mercoledì, 17 luglio, 2019
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FILUMENA MARTURANO - regia Francesco Rosi

Filumena Marturano Filumena Marturano Regia Francesco Rosi

di Eduardo De Filippo
regia: Francesco Rosi
scene: Enrico Job, costumi: Cristiana Lafayette, luci: Stefano Stacchini
con Lina Sastri, Luca De Filippo e Nicola di Pinto, Antonella Morea, Giuseppe Rispoli, Gioia Miale, Daniele Russo, Antonio D'Avino, Chiara De Crescenzo, Carmine Borrino, Silvia Maino
Roma, Teatro Argentina, dal 9 ottobre al 16 novembre 2008
Napoli, Teatro Augusteo, dal 23 ottobre al 8 novembre 2009

Il Messaggero, 14 novembre 2009
Il Mattino, 27 ottobre 2009
Il Mattino, 9 gennaio 2009
Corriere della Sera, 28 novembre  2008
Il Giornale, 10 novembre  2008
Il Sole 24 Ore, 26 ottobre  2008
La Stampa, 16 ottobre  2008
L'Espresso, N. 42 2008
La Repubblica, 13 ottobre 2008
Corriere della Sera, 12 ottobre 2008
Avvenire, 11 ottobre 2008
Il Mattino, 11 ottobre 2008
www.Sipario.it, 11 ottobre 2008
Il Messaggero, 11 ottobre 2008
"Filumena Marturano" non perde il suo appeal

La Filumena Marturano di Eduardo (1946), un classicissimo scritto per Titina De Filippo, da lei interpretato sulla scena e sul set, è tornato in scena all'Argentina nell'allestimento di Francesco Rosi, con Lina Sastri e Luca De Filippo. Nello stesso teatro, la scorsa stagione, lo spettacolo aveva avuto il suo debutto assoluto. Commedia appannaggio di grandi attrici di area partenopea, Regina Bianchi (in tv), Pupella Maggio, Isa Danieli, Sofia Loren (nel film di De Sica Matrimonio all'italiana, con Marcello Mastroianni), ma anche di dive non indigene, dalla marchigiana Valeria Moriconi a Joan Plowright (che recitò la commedia in inglese a Londra, regia di Zeffirelli, e quindi a Broadway, regia di Laurence Olivier), Filumena è toccata infine alla Sastri. La parte di Domenico Soriano, pasticciere benestante, sta invece perfettamente addosso al figlio dell'autore, Luca. Rosi costruisce per loro (fondamentalmente il testo è la radiografia di un rapporto uomo-donna e delle sue molte possibilità) una messinscena scarna, priva di oleografia, giusta per esaltare due caratteri oggettivi. Filumena è donna pragmatica e passionale, madre immensa, femmina "di vita" capace di innamorarsi di uno dei suoi amanti e di guarnire il sentimento con una profonda, tenace, incompresa lealtà. E se è vero che soprattutto di lei, della sua forza e della sua convinzione, si nutre la storia, un contraltare come Don Mimì, soldi in tasca, bei vestiti, le scarpe lucide, amatore e farfallone obbligato a maturare, è assolutamente necessario. Sastri misurata, intensa, a tratti persino austera. La sua Filumena diventa, passo dopo passo, una perentoria icona sociale e afferma la dignità femmnile a largo raggio, in linea con la direttrice principale del regista, al quale importa (forse) decontestualizzare i significati della vicenda senza però snaturarla. Luca bello, sornione, guappo il tanto che basta, afflitto dalla divina accidia partenopea comincia maschio e finisce uomo. Puro teatro di tradizione.

Rita Sala

Filumena, Don Mimì e l'arte del rancore nel nome di Eduardo

La stagione dell'Augusteo s'è aperta con il ritorno a Napoli dell'allestimento di «Filumena Marturano» firmato da Francesco Rosi e presentato dalla Compagnia di Teatro di Luca De Filippo: un'apertura già significativa in sé, ma che acquista un'ulteriore valenza perché siamo in vista del venticinquesimo anniversario della morte di Eduardo, spentosi il 31 ottobre del 1984. Parliamo, peraltro, di uno spettacolo che mi sembra molto cresciuto. E non si tratta soltanto di una questione di rodaggio: la circostanza decisiva è che adesso i presupposti e le linee guida della regia risultano perfettamente assimilati e sottolineati, a partire dai due «segni» principali che quei presupposti e quelle linee guida riassumono: non vediamo i ripetuti schiaffi che Domenico Soriano s'infligge mentre pronuncia la famosa battuta d'attacco «Pazzo, pazzo, pazzo!»; e nella scena del compianto Enrico Job scorgiamo, attraverso la vetrata di fondo, una città che, sì, è Napoli, giusta l'immagine del Maschio Angioino, ma sembra anche una città levantina. Con ciò Rosi tende, contemporaneamente, per un verso alla cancellazione del naturalismo e del melodrammatico e, per l'altro, all'illuminazione del carattere particolarissimo di questo che, fra i testi maggiori e «sintomatici» di Eduardo, è uno dei più allusivi e certo il più ambiguo (o, almeno, ambivalente). Infatti, lo ripeto ancora, siamo di fronte a un testo in cui c'è assai poco amore e, invece, molto di qualcosa ch'è pure peggio dell'odio: il rancore. E, di conseguenza, Filumena appare non solo come una madre che si batte per dare un cognome ai propri figli, ma anche (e, secondo me, soprattutto) come una donna che utilizza persino i figli pur di vendicarsi dell'uomo che l'ha comprata. Insomma, volendo fare dei paragoni estremi, ci si trova, più che nei dintorni del «Mese mariano» di Salvatore Di Giacomo, nei paraggi della «Danza macabra» di Strindberg. In un quadro del genere, di pari passo con la crescita complessiva dello spettacolo i personaggi-chiave s'impongono come il risultato di una sapiente costruzione «in progress» da parte degli interpreti. È davvero da antologia il gelido sarcasmo con cui nella sequenza iniziale la Filumena di Lina Sastri investe Soriano; ed esemplare si rivela il percorso che il Don Mimì di Luca De Filippo compie dalla grottesca supponenza del primo atto all'amara disillusione del secondo e alla tormentata assunzione di paternità del terzo. Mentre la Rosalia Solimene di Antonella Morea diventa, impagabilmente, l'autentica arma impropria di Filumena. Successo pieno, inutile dirlo. E piuttosto vale la pena di rimarcare quanto si giovi lo spettacolo di una sala grande come quella dell'Augusteo, e per giunta gremita.

