venerdì, 21 luglio, 2017
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GREAT TAMER (THE) - regia Dimitris Papaioannou

"The great tamer", regia Dimitris Papaioannou. Foto Julian Mommert "The great tamer", regia Dimitris Papaioannou. Foto Julian Mommert

ideazione e regia Dimitris Papaioannou
con: Pavlina Andriopoulou, Costas Chrysafidis, Ektor Liatsos, Ioannis Michos, Evangelia Randou, Kalliopi Simou, Drossos Skotis, Christos Strinopoulos, Yorgos Tsiantoulas, Alex Vangelis
Scene e assistente alla regia Tina Tzoka
Assistente ai costumi Aggelos Mendis
Assistente alle luci Evina Vassilakopoulou
Assistente alla fonica Giwrgos Poulios
Suoni Kostas Michopoulos
Musica Johann Strauss II, An der schönen blauen Donau, Op. 314
Music Adaptation Stephanos Droussiotis
Sculture Nectarios Dionysatos
Costumi e decorazioni Maria Ilia
Produzione : Onassis Cultural Centre –Athens (Greece) Coproduzione : CULTURESCAPES Greece 2017 (Switzerland), Dansens Hus Sweden (Sweden), EdM Productions, Festival d'Avignon (France), Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia (Italy), Les Théâtres de la Ville de Luxembourg (Luxembourg), National Performing Arts Center-National Theater & Concert Hall | NPAC-NTCH (Taiwan), Seoul Performing Arts Festival | SPAF (Korea), Théâtre de la Ville – Paris / La Villette – Paris (France).
Al Napoli Teatro Festival Italia, Teatro Politeama, il 23 e 24 giugno 2017. Prima nazionale

