giovedì, 21 giugno, 2018
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DON CHISCIOTTE DELLA PIGNASECCA - regia Alessandro Maggi

"Don Chisciotte della pignasecca", regia Alessandro Maggi. Foto Gaetano Livigni "Don Chisciotte della pignasecca", regia Alessandro Maggi. Foto Gaetano Livigni

testo Maurizio De Giovanni
regia Alessandro Maggi
musiche Patrizio Trampetti
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
con Peppe Barra e Nando Paone
Teatro Verdi di Brindisi, 5 febbraio 2018

www.Sipario.it, 7 marzo 2018

Non rappresenta propriamente la "riscrittura" del celebre "Don Chisciotte" di Miguel de Cervantes il testo liberamente adattato dall'insigne autore napoletano Maurizio De Giovanni; stesura richiesta dallo stesso Peppe Barra che lo interpreta con Nando Paone. L'unica referenza "alla Don Chisciotte di Cervantes" che usa De Giovanni, oltre a simulazioni di strambe cavalcate che di tanto in tanto improvvisa Michele/Don Chisciotte/Paone, e al classico istinto di combattere il male, filo conduttore della drammaturgia, è la celebre follia che caratterizza da sempre l'hidalgo spagnolo seicentesco.
Una storia del tutto diversa quindi, che utilizza il nome "Don Chisciotte" solo per paragonarla alla caratteristica e visionaria smemoratezza del cinquantenne asciutto di corpo e di viso (ottimo per Paone, simile oltretutto alle celebri illustrazioni di Gustav Doré e all'intuizione fisica di Don Chisciotte voluta da Cervantes). Non si tratta perciò di un uomo unicamente coinvolto e assuefatto da storie di libri fantasiosi e fantastici, ma è il risultato di una reale e tragica esperienza bellica vissuta durante il secondo conflitto mondiale; la storia è ambientata infatti nel dopoguerra napoletano.
L'avvenimento in sé non è complesso; si potrebbe anzi dire che nella sua semplicità è addirittura convenzionale; nulla di singolare, con qualche risvolto perfino banale. Come in tante storie napoletane del dopoguerra raccontate negli anni da diversi autori, anche in questa, povertà e bisogno regnano sovrani; così come la ricerca dell'identità e di antichi valori.
Si parla di un giovane locandiere, minacciato per debiti dal terribile don Carlo (che odia la gente che a differenza sua "dorme"). Questo guappo, innamorato della giovane e bella Rosina, sorella del locandiere disperato, s'accompagna ad un forzuto e cattivo scagnozzo, che con semplicità prende per collo e solleva come fossero foglie tutti coloro che al "don" non vanno a genio. Rosina rigetta totalmente le avance del lascivo camorrista, con la stessa efferatezza con la quale difende la sua dignità di donna in una città distrutta dalla guerra e "barbarizzata" dagli "americani occupanti" (peccato si dimentichi in quest'opera quanto ancor più "barbari" e assassini siano statati prima gli italiani del fascismo e i tedeschi del nazismo). Il concedersi a don Carlo da parte di Rosina risolverebbe, così come "il professore" teorizza (personaggio non essenziale che fluttua da una dottrina all'altra), appianerebbe ogni debito fraterno; inutile dire che la ragazza si oppone in tutti i modi, nonostante don Carlo arriverà ad un certo punto a rivolgerle una volgare pacca sul sedere. Tra questi, con la scusa di avere una stanza nella locanda sorta nello stesso palazzo dove sembra sia nato l'hidalgo (ma anche per trovare un "tesoro nascosto"), giungono per risolvere filosoficamente il tutto i due nostri eroi: Michele/Don Chisciotte/Paone e Sancho/Peppe Barra. Il primo, come detto, ex militare ed eroe salvatore di soldati in procinto di essere ammazzati, il secondo ex maestro di musica che decide di prendersi cura del povero Michele ferito alla testa. Tra decine di guazzabugli e trovate sceniche con finalità canore (non si può non far cantare impunemente un Peppe Barra) il ritrovamento del tanto ambito "tesoro" consisterà nel rinvenimento della memoria del "Don Chisciotte" (e non solo); sotto un grande albero che capeggia la scena ritroverà finalmente i suoi vecchi libri, occhiali, un cavalluccio, identità, dignità e sentimenti perduti; tanto potenti, ad esempio, da mutare la prepotenza del forzuto e cattivo scagnozzo in un docile momento penitente grazie al ricordo della "maestra Maria", brava e altruista madre di don Michele.
L'obiettivo, la morale, il messaggio della drammaturgia (o dell'"adattamento") non è affatto debole; risulta anche farsesca l'opera, da un certo punto di vista interpretativo, grazie agli atteggiamenti che i personaggi assumono per tutto il tempo (esempio l'abile Michele Di Siena nelle sue movenze e acrobazie). Pregio questo di tutto quel teatro, che possiamo definire alla "Peppe Barra" appunto, che si fa forte della grande tradizione partenopea, da Scarpetta a De Simone, da Petito a Viviani. Ma la soluzione, il messaggio, il succo finale, tradotto nel ricordo della "brava maestra Maria", risulta abbastanza debole; la conclusione è infatti poco pretensiosa se accostata alle enormi ambizioni moralistiche che l'opera e l'autore prefiggono.
Immenso come sempre, anche se non protagonista assoluto, Peppe Barra, che nella sua figura e nella sua voce rievoca in ogni caso il grande teatro tradizionale antico italiano, napoletano; quello delle grandi opere che l'hanno reso punto di riferimento di un'intera epoca artistica. Opera esemplare tra le tante "La Cantata dei Pastori" che, dalla riscrittura del 74' di Roberto De Simone, non ha mai smesso di inscenare, toccare e ritoccare con la collaborazione di Paolo Memoli. Un monumento quindi Barra, che dona al suo passaggio tutto un'eco di grande tradizione teatrale e musicale, dai sapori barocchi partenopei.
Stupefacente Nando Paone. Svestito in questo caso dagli abiti di quei personaggi comici e tonti con i quali ha abituato per anni il pubblico nazionale (esempio tra tutti Cico di "E fuori nevica" di Vincenzo Salemme); lodevoli certo, ma preponderanti nei confronti delle sue potenzialità "in lingua". Nonostante la comicità e strampalatezza del ruolo dimostra grandi doti attoriali di "stampo scespiriano", palesando la sua versatilità in un contesto linguisticamente partenopeo.
Pulita, significativa e suggestiva la scena, soprattutto in alcuni periodi ben precisi: il passaggio in apertura sul fondo di Don Michele Ghigliotti e Salvio Pansa (Paone e Barra), ad esempio, donano al pubblico già da subito l'epica figura del classico letterario di Cervantes. Questo grazie alla costruzione di una fluida, ma a tratti inspiegata, regia, che fa uso sapiente per la narrazione delle luci. Confusionario in alcuni tratti l'utilizzo del soppalco centrale (per esempio), che non dà modo di capire quale luogo o funzionalità stia a significare o rappresentare; così come alcuni posizionamenti di sedie nello spazio scenico effettuati dai personaggi che non trovano fondatezza o funzionalità.
Questo "Don Chisciotte della Pignasecca" rappresenta in fine un buon prodotto teatrale, d'intrattenimento; dall'importante cast senz'altro, ma con la pretesa però di comunicare impattanti significati con una drammaturgia graziosa, divertente, etnica, tradizionale, ma debole.

Valerio Manisi

Ultima modifica il Giovedì, 08 Marzo 2018 08:34

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