Enrico Fiore

Filumena, madre e belva ferita

Direi che tre segni soprattutto connotano e motivano l'allestimento di «Filumena Marturano» diretto da Francesco Rosi e adesso presentato al Mercadante: la famosa battuta d'attacco di Domenico Soriano («Pazzo, pazzo, pazzo!») risuona con il sipario ancora chiuso, e non vediamo, dunque, i ripetuti schiaffi che lui s'infligge; spesso Filumena si muove intorno a Domenico, sostanzialmente immobile, proprio come la tigre intorno alla capra che i cacciatori legano a un paletto a far da esca; nella scena del compianto Enrico Job, incombe sul soggiorno di casa Soriano, attraverso l'alta vetrata di fondo, un esterno che accoppia il Maschio Angioino e un intrico di case da città levantina: immersa in una luce rossastra nel primo atto (il tempo del risentimento e della rabbia) e lunare nel secondo e nel terzo (il tempo delle schermaglie legali e delle consolazioni finali). Perché sì, lo ripeto ancora una volta: siamo di fronte a un testo straordinariamente allusivo, e al più ambiguo (o, almeno, ambivalente) fra quelli di Eduardo. Filumena si commuove nel rievocare l'altrettanto famoso monito ricevuto dalla Madonna delle Rose («'E figlie so' ffiglie!»), ma nel momento in cui si rivela a quei figli come la loro madre è - secondo la didascalia dell'autore - «più aggressiva che commossa». E, del resto, la didascalia iniziale ci aveva già presentato un Domenico Soriano «pallido e convulso di fronte a Filumena, a quella donna "da niente" che, per tanti anni, è stata trattata da lui come una schiava e che ora lo tiene in pugno, per schiacciarlo come un pulcino». Appunto: qui c'è assai poco amore e, invece, molto di qualcosa ch'è ancor peggio dell'odio, il rancore. E, di conseguenza, Filumena è non solo una madre che si batte per dotare di un cognome i propri figli, ma anche (e, secondo me, soprattutto) una donna che utilizza persino i figli pur di vendicarsi dell'uomo che l'ha comprata. Insomma, volendo fare dei paragoni estremi, navighiamo dalle parti della «Danza macabra» di Strindberg più che da quelle del «Mese mariano» di Salvatore Di Giacomo. E fu lo stesso Eduardo, d'altronde, che utilizzò quei figli per scopi «impropri», stando a quanto - rivolgendosi dalle colonne di «Sipario» specialmente ai critici - precisò nel '56: «È sfuggito quello che era il mio proposito. I tre figli di Filumena rappresentano le tre forze dell'Italia: l'operaio, il commerciante, lo scrittore. "'E figlie so' chille che se teneno 'mbraccia, quanno so' piccerille... Ma quanno so' gruosse, quanno song'uommene, o so' figlie tutte quante, o so' nemice". Pensavo, con quella commedia, di aver messo in evidenza questa situazione ai governanti, pensavo che avrebbero preso dei provvedimenti». Tutto questo senza contare il peso del risvolto autobiografico di «Filumena Marturano». E comunque, credo di aver spiegato a sufficienza, e sia pure in breve, i tre segni di cui all'inizio: la cancellazione del naturalismo e del melodrammatico, lo statuto di «belva ferita, pronta a spiccare il salto sull'avversario» (è sempre una didascalia di Eduardo) che tocca di diritto a Filumena, la dimensione sociale richiamata dal testo. Ed è in tale «paesaggio» strutturale e ideologico che va collocata e valutata la prova degli interpreti. La Filumena di Lina Sastri risulta eccellente perché, appunto, spogliata di tutte le pigre attese sentimentalistiche legate alla proverbialità del personaggio, così come assai pertinente appare l'aura pirandelliana, da vero e proprio «giuoco delle parti», che Luca De Filippo conferisce ai furori inani e alle ripicche «recitate» dell'imbelle Domenico. Fra gli altri, destano l'approvazione del pubblico solo Antonella Morea (Rosalia Solimene) e Nicola Di Pinto (Alfredo Amoroso). Ma è la controprova di quanto ho appena detto: perché costruiscono dei bozzetti legati proprio al culto acritico di una malintesa tradizione.

