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GABBIANO (IL) - regia Marco Bernardi

Il gabbiano Il gabbiano Regia Marco Bernardi

di Anton Cechov
traduzione: Fausto Malcovati
regia: Marco Bernardi
scene: Gisbert Jaekel
costumi: Roberto Banci
con Patrizia Milani, Carlo Simoni, Maurizio Donadoni
Teatro Stabile di Bolzno
Milano, Teatro Carcano, dal 12 al 23 novembre 2008

www.Sipario.it, 1 marzo 2010
Corriere della Sera, 1 dicembre 2008
Avvenire, 15 novembre 2008
Solida regia per uno dei capisaldi della drammaturgia moderna. Oltre due ore e trenta di spettacolo scorrono con grande fluidità. Senza concessioni ad astruserie retoriche o a forzature. Bellissimi effetti sonori, scene sobrie, una luna spettacolare sul primo palco di Nina, belli i colori, delicati e raffinati come delicata e raffinata è la regia di bernardi, che accarezza con mano lieve il testo e questi personaggi tristi e soli, chiusi ciascuno nel proprio mondo, chi teso a difendere il vecchio con la boria dell'età, chi a proporre il nuovo con la baldanza di un'altra età. Lo scontro tra la certezza del vecchio e l'impossibilità del nuovo è reso efficacemente anche attraverso la recitazione di due diverse generazioni di attori. Eccellenti la Milani e Carlo Simoni. Interessante il Trigorin di Donadoni, di straordinaria bravura i due giovani protagonisti, vibrante di intensità il Konstja di Massimo Nicolini, di disarmante candore la Nina di Gaia Insenga.

Giovanna Liotta

Valore di un Cechov filologico

Elio De Capitani a Modena sostenne che si dà troppa importanza ai programmi di sala. Perché no? ho risposto. Spesso vi sono dichiarate le intenzioni del regista. Confrontare la poetica con ciò che si è realizzato non è opportuno, è doveroso. In questo senso mi chiedo che cosa abbia voluto dire Marco Bernardi parlando di «uno studio filologico serio» nel suo accostarsi al Gabbiano di Cechov (prodotto dallo Stabile di Bolzano). Bernardi si riferiva al testo vero e proprio? Sul piano della filologia sarebbe smentito nella pagina accanto, dove l' eccellente traduttore di questa edizione, Fausto Malcovati, parla di traduzioni che siano cucite sulla schiena di ogni singolo spettacolo, di ogni diverso interprete. Oppure Bernardi si riferiva allo spirito del testo? Poco prima aveva citato, come possibile approccio, la «seduta spiritica». Se così fosse, si aprirebbe un capitolo concettualmente devastante: filologia e spirito? Non è una forbice troppo aperta? Chi lo sa qual è, nel senso dello spirito, la filologia di un testo? Temo che Bernardi sia ricorso a una metafora altisonante per velare l' umiltà con cui si è messo al lavoro. Consapevole che per Cechov una nuova interpretazione è ultradifficile, ha così mascherato il suo legittimo trincerarsi in una tradizione. Ma io dico: perché no? perché temere la tradizione? Il teatro che spasmodicamente cerchiamo è quello innovativo. Ma senza teatro che si limiti a trasmettere i classici come la tradizione li consegna, quella, l' emozionante novità, non vi sarebbe. Per me Il gabbiano è sempre stato un dramma strutturato secondo l' invisibile schema A ama B che ama C che ama D che non ama nessuno. Il contrario esatto di ciò che pensava Tolstoj: «L' autore vi ha accumulato elementi privi di nesso, non si sa a quale scopo... Cechov è lo scrittore russo dotato di maggior talento, però Il gabbiano è un pessimo dramma». Ma assistendo a questa «filologica» edizione di Bernardi, modellata in tre diverse scene (di Gisbert Jaekel) tutte orizzontali - un teatrino, una sala da pranzo piuttosto rustica, un soggiorno - si vede con chiarezza quali e quanti siano i temi. C' è la passionale disputa di una madre e di un figlio; poi c' è l' altra disputa, altrettanto rovente, tra due attrici di diversa generazione; c' è un terzo conflitto, tra scrittori: l' odio tra questi due è mortale, al vecchio scrittore arride il successo, al giovane scrittore non è consentito che rifugiarsi in una routine; ma per tutti e due vi è solo infelicità. Questi sono i temi che si sviluppano secondo le vicende dei personaggi. Poi vi sono, dissimulati, quelli dell' autore: com' è e come dovrebbe essere il teatro; il presente, immobile, e il futuro, che non vi sarà; i simboli: il lago e il gabbiano, l' immobilità e il volo. C' è anche una digressione su Genova, che non avevo mai notato. Secondo Cechov a Genova la moltitudine dei suoi abitanti offre in dono l' idea che esista un' anima universale... Forse per Bernardi filologia significava un giusto equilibrio, una misura: il modo in cui ciascun interprete si muove nello spazio e dà corpo e voce al suo personaggio. In questo affettuoso spettacolo non vi sono scene madri né si registrano cadute di stile. Tra gli interpreti spiccano Maurizio Donadoni, che ho rivisto con piacere dopo molto tempo; e Patrizia Milani, vibrante di euforia e malinconia. Mi ha colpito l' eleganza, tutta tra le righe, di Riccardo Zini. E poi Carlo Simoni, Massimo Nicolini, Gaia Insegna, Libero Sansavini, Gianna Coletti, Iolanda Piazza, Fabrizio Martorelli e Maurizio Ranieri.

