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DUBBIO (IL) - regia Sergio Castellitto

Il dubbio Il dubbio Regia Sergio Castellitto

di John Patrick Shanley con Stefano Accorsi, Lucilla Morlacchi, Nadia Kibout, Alice Bachi
regia Sergio Castellitto
Modena, Teatro Storchi, dal 14 al 17 febbraio 2008
Roma, Teatro Valle, dal 20 gennaio al 8 febbraio 2009

Il Messaggero, 24 gennaio 2009
Il Giornale, 19 febbraio 2009
Corriere della Sera, 6 marzo 2009
Il Messaggero, 16 febbraio 2009
La Stampa, 20 febbraio 2009
Il potere del pregiudizio

Il Dubbio ha debuttato in "prima" nazionale a febbraio dell'anno scorso, al Teatro Storchi di Modena. Un pacchetto confezione lusso: Sergio Castellitto alla regia; Stefano Accorsi protagonista; un testo ben scritto (l'autore, John Patrick Shanley, ha vinto il Pulitzer nel 2005 e conosce il mestiere); un tema "scabroso", vale a dire la presunta pedofilìa di un prete, capace di attrarre e perfino turbare la maggior parte degli spettatori, messa a confronto con l'arroccamento reazionario di una monaca di potere. Puntualmente un successo. Adesso lo spettacolo è in scena a Roma, al Valle (fino all'8 febbraio).

La commedia, di forte impronta Usa pre-Obama, funziona bene, fila via liscia. Impianto, situazioni, battute (ben tradotte da Flavia Tolnay con la quale ha collaborato, per l'adattamento, Margaret Mazzantini). Ambientata nel 1964, in una scuola parrocchiale di Brooklyn, vede e vive lo scontro frontale fra due caratteri imperiali: da una parte la direttrice dell'Istituto, suor Aloysius, acido baluardo della disciplina e del rigore, incapace di aprirsi alle novità dei tempi; dall'altra il gioioso, esuberante, sportivo e gentile Padre Flynn, giovane sacerdote che, al contrario, ha mutuato e fatto propri i grandi cambiamenti, dottrinali e sociali, favoriti dal concilio Vaticano II. Fra loro, suor James, ossessionata dalle indicazioni della Superiora, è comunque proiettata (per età e per carattere) verso il Nuovo e verso i modi e le idee di Flynn. Il conflitto e, appunto, il dubbio, nascono dall'interagire "violento" di queste tre individualità. Aloysius crede, senza vacillare, nella propensione pedòfila di Padre Flynn per l'unico ragazzo nero della scuola, un dodicenne difficile al quale il prete dedica tempo per emanciparlo dalle percosse del padre e dalle tare sociali. I sospetti sconvolgono persino suor James. Ed entra in campo, con rivelazioni pesanti, anche la madre del ragazzo. Scontri verbali ed emotivi, simpatie che traslocano dall'uno all'altro, nessuna vera certezza.

Castellitto ha costruito uno spettacolo di continui cambi di scena "a vista": mobili, oggetti e simboli, fra cui due croci, entrano ed escono facendo e disfacendo i vari ambienti. L'effetto è cinetelevisivo, ma pertinente, appena smussato dal supporto di musiche dei Sessanta che regalano emozione. Nel mosaico dei due atti, monolitica e rabbiosa Lucilla Morlacchi (suor Aloysius) fulmina tutto e tutti con accanimenti da persecutrice medievale. Umano troppo umano, prestante come si conviene a un prete Usa che gioca bene a basket, Stefano Accorsi acchiappa, soprattutto con i sermoni, momenti di pathos. Alice Bachi strepitosa suor James fra candore e vocazione eversiva. Nadia Kibout è la madre dell'allievo nero.

Rita Sala

Accorsi giovane prete si mette nei guai con suore e chierici

Siamo nel famigerato quartiere del Bronx nel 1964, dodici mesi dopo l'assassinio di John Kennedy, quando il pastore Martin Luther King predicava il rispetto dei diritti civili.

Un'esortazione che riceveva, stando a quanto insinua John Patrick Shanley nella pièce Il dubbio, scarsa applicazione nelle scuole cattoliche dato che la direttrice di una di queste, l'efficiente e inappuntabile Suor Aloisia, ha accolto nella sua un solo ragazzino di colore. Il quale serve messa con zelo quando a officiare è Padre Flynn, un giovane sacerdote dinamico e progressista assai affezionato al suo chierichetto.

Che un bel giorno viene allontanato dal servizio religioso dopo essere stato scoperto a bere il vino della messa. Informata che il ragazzo, esonerato dal compito dopo un colloquio a tu per tu col prete, ha l'alito che puzza d'alcol la severa Aloisia comincia a dubitare sulla natura dei rapporti tra insegnante e discepolo.