Enrico Fiore

Lina Sastri, Filumena di classe

Il celeberrimo dramma di Eduardo De Filippo «Filumena Marturano», portato in scena da Francesco Rosi, pur avendo perso l' impatto dirompente che poteva avere nel 1946, mantiene note di interesse nella figura della protagonista, l' ex prostituta che si finge moribonda per farsi sposare dall' amante don Mimì che serve e sopporta da più di trent' anni. Filumena, analfabeta ma donna intelligente, con la sua aggressività energica e ostinata, con il suo temperamento adatto al gioco scoperto e brutale perché la lotta per la vita, sua e dei suoi tre figli, non consente la scelta dei mezzi, possiede la grande forza di chi ha accettato ogni compromesso con la morale e con la legge per sopravvivere. Se Filumena non sa piangere è perché la miseria è divenuta durezza e forza. Tutto questo ben emerge dalla bella interpretazione di Lina Sastri, che ne fa una sorta di Medea al contrario in lotta per vincere non tanto sull' uomo che continua a umiliarla, ma per vincere la battaglia della vita. Mimì del bravo Luca De Filippo, reso con bella semplicità, è un uomo infisso in un passato che non gli fa vedere l' oggi, un uomo che non vuole invecchiare e si scopre stanco e dal passo incerto. Bravi tutti gli interpreti, valenti caratteristi, lunare la recitazione «stonata» di Silvia Maino, in uno spettacolo di tradizione realizzato con gusto e sobrietà. Teatro Strehler, fino al 14 dicembre

Magda Poli

Lina Sastri, una "Filumena Marturano" che non piacerebbe ad Eduardo

Pochi copioni del teatro europeo del Novecento ricalcano come Filumena Marturano la consunta ricetta del feuilleton con l'abilità e il perfetto senso delle proporzioni sfoggiate superbamente da Eduardo. Che, nel tratteggiare la patetica vicenda della prostituta redenta dall'amor materno, ripudia la facile convenzione della sceneggiata rifacendosi invece a Dumas fils. Con l'avvertenza di assicurare un happy end strappacuore alla saga di questa disastrata Margherita Gautier vissuta nei bordelli malfamati della città vecchia all'ombra del popolo dei magnaccia. Come si sa, Filumena Marturano è un testo scritto su misura per una grande attrice che Eduardo De Filippo, dopo aver pensato ad Anna Magnani, affidò all'arte irripetibile di Titina, per fortuna conservata in un film. Prima che di questo straordinario personaggio di angelo caduto si appropriasse una veterana come Regina Bianchi seguita a ruota dalla meravigliosa Pupella Maggio e, più di recente, da un'incandescente Isa Danieli. Per non parlare del revival cinematografico della Loren e, fuori d'Italia, di una memorabile performance di Joan Plowright, l'attrice inglese moglie di Laurence Olivier, che la ricreò con sorprendente varietà d'accenti in un celebre allestimento di Zeffirelli.

Ora Filumena Marturano torna a noi in un'ambiziosa edizione firmata da Francesco Rosi. Il quale, come si sa, è stato – ideologia a parte – uno dei più grandi cantori sullo schermo dell'ex capitale dei Borboni. Ma che, a teatro, oltre che far restare impalati come mummie attori e figuranti pare proprio non sappia dove andare a parare. Accade così che, sullo sfondo di una brutta scenografia del compianto Enrico Job, persino Luca De Filippo che, sulle orme paterne, ha dispiegato un'intelligenza pari soltanto alle capacità introspettive che gli vanno giustamente riconosciute, caschi nelle bellurie del manierismo.

Lasciando vibrare a tutto campo le doti espressive di una caratterista di gran classe come Antonella Morea, perfetta nelle vesti della serva-confidente della protagonista. E qui veniamo alle dolenti note. Perché Lina Sastri, da cui si attendeva un grande exploit, biascica nevroticamente le sillabe, passeggia giovane e bellissima in scena come se fosse la figlia e non la vittima di Don Mimì e poco o nulla fa per farci capire le immortali battute o tantomeno farci intendere a che punto siamo.

In definitiva un'occasione sprecata. In uno spettacolo che, sulla carta, aveva tutto per piacere ma che, alla prova dei fatti, è meglio dimenticare.

Enrico Groppali

Nostra Filumena

La prima piacevole impressione è il teatro affollato da un pubblico che si è riunito proprio per assistere a quella commedia, per ridere a quele battute, per applaudire a certe situazioni già conosciute, viste e di nuovo attese. E' evidente che Filumena Marturano è ancora oggi sentito da tutti come un testo cardine della cultura italiana, un'opera che segna, nella dolorosa dimensione del dopoguerra, la messa in discussione degli ambiti morali, delle dinamiche sociali, delle geometrie affettive, con la necessità di ridisegnarle dopo la ferita dolorosa della fine del fascismo e del conflitto. Vitalissimo ancora oggi, questo testo vibra ancora in tutte le sue corde interne, e Luca De Filippo e Lina Sastri sono convinti che è sufficiente seguirlo con la discrezione, forse anche con modestia, come fanno, guidati dal regista Francesco Rosi, altro personaggio chiave della cultura della nuova Italia post-bellica, tutti insieme nell'ultima scenografia, disegnata dallo scomparso Enrico Job, di una casa forse un po' troppo elegante. Basta dare, come fa la Sastri, carattere e sensibilità a quella prostituta che diviene la vera paladina dei valori della famiglia, a confronto con Domenico Soriano, reso da Luca in modo contenutissimo ma lasciando in evidenza i margini approssimativi del suo profilo interiore. Proprio questa asciuttezza di tratto dei protagonisti e di tutta la compatta compagnia dà corpo allo spettacolo, riuscendo a non far gravare il peso delle interpretazioni storiche, e seguendo con semplicità Filumena, la donna che non sa piangere, e che ha ancora molto da dirci.