www.Sipario.it, 29 giugno 2017

Morte e rinascita sulle rovine del mondo

Il suo nome è legato principalmente alle cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi di Atene del 2004; e la sua attività creativa rimasta per molto tempo circoscritta alla sola Grecia. Si deve a Bob Wilson la sua scoperta. In Italia, la rivelazione del potente talento visionario e poetico, dell'originalità teatrale e coreografica che lo caratterizza, risale agli ultimi due anni in seguito a un breve passaggio a Vicenza e Milano, e, precedentemente a Cagliari, con due spettacoli che lo hanno consacrato: Still Life e Primal Matter. Oggi è richiesto ovunque a livello internazionale. L'agenda dei suoi spettacoli in tournèe è fitta fino al 2018. Parliamo del greco Dimitris Papaioannou, classe 1964, artista multidisciplinare dalla creatività non catalogabile dato che è coreografo, regista, pittore, performer, fumettista, e curatore di mostre. La cultura visiva, per formazione, è una delle cifre teatrali che lo definiscono. Anche nell'ultimo spettacolo The Great Tamer - ospitato con grande successo al Napoli Teatro Festival Italia -, le sequenze dai rimandi pittorici, e scultorei, sono espliciti: Rembrandt, Goya, Botticelli, El Greco, e Yannis Kounellis in particolare, alla cui arte povera si ispira dichiaratamente. Basti l'immagine iniziale delle scarpe nere lasciate in proscenio difficili da strappare dal suolo, che, appena l'uomo che le indossa riesce a staccarle riveleranno piante di radici fissate alle suole. E di rivelazioni è costruito lo spettacolo, di scoperte continue e occultamenti che hanno radici sottoterra, alla ricerca degli strati nascosti dell'esistenza umana. Il titolo The Great Tamer (Il grande domatore) è una metafora per definire il tempo, usata da Omero e i tragici greci, ma anche un riferimento al gioco del circo dove il domatore educa gli animali selvaggi è dunque colui che educa se stesso. Ma il tempo di Papaioannou è dilatato al nostro e a quello prossimo e ancora più futuro. Attinge al mito di Persefone, la dea moglie di Ade costretta a trascorrere sei mesi nell'oltretomba e gli altri sei tra i viventi, con la condanna che durante il tempo impiegato nel regno dei morti, nel mondo sarebbe calato il freddo e la natura si sarebbe addormentata, mentre nei restanti mesi la terra sarebbe tornata fertile. Figura che, in scena, con un vaso in mano e fasciata d'oro, appare più volte a osservare quello che succede tra gli uomini. Fertilità e aridità, dunque, luce e buio, sono gli altri temi che emergono in questo affresco senza parole, silenzioso e rarefatto nel procedere per quadri, che celebra quella civiltà classica la cui eredità è, per l'artista greco, ineludibile. Come un archeologo, dagli strati di lastroni di legno di cui è disseminata la vasta scena sconnessa, ondulata e rialzata su un monticello, Papaioannou riporta in luce dapprima pietre e terra, poi creature umane scomposte negli arti – per effetto di illusione ottica, di sovvertimenti anatomici fatti di incastri e nascondimenti delle membra –, ricomposte e portate in vita. In un flusso lento di immagini perturbanti e posizionamenti plastici degli undici performer, rigorosamente in completi neri, si ripete il ciclo della vita, morte e rinascita. Già nella sequenza iniziale, dove un uomo si denuda e si sdraia morto come un Cristo del Mantenga. Una figura avanza e lo copre con una stoffa leggera che viene subito fatta volare via dall'intervento di un altro uomo lasciando cadere un pannello divelto. Questa sequenza reiterata, che è un rifiuto della morte, dà inizio al fascinoso e ipnotico viaggio esplorativo nel cuore di un'umanità all'origine del mondo, che la genialità di Papaioannou proietta nel presente e nel futuro in una continuità che non segue una narrazione ma evoca epoche e mondi immaginari. Viene dal futuro, sulla musica distorta del Danubio blu di Strauss – chiaro rimando al film 2001 Odissea nello spazio di Kubrick –, l'astronauta che, ansimante, sbarca sulla scena e scava estraendo un uomo: forse Adamo, dato che, tolta la muta spaziale, apparirà una donna, una nuova Eva, che lo aiuta ad articolare le membra, lo alza e prende in braccio scomparendo nel buio. Quel corpo nudo issato poi su dei trampoli, scomposto con effetto ottico come una marionetta, deposto su un tavolo sarà anche oggetto di studio anatomico nella pittorica scena che velocemente si compone raffigurando il celebre dipinto di Rembrandt Lezione di anatomia, con i commensali che, di budelle e altri organi, ne faranno un banchetto splatter. Sarà anche figura centrale e pudica di una versione maschile della Nascita di Venere di Botticelli, mossa dal soffio lieve di Flora e Zefiro. Tenuto sospeso tra le gambe di tre donne, quindi vestito, camminerà lento fino a iniziare una danza sinuosa di braccia fluide con prolungamento di un tubo mobile. Gli sarà posto in mano un enorme libro della conoscenza, offerto delle arance da gustare; e camminerà in bilico sopra un mappamondo dopo aver conosciuto la lotta avversaria, il frantumarsi del corpo ingessato e liberato, pronto per camminare con scarpe da ginnastica e zaino in spalla. Sono ancora molte le sequenze, i simboli e le evocazioni di The Great Tamer: dalla moltitudine di frecce lanciate che si conficcheranno sul pavimento diventando campo di grano dentro il quale scivolare; ai giochi con delle trombette in bocca; ai pezzi vari del corpo affioranti da diverse buche come in un campo di battaglia e distribuiti fino a ricomporsi in un girotondo di fratellanza che sbuca da sottoterra e vi rientra. Per culminare nel ritrovamento di uno scheletro esposto sopra un pannello. Lentamente, al suono cupo di un tonfo, si sgretolerà in un mucchietto di ossa. Di tutto questo flusso calmo e costante di un immaginifico mondo di rovine che ci ha catturati ed emozionati, rimane, infine, solo la figura di un sopravvissuto, o di un uomo nuovo, che volteggia soffiando in aria un fazzoletto dorato senza lasciarlo cadere. Il soffio del Creatore su un nuovo mondo.

Giuseppe Distefano

Ultima modifica il Giovedì, 29 Giugno 2017 11:46

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