Giungendo fino ad accusarlo apertamente, nonostante si schieri in difesa di Flynn suor James, una giovane religiosa anch'essa perseguita per eccesso di zelo dall'integerrima superiora. Che, per suffragare la sua illazione, convoca addirittura la madre dell'alunno sentendosi rispondere che non trova nulla di male nell'affetto come nella sincera ammirazione nutrita da suo figlio nei confronti di Flynn. Che verrà rimosso dalla scuola ma solo per essere promosso d'autorità a un incarico più prestigioso mentre Aloisia consumerà i suoi giorni squassata dalla tortura del dubbio.

Ora c'è da immaginarsi come e quanto una materia simile impiegata al solo scopo di sollevare scandalo in questi tempi tumultuosi per il presente e l'avvenire della Chiesa, possa essere facilmente strumentalizzata. Per fortuna l'autore non prende posizione in merito né ha l'aria di promuovere un dibattito. Limitandosi a denunciare i pericoli di certo autoritarismo non adeguatamente controllato dal correttivo della carità.

Tesi ampiamente condivisa dallo spettacolo lucido e intenso magistralmente coordinato da Castellitto che segna il felice ritorno alle scene di Stefano Accorsi. Dolcemente suadente, commosso e ispirato come si conviene accanto a una Lucilla Morlacchi superba e alla grazia cristallina dell'inedita Alice Bachi.

Enrico Groppali

Bravo «padre Accorsi» nel Dubbio di Castellitto

Il dramma dell' americano Shanley «Il dubbio» è un intreccio di temi che partono dall' accusa non accertata di pedofilia mossa da suor Aloysia, direttrice di un istituto cattolico, al giovane padre Flynn per snodarsi in possibili riflessioni su redenzione e caduta, su fede e dubbio, temi cari a Bernanos. C' è anche l' America del sogno di integrazione di Martin Luther King che stenta a concretizzarsi persino nelle menti dei neri. C' è il potere maschile delle gerarchie ecclesiastiche che opprime le suore, serve dedite all' ubbidienza. E c' è l' appalesarsi di come la strada verso una possibile verità sia sempre socraticamente lastricata di dubbi. Sergio Castellitto porta in scena il dramma senza grande inventiva, appesantendolo con frequenti cambi di scena e cercando una facile spettacolarità con croci che diventano pulpiti o che si illuminano in un «effettone» finale, ma ben dirigendo gli attori. Strepitosa Lucilla Morlacchi, Aloysia, dai mille volti e dalle mille sfumature che vanno dall' intransigenza alla fragilità, dalla disperazione alla determinazione di lottare per la difesa del suo ragazzino nero, forse, insidiato. Molto bravo Stefano Accorsi un padre Flynn solare ma con cenni di smarrimento che sembrano andare oltre il peso dei propri comportamenti per raggiungere la fede. E brave Alice Bachi e Nadia Kibout.

Magda Poli

E viene "Il dubbio"

Un pacchetto confezione lusso: Sergio Castellitto alla regia; Stefano Accorsi protagonista; un testo assolutamente ben scritto (l'autore, John Patrick Shanley, ha vinto il Pulitzer nel 2005 e conosce le astuzie del mestiere); un argomento "scabroso" la presunta pedofilìa di un prete, capace di attrarre o di turbare non solo le fan del bel divo compagno della Casta, bensì la maggior parte degli spettatori. E la "prima" de Il Dubbio, l'altra sera allo "Storchi" di Modena, è puntualmente stata un successo, con molti applausi per tutti (Castellitto era assente per un impegno di lavoro) e il futuro spalancato davanti.

La commedia, di forte impronta Usa, funziona alla perfezione. Impianto, situazioni, battute (ben tradotte da Flavia Tolnay, con la quale ha collaborato, per l'adattamento, Margaret Mazzantini). Ambientata nel 1964, in una scuola parrocchiale di Brooklyn, vede e vive lo scontro frontale fra due caratteri imperiali: da una parte la direttrice dell'Istituto, suor Aloysius, acido baluardo della disciplina e del rigore, incapace di aprirsi alle novità dei tempi; dall'altra il gioioso, esuberante, sportivo e gentile Padre Flynn, giovane sacerdote che, al contrario, ha mutuato e fatto propri i grandi cambiamenti, dottrinali e sociali, favoriti dal concilio Vaticano II. Fra loro c'è suor James, costantemente ossessionata dalle indicazioni della Superiora, ma comunque proiettata (per età e per carattere) verso il Nuovo e verso i modi e le idee di Flynn. Il conflitto e, appunto, il dubbio, nascono dall'interagire "violento" di queste tre individualità. Aloysius crede, senza vacillare, nella propensione pedòfila di Padre Flynn per l'unico ragazzo nero della scuola, un dodicenne difficile al quale il prete dedica tempo per emanciparlo dalle percosse del padre e dalle tare sociali. I sospetti sconvolgono persino suor James. Ed entra in campo, con rivelazioni pesanti, anche la madre del ragazzo. Scontri verbali ed emotivi, simpatie che traslocano dall'uno all'altro, nessuna vera certezza.