Antonio Audino

Cosa dice "Filumena"?

La scoperta del dna risolverebbe facilmente, oggi, il dilemma del protagonista di Filumena Marturano, che non sa di quale dei tre figli della sua mantenuta sia padre e quindi deve riconoscerli tutti e tre. Ciò non toglie che la pièce di Eduardo (1947) sia un capolavoro, anche di costruzione ancestrale, con un colpo di scena per ciacun atto. Nel primo, Filumena è riuscita a farsi impalmare fingendosi in punto di morte, ma commette l'errore di scoprire le carte troppo presto. Nel secondo, Domenico Soriano incassa la rivelazione dell'esistenza dei ragazzi e della certezza che uno sia suo, ma ormai il matrimonio-truffa è andato a monte e Filumena orgogliosamente lascia la casa. Nel terzo Filumena stravince: non solo riesce a farsi sposare da Soriano, ma nemmeno adesso gli rivela quale sia il figlio suo. Soriano li amerà dunque tutti alla pari.

Come unica innovazione, la regia di Francesco Rosi adotta una scenografia un po' sinistra dell'indimenticabile Enrico Job, decorazioni post-liberty su panorama di Napoli dominato da un cielo nerissimo. Per il resto si mette al servizio del testo e della sua morale buonista, guardando divertita i personaggi di contorno: i tre ignari ragazzi, l'avvocaticchio, l'uomo di fiducia di Soriano (ottime caratterizzazioni di Nicola Pinto e Antonella Morea), intorno alla perplessità corrucciata di un solido Luca De Filippo. Unico neo, ma grosso, la dizione a raffiche e il dialetto accentuato della protagonista Lina Sastri, adottati, immagino, per accentuare la primitività di questa analfabeta, governata da passion ancestrali, ma risultanti alla quasi totalità della sala, non esagero, incomprensibili.

Masolino d'Amico

Arida Filumena

Ci sono opere che si assomigliano al di là dei generi e delle apparenti difformità stilistiche. Guardando (all'Argentina di Roma) "Filumena Marturano" nella nuova edizione diretta da Francesco Rosi con Lina Sastri seduta nel titolo - ma pochissimo intelligibile ed udibile, meno male che il testo lo conoscono quasi tutti gli spettatori - pensavo a "Dumbo", il film di Walt Disney con l'elefantino dalle orecchie smisurate che è si un proclama di quanto il diverso sia altrimenti abile ma è ancor di un inno all'amor materno: "Ogni scarrafone è bello a mamma soia" andrebbe correttamente intitoltato in napoletano. E così "Filumena" è un testo che rattrappisce e si rinsecchisce se non è fortemente e visibilmente nutrito di amor materno. Filumena fa tutto per i figli, l'amante, la serva "quando isso (cioè Domenico Soriano) parteva pe se spassà: Londra, Parigge, 'e ccorse...", la promotrice di Pacs selvaggi in largo anticipo sui tempi fino a farsi sposare in articulo mortis. Spolpata di amor materno - da questa Filumena è appena enunciato ma non carnalmente e credibilmente interpretato - ma spolpata anche di amore semplicemente - che pure c'è stato tra i due protagonisti e qualche lapillo incandescente deve esserci ancora per alimentare quel lieto fine altrimenti inspiegabile - Filumena si riduce a burocratica e un po' mesta rivendicazione, una sorta di recriminatoria Chetta o Teresa dei Legnanesi che, smesso lo scialletto, arriva, faine in spalla, abito scarpe acconciatura da festa, a esigere il saldo dei diritti pregressi per i 25 anni accanto al Domenico Soriano di Luca De Filippo; che se ne sta giustamente defilato di fronte a quelle richieste sindacali, un po' intimidito e forse vagamente timoroso per il suo futuro. Ad alleggerire e arieggiare il tutto provvedono la scena postuma del grande e compianto Enrico Job che fa aprire una vetrata liberty su un solare sfondo napoletano, i tempi ironici di Antonella Morea e la grazia dei tre figli Carmine Borrino, Antonio D'Avino, Daniele Russo.

