mercoledì, 13 dicembre, 2017
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GOMORRA - regia Mario Gelardi

Gomorra Gomorra Regia Mario Gelardi

di Roberto Saviano e Mario Gelardi
regia: Mario Gelardi
con Ivan Castiglione, Francesco Di Leva, Antonio Ianniello,
Giuseppe Miale di Mauro, Adriano Pantaleo
e con la partecipazione straordinaria di Ernesto Mahieux
scene: Roberto Crea
costumi: Roberta Nicodemo
musiche: Francesco Forni
immagini: Ciro Pellegrino
Napoli, Teatro Mercadante, dal 29 ottobre al 18 novembre 2007

Il Messaggero, 1 dicembre 2007
La Repubblica, 12 novembre 2007
Il Manifesto, 4 novembre 2007
Avvenire, 31 ottobre 2007
Il Mattino, 31 ottobre 2007
La Stampa, 31 ottobre 2007
"Gomorra", un pugno
dalla pagina alla scena

Il libro è ormai nella storia, una di quelle cose capaci di scardinare le coscienze e i mercati, le consuetudini ufficiali, i conformismi. Non tutti sono napoletani, non tutti sanno e vivono. Per costoro, il Gomorra di Roberto Saviano ha spalancato senza reticenze le porte di un mondo interamente da rifondare, dandogli rilievo critico e risonanza internazionali. Per costoro, ma anche per i protagonisti sul campo, giovani e vecchi, di un Malessere in costante aggiornamento, lo scrittore ha accettato di trasformare Gomorra in teatro (al Valle dopo il "tutto esaurito" registrato da ogni replica al Mercadante di Napoli, a Bari e a Potenza. Il copione, di Saviano con Mario Gelardi (regista dello spettacolo), sceglie alcuni nodi scioccanti del libro e li espone, flashes di una memoria testimoniale che non si limita a mostrare le proprie ferite, il dolore di fronte alla corruzione, alle connivenze, al malaffare, all'assenza di futuro per le nuove generazioni, bensì cerca l'estensione della denuncia e il fomento di una maieutica incazzatura.
Il palcoscenico di un teatro all'italiana come il Valle non è lo spazio ideale per l'evento, che poggia su pochi tratti d'ambiente (piloni, tubi metallici, secchi di vernice, uno schermo sul quale proiettare chiazze di sangue) e troverebbe maggiore impatto in piano, a livello del pubblico. Eppure le terribilità di droga e frode, riciclaggio, violenza e connivenze di cui "dicono" i sei attori, tutti estremamente coinvolti, arrivano comunque dirette, macigni letali la cui forza si chiama in due modi, verità e coraggio. Ivan Castiglione veste i non comodi panni dello stesso Saviano, che frequenta lealmente gli ambienti di cui scrive, senza celare il proprio mestiere di giornalista e relatore letterario. Francesco Di Leva è il tenero e disperante Pikachu, volgare, aggressivo, amorale e sempre sopra le righe per idiozia indotta. Uno che grida, grida, grida con la morte dentro. Antonio Ianniello fa Kit Kat, vittima e assurdo carnefice di se stesso, con la spinta a "venirne fuori" in qualche modo. Giuseppe Miale di Mauro è il delinquente laureato che sporca la società con mani, all'apparenza, pulite. Ernesto Mahieux, infine, rende bene il sarto Pasquale, che ama la propria arte di filo e forbici, sordo e testardo, con le sirene malavitose. Spettatori in piedi ad applaudire. Comuni e meno comuni, se si conto che c'erano, in platea, anche Fausto Bertinotti, Francesco Rutelli e Giuliano Amato.

Rita Sala

Gomorra, la Napoli di Saviano

Di fronte c’è un cantiere con impalcature, sacchi, pilastri di cemento. A un livello terra terra o stazionando su una piattaforma superiore, ma anche sconfinando, entrano ed escono a ritmo serrato due pezzenti della malavita campana (uno che urla e grugnisce, e l’altro apprendista giovane), due aziendalisti del crimine (una faccia tosta manageriale con laurea alla Bocconi, e un demagogo della violenza in carriera), più un povero sarto “collaborazionista” del clan. Sono le cinque figure di riferimento scelte per portare a teatro, in un calvario di corpi, sporcizie e delitti a stazioni, il romanzo-realtà Gomorra di Roberto Saviano, con un copione co-firmato dal regista Mario Gelardi, civilmente prodotto dal Mercadante Teatro Stabile di Napoli, che ospita il lavoro nel Ridotto. Dove un’opera diffusa in più di un milione di copie è vista da cento spettatori a sera, e dove non ha mai messo piede ufficialmente l’autore sotto scorta. Ma Saviano, come nel libro, si materializza nella rappresentazione, e a introdurre – con uno stralcio del discorso tenuto a settembre a Casal di Principe – è, calato con calma sdegnosa nei suoi panni, Ivan Castiglione, che provvede anche all’epilogo. Un epilogo che potrebbe finire con la “morte fa schifo”, senza le ultime parole involontariamente retoriche. Il Gomorra teatrale soffre di qualche schematizzazione, e di una visibilità che malgrado schiaffi, pistole, oscenità verbali e orrido business dell’immondizia toglie qualcosa al “simbolico” del capolavoro-documento. Ma la manovalanza di Francesco Di Leva (Picatchu) e Adriano Pantaleo (Kit Kat), e l’imprenditorialità di Giuseppe Miale Di Mauro (Skateholder) e Antonio Ianniello (Mariano), e la bonomia carpita a Ernesto Mahieux (Pasquale) sono da sociologia carnale e da culto della morte.

