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FIGLIA DI AGAMENNONE (LA) - regia Claudio Di Scanno

La figlia di Agamennone La figlia di Agamennone Regia Claudio Di Scanno

dall'omonimo romanzo di Isamail Kadarè
drammaturgia e regia: Claudio Di Scanno
con Susanna Costagliene, Roberto Negri, Irida Mero
Pescara, Spazio Alici, 7 e 8 maggio 2008

Corriere della Sera, 11 febbraio 2008
Allegoria del socialismo reale

Sempre per continuare il discorso sul Sessantotto, ho tra le mani un rosso libretto in quell' anno pubblicato dalla casa editrice Naim Frashëri di Tirana. È intitolato Poemi e poesie scelte, ne è autore Ismail Kadaré. Come tutti sanno, a un certo punto della sua vita Kadaré se ne andò a Parigi e ivi da poeta si trasformò in narratore. In particolare, si trasformò in narratore allegorico. Le sue allegorie erano tutte denunce del regime tirannico di Enver Hoxha. Con ogni evidenza, nell' animo del giovane scrittore era avvenuta una metamorfosi. Prima, come poeta, in Le aquile volano alto (al Partito del Lavoro nel XXVmo anniversario) scriveva: «Questo mio canto/Per te/Nel suo venticinquesimo autunno/Sia/Quale purpurea rosa sulla canna del fucile». L' ultimo verso è Sessantotto allo stato puro. Non vi fa pensare agli hippies? Forse spiega la metamorfosi di Kadaré: da un punto di vista poetico, le allegorie pirandellianamente funzionano «come tu mi vuoi». «Anche noi verremo,/I poeti del realismo socialista,/Con in tasca un quaderno di poesie»: versi simili possono essere rubricati come errori di gioventù. Ma le allegorie no, le allegorie sono altra cosa. Ciò che si riteneva rivolto a sinistra era rivolto a destra, o viceversa. Alla fine dello spettacolo La figlia di Agamennone messo in scena da Claudio Di Scanno, proprio mentre a Siracusa va in scena l' Agamennone eschileo, incontro due giornalisti albanesi venuti apposta a Pescara per assistervi. Sono consapevoli che la posizione di Kadaré si può definire ambigua. Ma, così dicono, i suoi romanzi hanno il merito di aver posto all' attenzione del mondo il problema dell' Albania. Lo difendono a spada tratta. In quanto a me, riferisco tutto ciò perché mi considero un cronista, nella fattispecie un cronista di guerra - sul fronte del teatro: in guerra contro le rendite di posizione e contro le lobbie (drammaturgico-letterarie e produttive). Forse Kadaré è, egli stesso, una rendita di posizione. Ed è sicuramente a causa delle lobbie che non conoscevo Claudio Di Scanno. In quell' allegoria che è La figlia di Agamennone s' infiltra, come viene detto nel testo, un' analogia. Poiché un uomo è ai vertici della carriera all' interno della burocrazia socialista, c' è una figlia (come Ifigenia) che si deve sacrificare, c' è un sacrificio che si deve compiere, il sacrificio dell' amore: così ci viene raccontato da un altro uomo, che di quella ragazza era fidanzato. Questo il nocciolo della faccenda. Inutile dica come una tale allegoria potrebbe essere letta in modi molteplici, da destra e da sinistra. Però Di Scanno, che viene dal Terzo Teatro e che ha elaborato una sua poetica tutt' altro che ambigua, ha capacità di visione. In uno spazio cadente, tutto bianco, una casa povera e tuttavia sfarzosa, che potrebbe essere greca o albanese, si muovono i personaggi, nei loro diversi sembianti (è impressionante l' apparizione di Stalin). Quadri di superne autorità vengono appesi e staccati dalle pareti, rose si disfano misteriosamente, topi meccanici sbucano dal sottosuolo; e poi una donna ubriaca, un uomo disperato, specchi e bandiere in ogni dove, uno scheletrino sullo sfondo, il socialismo reale o lo stesso autore che, sempre in termini allegorici, ci parla di un' aquila (come nella poesia!) che finisce col divorare se stessa. Forse manca, in senso concettuale, una sintesi; ma lo spettacolo ha una sua indubitabile potenza, in specie per merito dei tre interpreti, la sofferta Susanna Costaglione, l' istrionico Roberto Negri e, alla viola, Irida Mero.

Franco Cordelli

Ultima modifica il Venerdì, 30 Agosto 2013 09:03

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