Rita Cirio

Filumena, la passione si è sbiadita

Scialba edizione del testo di Eduardo all'Argentina con Lina Sastri e Luca De Filippo. La regia di Rosi senza idee

Dall'edizione di Napoli milionaria alla quale toccò la sfortuna di misurarsi con il Sabato, domenica e lunedì rivissuto nello stesso periodo con un senso molto più vivo della sua persistente attualità da Toni Servillo, alle Voci di dentro montato due anni fa sempre con la Compagnia di Luca De Filippo, si era compreso lo spirito, più vicino alla restaurazione che alla rivitalizzazione con cui Francesco Rosi, tornato dal cinema alla scena, intende misurarsi col teatro di Eduardo. Ma con Filumena Maturano, opera scelta per aprire la stagione farraginosa con cui aspira a risorgere il Teatro di Roma, il discorso si fa più delicato e pure più arduo. Il celebratissimo testo, che ha trionfato in tutto il mondo, appare oggi, più di quelli appena citati, legato dal suo tema a un dopoguerra post-fascista in cui si riscoprivano i diritti umani, si varava la legge Merlin e l'abolizione di sigle legali allora disonoranti, come quella di "figlio di NN" dato agli illegittimi, conosciuta da vicino dal grande teatrante, che aveva pure la fortuna di poter contare su un'attrice straordinaria come la sorella Titina.

Ora nel nuovo spettacolo, ambientato nell'elegante scena postuma di Enrico Job che, dopo il precedente Voci di dentro, dà a questo pur ricco salone uno sfondo napoletano più ricercato in cui spicca l'immagine del Maschio Angioino, questa Filumena assume piuttosto l'aria di una fiaba un po' trasandata e fuori dalla realtà dove i personaggi si piazzano ai margini del grande tavolo centrale con un'aria da statue inamovibili. Il fatto è che Lina Sastri, se si impegna con un gusto quasi rabbioso a svolgere le sue tirate in napoletano stretto, non riesce a rendere credibile la figura della sua protagonista e a dar verità alla lotta della ex prostituta e serva che riesce a impalmare il suo ex-padrone e a restituirgli con un trucco abilissimo una paternità post-datata e non provata, sul filo di uno slogan coinvolgente e entrato nel linguaggio quale "I figli son figli". Poco più discosto dal tavolo, dall'altro lato, si erge immobile il padrone avviato alle tardive nozze riparatrici, un Luca De Filippo pensieroso e distratto ben lontano dall'attore ironico e inventivo ammirato in passato.

Ma a questo punto è il caso di interrogarsi sulle responsabilità della regia, che abdica da ogni intervento non teso a far vivere la vicenda, che sarebbe troppo, ma almeno tentare di movimentarla. Non resta allora che gustare gli interventi di Antonella Morea che con lo humour delle sue battute di alleggerimento da matura amica di casa ci restituisce il gusto di una tradizione e un pizzico di vita, accanto ai legittimi imbarazzi dei figli tardivamente riconosciuti di Daniele Russo, Carmine Borrino e Giuseppe Rispoli, per un pubblico in visibilio.

Franco Quadri

L' Eduardo di Rosi, troppo sobrio

Francesco Rosi sostiene la necessità di «dare l' impressione allo spettatore che in scena o davanti alla macchina da presa i personaggi stiano inventando le battute nella maniera più spontanea e vera possibile». È una dichiarazione di poetica tanto ineccepibile quanto opinabile nel porre sullo stesso piano di neutralità spazio scenico e set cinematografico. Se ne vedono le conseguenze alla prova dei fatti. Il meglio che si possa dire della sua Filumena Marturano è di contraddistinguersi per una certa sobrietà. Ma ricordo che il Teatro di Roma l' anno scorso ospitò un' edizione francese della commedia di Eduardo, firmata Gloria Paris, che della sobrietà, cioè della cancellazione di ogni traccia di melodramma, faceva la propria bandiera stilistica. Nel caso della Filumena di Rosi la sobrietà risulta essere una mancanza di articolazione, una rinuncia all' approfondimento dei personaggi. Basterà guardare come Luca De Filippo sta in scena. Lo ricordo da giovane. Era un attore scapigliato, sbarazzino, capace di inciampare e di subito rialzarsi. Qui, non inciamperebbe mai. Sta diritto come una sentinella. Serio, di sé compreso, è convinto che il borghese Domenico Soriano - travolto dalla potenza della convivente Filumena Marturano - è convinto, e quindi subito arreso, che il suo personaggio sia solo quella canaglia sentimentale che è, non un uomo drammaticamente abbattuto dalla ipocrisia della futura moglie. La presenza di Luca è quasi inavvertibile. È Rosi ad averlo messo in un angolo? Ma anche quando sale al centro della scena, accostandosi alla sedia su cui sta seduta come su un trono Filumena, Filumena che finalmente piange, Filumena che si libera da 25 anni di schiavitù, Filumena vittoriosa, trionfatrice, ricattatrice di razza qual è, o quale ha imparato a essere, anche quando si accosta alla moglie (sono ormai sposati) per umanamente riconoscerla come persona e non più come serva speciale, prima tra le serve di casa, Luca ha qualcosa di rigido, oserei dire di legnoso o, forse, di intimidito. Chi gli fa paura? Teme la moglie, quella detestabile donna, o teme se stesso, ovvero il fantasma del padre? Una volta ebbi l' occasione di dire (così credevo) che Luca tende sempre più a somigliare a Eduardo. Pure, non ne sono del tutto convinto. Mi sembra una troppo facile deduzione psicologica. Teme forse Lina Sastri, l' interprete di Filumena meno credibile che si sia vista. A raggelarlo è lei. La Sastri ha le virtù che sappiamo. Ha, quando canta, una voce capace di articolazioni profonde. Anche nel suo caso, come nel caso di Rosi, è incredibile che una simile voce nell' esercizio di una funzione abbia uno spettro ampio e nell' esercizio di un' altra funzione si impoverisca. Impoverisce? È troppo poco. Scompare. Si faccia attenzione alla sua cadenza nell' arco dello spettacolo. È sempre la stessa. In ogni segmento di frase sale da una nota a quella più alta, battendo l' accento sulla penultima sillaba. Segue una breve pausa. Tutto il discorso è scandito in modo meccanico da questi silenzi, che dovrebbero essere significativi, ma che sono solo silenzi, alla lunga sfibranti. Lo stesso si può dire della gestualità. Nel primo atto ha uno scialle. Nel terzo una specie di pelliccia, che ne fa le funzioni (è per la cerimonia di nozze). Quante volte la Sastri prende gli estremi dei suoi coprispalle e li ricongiunge? Questo, anch' esso supermeccanico, è il suo gesto. Ed è tutto ciò, l' insieme, a rendere lo spettacolo di Rosi inutile, perfino irritante.

