizzarne con altrettanta rapidità il potere potenzialmente equivocante: vogliamo stare qui dentro, nella scatola vuota del fatto in sé, non nelle vicinanze di un'immagine forte che ci possa sostenere nella lettura di qualcosa che ancora non si fa cogliere. E che non ci sia nulla da cogliere diventa da subito chiaro. Le domande, i collegamenti, le interpretazioni semmai verranno dopo.

Sicuramente anche noi siamo stati presi da un vortice, sia percettivo che di senso: non abbiamo potuto aggrapparci a nulla. Dunque, in un certo senso, rotazione anche nel processo interpretativo dello spettatore. Dove non si dà vertigine, ma sospensione. E concorso di tutte le forze verso la densità di quel punto nello spazio, un campo orbitale generatore di energia. Quello del danzatore è un corpo diviso in due: i piedi, le ginocchia, i polpacci che fanno il loro lavoro in maniera tutto sommato semplice; ne si può tutt'al più coglierne il mero fascino meccanico. Tanto più che il danzatore non ha voluto nobilitare questa parte nascondendola come fanno i dervisci (rieccoli) con un'ampia gonna che gonfiandosi rimandasse ad altre immagini e significati: è come se fossimo in presenza di una volontaria rinuncia al consolatorio appiglio dell'estetica (in effetti i calzetti multicolore alla caviglia e i calzoncini a mezza coscia sono bruttarelli). Eppure appena si alza lo sguardo dalla cintola in su tutto cambia: è nel torso-braccia-testa del danzatore infatti che cominciano ad apparire i paesaggi; le figurazioni delle braccia allargate: a paletta, a lama, una stesa l'altra raccolta, vicino al volto, lontano dal volto, sempre medio-alte a sostenere un'orizzontalità che sembra alludere a qualcosa che non capiamo. Perché le braccia non arriveranno mai a concludere il processo evolutivo che dal cerchio conduce alla spirale: l'orizzontalità rimarrà decisamente rimarcata per tutta la durata del lavoro, mai una tensione verso la verticalità totale. Questa tensione un po' ci manca, alla fine, e sembra tutt'al più si possa dispiegare al livello del volto, nella sua attivazione; e nei suoi passaggi/paesaggi, immerso com'è via via in un flusso di stimoli a seguire un pensiero di dubbio o serenità o gioia o cupezza o concentrazione o forse lotta – semplici segni di lotta contro la fatica e la vertigine? Storia sottostante che sembra un dialogo del performer con sé stesso fatto anche di tenerezza.

Chi guarda passa per vari stadi: quello basato sull'aspettativa che "qualcos'altro dovrà pur accadere". Quello della lotta contro la propria tendenza ad aggrapparsi a immagini rassicuranti (l'abbiamo detto); quello contro una più prosaica tendenza al torpore. Superate queste soglie accade di trovarsi immersi in una forma di torpore lucido, o sorta di ipnosi (effetto tra l'altro prontamente prescritto dalla diligente scheda). E in questa ipnosi che appaiono i paesaggi di linee e figure, in un denso viluppo ottico. Un po' come accade quando dal finestrino del treno si guarda alternativamente il molto vicino e il molto lontano; la ciclicità delle linee delle traversine che scorrono accanto o dei pali o degli alberi disposti nella vastità esterna. Infine si percepisce anche un altro strano effetto: come di eco o raddoppiamento; nel porgere il performer una stessa figurazione
le si aggiunge a ogni giro come una qualità vibratoria che prima non c'era, un effetto che sembra omologo a quello degli armonici in musica quando la vibrazione di due o più note produce un terzo suono che le supera.

Il tutto è una specie di inno alla concretezza dell'esperienza percettiva, basicamente umana, del turbine, del vortice. Anche se la colonna sonora elettronica, che sgrana suoni cristallini e onde sonore a loop, costruisce piuttosto un'atmosfera cosmica, da spazi siderali. Ma che l'uomo sia il termine di paragone della breve performance e non il divino, o il cosmico, lo capiamo dal finale: non è sul levarsi del volto verso le celestiali plaghe che fissiamo l'ultima immagine, quando il performer si è fermato, dopo un progressivo rallentamento, ma sulla sua maschera-volto rivolta nettamente verso gli spettatori che, sciolta improvvisamente da ogni tensione, si apre in un largo sorriso, cui segue lo spegnersi istantaneo e completo delle luci.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Mercoledì, 10 Gennaio 2018 08:07

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