Franco Cordelli

Bernardi e gli spettri di Cechov

Non raggiunge l'altezza poetica di Tre sorelle o di Zio Vania ma certo Il gabbiano è uno dei più bei drammi di Cechov. Infinite anche da noi le sue messinscene alle quali adesso (sulla ribalta del milanese Carcano) si aggiunge questa, e assai pregevole, dello stabile di Bolzano firmata da Marco Bernardi. Dramma Il gabbiano dove s'affacciano tutti i grandi temi trattati dal grande scrittore russo. La quotidianità, l'ansia di vivere, il conflitto generazionale, la fragilità della gioventù sprezzante dei compromessi, la fragilità ancora dell'amore. E dire che i suoi quattro atti sembrano in apparenza fatti di niente. Quanto all'azione a frantumarsi in piccole e varie storie parallele che s'intersecano. Storie di disillusioni e di amori feriti. Amori a incastro: sempre sbagliati, tutti infelici. Il mite Medvedenko, il maestro del villaggio dove si svolge la vicenda, ama Mascia, la quale a sua volta ama l'irrequieto Kostja, figlio dell'attrice Irina Arkadina, che ama la giovane Nina. L'indifesa e capricciosa Nina che nutre anch'essa velleità d'attrice la quale a sua volta si invaghisce del maturo scrittore Trigorin, amante della possessiva Arkadina. Un malinconico girotondo dove tutti sbagliano il bersaglio.

Un'agghiacciante metofora della vita Il Gabbiano, che Bernardi, nella nitida e meditatissima nuova traduzione di Franco Malcovati, rilegge con acutezza e rigore. Attento fino allo scrupolo a non tradire il disegno cechoviano, conservandone la profonda umanità e l'amarezza disperata di chi non può o non riesce a uscire dalla costrizione quotidiana. Lontana da ogni patetismo, anzi, nella sua regia Bernardi facendo sentire qualche cruda risonanza addirittura strindberghiana o ibseniana. Dove i personaggi man mano che l'azione procede sembrano distanziarsi da noi, diventare dei simboli. Il tutto immerso in una luce fissa, cruda e quasi onirica che avvolge l'immensa e bellissima scena (di Gisbert Jaekel, ma d'alto livello anche i costumi di Roberto Banci) che si pone a mezza via tra realismo e astrattismo. Una scena dove i personaggi man mano che l'azione procede in una sorta di rarefazione delle emozioni sembrano distanziarsi da noi, cedere a un sonnambulismo e diventare spettri ormai svuotati di sentimenti. Fra i meriti dello spettacolo l'eccellente concertazione interpretativa. Ineccepibile ­Patrizia Milani nel ruolo della Arkadina.

Domenico Rigotti

Ultima modifica il Giovedì, 19 Settembre 2013 06:44

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