Franco Cordelli

Sastri, Rosi e De Filippo rileggono Eduardo

e trionfano con Filumena madre coraggio

Filumena Maturano­ è molto più di un personaggio installatosi nell'immaginario comune a generazioni di pubblico teatrale e televisivo.­ E' la creazione di Eduardo De Filippo che, in una forma superlativa, ha maggiormente concentrato in sé così solidi significati valoriali da continuare a resistere, valido, senza una ruga. Si pensi, come nucleo tematico, al senso incomprimibile della maternità e al sentimento speculare della paternità e della famiglia, che emergono dal fango della prostituzione. Per quante varianti sull'interpretazione abbiano potuto introdurre le attrici succedutesi da Titina De Filippo in poi, quel grumo di stati d'animo ci interpella, tal quale le cronache di oggi. Ed eccola, Filumena Marturano, tornare sulla ribalta, al Teatro Argentina, riproposta dal Teatro di Roma con tre nomi di cartello: Lina Sastri nel title-role, Luca De Filippo continuatore ma non ripetitore del grande padre e Francesco Rosi, regista e verace partenopeo.

La fiera determinazione con cui Filumena difende il suo disegno materno ha intonazioni da Antigone. E la scelta della Sastri, nella trama registica di Rosi, avrebbe dovuto favorire l'affinità con i classici, almeno nel contrasto tragico. Ma l'interprete è ­qui visceralmente se stessa e ciò la porta a esasperare certa napoletanità che il pubblico apprezza e applaude, specie nei famosi monologhi e nel pianto liberatorio del finale. La cornice scenografica alla classicità si richiama, in quella strana Napoli corrusca e congelata, ma induce a una nota di compianto: è ­l'ultima disegnata da Enrico Job prima di morire, poco tempo fa. Con lui si è rinnovata in questa Filumena, dopo Le voci di dentro del 2006, l'affinità intellettuale fra Luca De Filippo e la mediazione di Rosi rispettosa del testo in un quadro di composto naturalismo.