Castellitto ha costruito uno spettacolo di continui cambi di scena "a vista": mobili, oggetti e simboli, fra cui due croci, entrano ed escono facendo e disfacendo i vari ambienti. L'effetto è cinetelevisivo, qui pertinente, appena smussato dal supporto di musiche dei Sessanta che regalano sicura emozione. Agli attori il compito di concentrare la loro interpretazione nella serie di scene che compongono il mosaico dei due atti. Monolitica e rabbiosa, Lucilla Morlacchi (suor Aloysius) fulmina tutto e tutti con accanimenti da persecutrice medievale. Credibilissimo, umano troppo umano, oltreché prestante come si conviene a un prete Usa che gioca bene a basket, Stefano Accorsi, che acchiappa, soprattutto al momento dei sermoni, bei mpmenti di pathos. Una rivelazione Alice Bachi, strepitosa suor James fra candore e vocazione eversiva. Nadia Kibout è la madre dell'allievo nero.

Rita Sala

Accorsi? Troppo simpatico

per suscitare "Il dubbio"

Millenovecentosessantaquattro, come dire l'anno dopo l'assassinio di Kennedy - un'epoca ormai remota, anche se il regista Sergio Castellitto non riesce a credere che le radioline a transistor esistessero già e lascia che un personaggio ammiri le proporzioni ridotte di un modello in bachelite di prima del diluvio universale. Erano comunque tempi in cui un ragazzo di pelle scura correva rischi di discriminazione persino in una scuola cattolica newyorchese, tanto che sua madre, pur di non vederlo allontanato, è pronta a chiudere gli occhi sui sospetti di condotta irregolare del prete che lo protegge.

E' vero che questi sospetti sembrano esagerati. Cosa c'è infatti contro il simpatico, popolare, eloquente padre Flynn, se non che porta le unghie un po' troppo lunghe (d'accordo, la cosa è un po' strana per un allenatore di pallacanestro)? Eppure l'anziana suor Aloysia, direttrice della scuola in cui costui insegna educazione fisica e religione, lo prende di mira soltanto perché un'altra religiosa - suor James, insegnante di storia - le ha detto casualmente di avere visto il negretto Muller emergere da un colloquio con padre Flynn un po' alterato e con l'alito che sapeva di alcol. Messo alle strette da suor Aloysia, padre Flynn finisce di ammettere di aver sorpreso il piccolo Muller a bere il vino della Messa, ma di averlo perdonato perché l'episodio non gravasse troppo sul già fragile rapporto del ragazzino con l'istituzione. La suora tuttavia vede nella giustificazione solo il tentativo del prete di celare un malsano interesse, e pur di eliminare la presunta mela marcia non arretra davanti a nulla...

Il dubbio dell'eccellente sceneggiatore cinematografico John Patrick Shanley vinse un Pulitzer nel 2005, anno in cui peraltro le novità americane interessanti scarseggiarono. Questa dovette il successo a un dialogo abile; alle dimensioni ridotte (solo quattro personaggi); e a quella curiosità un po' morbosa che gli anglosassoni sempre provano per il clero cattolico e i suoi voti di castità, rinfocolata dai recenti scandali legati alla pedofilia. Delle tre qualità, nel nostro contesto la prima sopravvive senz'altro, anche grazie alla traduzione di Flavia Tolnay e all'adattamento di Margaret Mazzantini; la seconda fa felice il produttore, ma non tutti i pubblici allo stesso modo, quelli dei grandi teatri tipo lo Storchi di Modena durando più fatica a sintonizzarsi con un "Kammerspiel" del genere; la terza fa largamente cilecca (da noi il chierichetto che beve il vino al massimo fa sorridere).

Ben poco da eccepire, comunque, nell'allestimento, che conta su una scenografia semplice e di buon effetto di Antonella Conte, su una colonna sonora di canzoni americane d'epoca tutte celeberrime e sull'impeccabile recitazione del quartetto, anche se - vogliamo trovare il pelo nell'uovo? - il Flynn di Stefano Accorsi è così simpatico e diretto da far sembrare completamente assurde le accuse di cui è vittima. Un pizzico di ambiguità nel personaggio avrebbe reso il conflitto meno manicheo, e il risvolto finale meno incongruo. Magnifica la suor Aloysia di Lucilla Morlacchi, tutta energia e determinazione, un terrificante ritratto di fondamentalista; molto buone Nadia Kibout come la perplessa signora Muller e Alice Bachi come suorina presa tra due fuochi. Due tempi di 50' cadauno, e successo calorosissimo.

Masolino d'Amico

Ultima modifica il Lunedì, 16 Settembre 2013 07:36

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