Toni Colotta

Filumena e la guerriglia della vendetta

Roma. Proviamo a seguire il percorso di Filumena Marturano sulla traccia delle didascalie di Eduardo. All'inizio, di fronte a Domenico Soriano, è una «belva ferita, pronta a spiccare il salto sull'avversario»; al primo impatto con Diana è, di conseguenza, «felina»; quando si rivela ai tre figli come la loro madre è «più aggressiva che commossa»; e infine, nel mortificare la sarta Teresina con l'accusa di rubarle la stoffa dei vestiti, diventa addirittura «livida». Insomma, il celeberrimo personaggio è solo una madre che si batte per dotare di un cognome e, così, «legittimare» i propri figli, o è anche (e, secondo me, soprattutto) una donna che - orgogliosa d'essere donna, e resa dura e intransigente dall'«origine plebea», che non intende affatto nascondere (sono sempre parole di Eduardo) - vuole vendicarsi, utilizzando allo scopo persino i figli, dell'uomo che prima l'ha comprata, in una casa d'appuntamenti, e poi l'ha ridotta - nella sua, di casa - a un oggetto qualsiasi? Sì, siamo al cospetto di un testo straordinariamente allusivo e, quindi, ambiguo o, almeno, ambivalente. Non a caso, se pure vi si accenna all'amore (ma non accade più di due o tre volte), lo si fa solo in termini di calcolo o di stanca abitudine. Sicché da un lato abbiamo la Filumena che dichiara: «Io, chella sera te vulette bene overamente» (appunto, «chella sera»: e prima? e, soprattutto, dopo?) e, dall'altro, il Domenico che osserva: «Pecché te voglio bene, simmo state 'nzieme vinticinc'anne, e vinticinc'anne rappresentano una vita». Ebbene, credo che Francesco Rosi - nell'impostare la regia dell'allestimento di «Filumena Marturano» che ha aperto all'Argentina la stagione del Teatro di Roma (lo spettacolo sarà al Mercadante dal 6 gennaio al 1° febbraio) - a tutto questo ci abbia pensato. Alludendo alla trilogia composta con la commedia in parola e le precedenti «Napoli milionaria!» (2003) e «Le voci di dentro» (2006), ha dichiarato: «È come se continuassi a teatro il discorso che ho portato avanti nei miei film». E ha ricordato che «Filumena Marturano» era, per Eduardo, «un grido di ribellione». Possiamo aggiungere che era addirittura un pamphlet socio-politico, stando a quanto - rivolgendosi dalle colonne di «Sipario» soprattutto ai critici - Eduardo precisò nel '56: «Secondo me non si è entrati nello spirito, si sono fermati al fatto della commedia. È sfuggito quello che era il mio proposito. I tre figli di Filumena rappresentano le tre forze dell'Italia: l'operaio, il commerciante, lo scrittore. "'E figlie so' chille che se teneno 'mbraccia, quanno so' piccerille... Ma quanno so' gruosse, quanno song'uommene, o so' figlie tutte quante, o so' nemice". Pensavo, con quella commedia, di aver messo in evidenza questa situazione ai governanti, pensavo che avrebbero preso dei provvedimenti». Al riguardo, lo spettacolo propone dei segni inequivocabili. A cominciare dall'attacco, davvero di rara acutezza: il famoso «Pazzo, pazzo, pazzo!» di Domenico risuona con il sipario ancora chiuso, né, quindi, vediamo i ripetuti schiaffi che lui s'infligge; e così, in un colpo solo, vengono cancellati e il naturalismo e il melodrammatico della situazione di partenza. E il resto, in proposito, lo fa il fondale del compianto Enrico Job, un'alta cancellata attraverso cui incombe sul soggiorno di casa Soriano (ecco il richiamo alla dimensione sociale del testo) l'esterno di una Napoli contraffatta. E immersa - altra idea eccellente - in una luce prima rossastra (l'incendio del rancore) e poi lunare (il limbo delle schermaglie legali e delle consolazioni finali). In linea con il carattere imbelle del personaggio la rabbia e le ripicche «recitate», da gioco delle parti pirandelliano, che Luca De Filippo attribuisce a Domenico. E di fronte a lui una grande Lina Sastri: la sua Filumena è prima delle parole e dopo i loro significati, è un presente fatto di sguardi, gesti e movimenti che mettono in atto - vedi i piccoli passi nervosi con cui gira intorno a Soriano - una vera e propria guerriglia, la sola tattica vincente che possano adottare i combattenti meno armati. Assai più scadente - con la sola eccezione di Antonella Morea, una Rosalia Solimene comunque attestata sul bozzetto di maniera - il rimanente del cast. Alla «prima» il pubblico di rango ch'era facile attendersi, da Carlo Giuffré e Luigi De Filippo a Raffaele La Capria e Giovanni Russo.

Enrico Fiore

Un personaggio in cerca di un cognome

Con la più cara a Eduardo fra le sue creature, Francesco Rosi completa il viaggio tripartito con le opere del dopoguerra di De Filippo: Napoli milionaria nel 2003, Le voci di dentro nel 2006 e ora, appunto, Filumena Maturano, inaugurando la nuova stagione al Teatro Argentina di Roma, dove l'allestimento ha debuttato in prima nazionale assoluta il 9 ottobre. Prodotto dal Teatro di Roma e dalla compagnia di Luca De Filippo, lo spettacolo rimarrà in scena per ben cinque settimane.

Allegoria del nostro Paese depauperato e lacerato, anche moralmente, prefigurandone però la volontà di riscatto, il testo venne suggerito a Eduardo da un fatterello di cronaca: una donna a Napoli, che conviveva con un uomo senza esserne la moglie, era riuscita a farsi sposare soltanto fingendosi moribonda.

Scritto e pensato per la sorella Titina nel 1946, Filumena è la commedia di Eduardo che vanta più rappresentazioni, cavallo di battaglia e banco di prova, nonché punto di arrivo, per attrici del calibro di Regina Bianchi, Pupella Maggio, Isa Danieli, Valeria Moriconi fino a Joan Plowright.

Attrice di puro istinto, Lina Sastri, si lascia trascinare dalla potenza viscerale e sanguigna del testo. Dove non arriva il dialetto napoletano, soccorre e supplisce l'espressività corporea. Filumena non è solo un modo di parlare, ma un modo di essere. Personaggio forte dalla dignità popolare che, in alcuni passaggi, avrebbe però preteso una gestualità più asciutta e dizione più incisiva.

Filumena è altalenante nel continuo confronto tra il dolore tatuato dal passato, l'incertezza del presente e un ideale domani. Non è però la storia di una ascesa sociale. Filumena, con la sua forza tragica, pretende solo giustizia e la avrà conducendo, attraverso strategie e ricatti, in un viaggio iniziatico Domenico Soriano, personaggio dalle infinite e poco prevedibili sfaccettature.

Luca De Filippo, a immagine e somiglianza del padre, si confronta per la prima volta con Don Mimì, sottolineando, con l'uso di sapienti pause, la complessità del ruolo. Da farfallone amoroso compie il suo esistenziale passaggio a uomo, grazie al senso etico di Filumena che gli spalanca una visione alternativa al suo mondo, fatto di leggi scritte, di carte e di penne.

I due protagonisti, furiosamente uomo e donna, duellano, scagliandosi contro cumuli di parole dense nel vuoto della incomunicabilità.

Filumena, si sa, "tiene" tre figli illegittimi che, come lo stesso Eduardo precisò, nel 1956, ad una domanda di Vito Pandolfi, proprio sulle pagine di "Sipario" . Qui i tre attori, rispettivamente Antonio D'Avino (Michele), Carmine Borrino (Umberto) e Daniele Russo (Riccardo), abbozzano timidamente i ruoli loro affidati.

Ad Antonella Morea invece il compito di dare corpo e voce a Rosalia Solimene, ma, nonostante il buon mestiere, non riesce a liberarsi dalle grate della macchietta di maniera, in cui rimane imprigionato anche l'Alfredo Amoroso di Nicola Di Pinto.

Silvia Maino tratteggia una Diana "televisiva", con scarso ritmo e poco credibile verve civettuola. Completano il cast Gioia Miale (Lucia), Giuseppe Rispoli (l'avvocato) e Chiara De Crescenzo, una divertente Teresina che ha confezionato male il vestito da sposa di Filumena, in quanto dalla pezza di stoffa è riuscita a ricavare anche un vestitino per la sua bambina.

Le scene, realizzate sui bozzetti che Enrico Job aveva fatto in tempo a realizzare prima della sua recente scomparsa, ci mostrano un interno di una stanza borghese con grande vetrata, affacciata su una Napoli molto cupa, da cui fa teneramente capolino il suo Teatro San Ferdinando. Il tutto, complici l'impianto luci statico, i costumi scialbi ed un fondale nero fisso poco caratterizzante, tende a bloccare l'opera in un teatrino di genere.

Pubblico d'elite in sala, come da attesa per un grande avvenimento. Filumena, la cui legge era quella di non saper piangere, è così riscattata con un pianto liberatorio. Scavate dal tempo, le sue rughe sono finalmente letto di un fiume.

Alla fine della lettura di Francesco Rosi, si esce con la convinzione che il teatro di Eduardo senza Eduardo possa sopravvivere soltanto liberando o almeno spolverando dalla nostra memoria la sua immagine. È il più grande omaggio che si possa fargli.

Cosimo Manicone

"Filumena Marturano" bella con l'anima

In Napoli milionaria! (primo spettacolo della trilogia eduardiana "del dopoguerra" che Luca De Filippo ha affrontato, nelle ultime tre stagioni, assieme a Francesco Rosi) lo sguardo di attori e regista si è posato sulle rovine materiali e morali di una città e di un popolo alla fine del conflitto mondiale. Le voci di dentro hanno poi scavato in interni, sono entrate nelle case e scese nei sotterranei, radiografando, a conti fatti, una martoriata psicologia collettiva. Questa volta, per chiudere il cerchio, Filumena Marturano (1946), un classicissimo scritto per Titina De Filippo, da lei interpretato sulla scena e sul set e rappresentato nei teatri di tutto il mondo. La commedia è stata appannaggio di grandi attrici di area partenopea, Regina Bianchi (in tv), Pupella Maggio, Isa Danieli, Sofia Loren (nel film di De Sica Matrimonio all'italiana, con Marcello Mastroianni) e di dive non indigene, dalla marchigiana Valeria Moriconi a Joan Plowright (che recitò la commedia in inglese a Londra, regia di Zeffirelli, e quindi a Broadway, regia di Laurence Olivier).

Adesso, all'Argentina, il personaggio femminile tocca a Lina Sastri, mentre la parte di Domenico Soriano, pasticciere benestante, sta perfettamente addosso al figlio dell'autore, Luca. Rosi costruisce per loro (fondamentalmente il testo è la radiografia di un rapporto uomo-donna e delle sue possibilità evolutive) una messinscena scarna, statica, priva di oleografia, giusta per esaltare due caratteri oggettivi. Filumena è donna pragmatica e passionale, madre immensa, femmina "di vita" capace di innamorarsi di uno dei suoi amanti, Soriano, e di guarnire il sentimento con una profonda, tenace, incompresa lealtà. E se è vero che soprattutto di lei, della sua forza e della sua convinzione, si nutre l'opera, è assoluta la necessità di un contraltare come Don Mimì, soldi in tasca, bei vestiti, le scarpe lucide, amatore e farfallone ricondotto da Eduardo, mai come qui drammaturgo, alla verità della cose, all'obbligo di maturare.

Sastri misurata, efficace, a tratti persino austera. La sua Filumena diventa, passo dopo passo, una perentoria icona sociale. Al di là del caso specifico, afferma la dignità femmnile a largo raggio, in linea con la direttrice principale di Rosi, al quale importa (forse) decontestualizzare i significati della vicenda senza però snaturarla. Luca bello, sornione, guappo il tanto che basta, afflitto dalla divina accidia partenopea comincia maschio e finisce uomo, riesce, alla fine di un percorso umanissimo, a rispondere sia alla dedizione di Filumena, sia al compito della paternità.

Gli altri attori della compagnia Nicola Di Pinto, Antonella Morea, Giuseppe Rispoli, Gioia Miale, Daniele Russo, Antonio D'Avino, Chiara De Crescenzo, Carmine Borrino, Silvia Maino lavorano con bravura e verità. Luca esige dai suoi collaboratori, per esigenza personale e per educazione familiare, qualcosa di più del professionismo.

Le scene sono di Enrico Job, l'artista scomparso nel marzo scorso; i costumi li firma Cristiana Lafayette; sofisticate le luci di Stefano Stacchini. Lo spettacolo (da non perdere: è puro teatro di tradizione) rimane in scena fino al 16 novembre.

Rita Sala

Ultima modifica il Venerdì, 30 Agosto 2013 08:19

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