Rodolfo Di Giammarco

Gomorra, l'altro stato

Il prologo, l'attacco del discorso di denuncia pronunciato da Roberto Saviano a Casal di Principe il 23 settembre 2006, una carica di indignazione, prima timida poi crescente, che segna il suo ritorno nella città natale dopo il successo del romanzo che metteva in fila e raccontava in profondità le imprese di quelle organizzazioni criminali campane chiamate abitualmente malavita camorristica oppure 'O sistema. Così comincia Gomorra, lo spettacolo ispirato a quel fortunato libro (oltre un milione di copie vendute e soprattutto il velo alzato sul malaffare di clan e delinquenti a legioni), portato in scena in questi giorni al Ridotto del Teatro Mercadante, dal regista Mario Gelardi, con l'aiuto dello stesso Saviano. In uno scenario da provincia dissestata da costruzioni abusive - impalcature di tubi innocenti, sacchi di sabbia, bidoni di vernice, pilastri dissestati - si dipanano i due piani della scena, un qualunque slargo cittadino e una balconata con uno schermo, quasi a rappresentare i due livelli, quello più basso della violenza cieca e animalesca, il braccio armato col feticismo per il kalashnikov o i test delle droghe scadenti (lasciate provare ai Visitors, quelle larve umane disposte a tutto per una dose di kobret, eroina, ecstasy) e quello più alto, dei manager senza scrupoli laureati alla Bocconi capaci di interrare tonnellate di rifiuti tossici provenienti dal Nord Italia a poca distanza dei condomini iperpopolati, quel livello imprenditoriale che non si sporca mai le mani (ottimamente reso dallo Stakeholder, l'uomo indipensabile, Giuseppe Miale di Mauro), che strozza commercianti e agricoltori coi tassi da usura e gestisce traffici illeciti, dalla Campania alla Cina alla Russia.
Di fronte al materiale incandescente del romanzo, la versione teatrale ha deciso di puntare su brevi flash, una sequenza di quadri narrativi, dialoghi inevitabilmente accorciati, in un continuo rincorrersi di situazioni ed avvenimenti, dove lo stesso Roberto Saviano (interpretato da Ivan Castiglione) fa da ulteriore raccordo. Mettendo in risalto alcuni personaggi principali come Pasquale 'o sarto (Ernesto Mahieux) di Arzano, il maestro della cucitura, l'artigiano talmente bravo e professionale da insegnare a classi di apprendisti cinesi l'orlo e il taglio salvo ritrovare una sua creazione, un vestito che doveva andare in America, indossata da Angiolina Jolie alla cerimonia degli Oscar senza un riconoscimento per la sua bravura, senza nemmeno un grazie. Oppure il giovane pusher Kit Kat (Adriano Pantaleo) e il suo capozona Pikachu (Francesco Di Leva), abili a destreggiarsi tra poliziotti e killer, partite di anfetamine e piccola criminalità eppure perennemente sopra le righe, nevrotici e ossessivi, nel delirante eppure autentico dialogo su «come e meglio morire», sparati in testa o al cuore, senza spalpitamenti o con quei dieci minuti di agonia sanguinante in cui ti si allentano gli sfinteri e cominci a puzzare, a odorare di morte. E anche, le immagini di Ciro Pellegrino dove le gocce di sangue e i buchi delle pallottole trasfigurano continuamente come le atmosfere dure della colonna sonora di Francesco Forni. In questa terra sventurata tutta cemento, rifiuti e mozzarella, i giovani sembrano non avere scampo. Non c'è possibilità di redenzione o di salvezza anche se poi sono tanti i coraggiosi che hanno voluto rompere l'omertà, come il sacerdote Peppino Diana o l'ex sindaco Renato Natale. E nel drammatico finale, tornano le parole conclusive del discorso di Roberto Saviano, esploratore di un malefico universo pericoloso, «fino al termine della notte io proseguirò questo viaggio. Non datevi pace». E nessuno, alla fine dello spettacolo, può andar via a cuor leggero, uscendo in piazza Municipio, tra i cumuli di rifiuti e l'arroganza della microcriminalità, le comitive di turisti e i monumenti carichi di storia.

Flaviano De Luca

La violenza di Gomorra scuote il teatro

Successo per il debutto a Napoli della pièce scritta da Saviano, l'autore del libro scandalo sulla camorra oggi sotto scorta, assente per ragioni di sicurezza. In arrivo un film e una fiction

Erano due le assenze alla prima nazionale di Gomorra lunedì sera al Teatro Stabile di Napoli Mercadante: quella dell'autore Roberto Saviano, per questioni di sicurezza vivendo egli sotto scorta, e quella della speranza così come nel libro diventato un best seller di livello mondiale. Mancava "l'addà passa' 'a nuttata" di eduardiana memoria, frase che indica la certezza, pur nell'attesa, della luce che verrà a sciogliere le tenebre della notte e della vita. La frase che conclude invece Gomorra ­"Non datevi pace!" che un molto convincente Ivan Castiglione, nei panni dello stesso Saviano, lancia al pubblico, ma che lascia un senso di ineluttabilità, che trascina con sé l'angoscia di un destino giscritto cui è ­impossibile opporsi. Gomorra, ricordiamo, è ­il racconto-reportage in cui Roberto Saviano descrive le attività tentacolari della camorra, quella casertana in particolare, lui che è originario di Casal di Principe. 'O Sistema, come oggi è indicata la criminalità organizzata campana. Il clan dei Casalesi non gli ha mai perdonato di aver messo allo scoperto i loro affari sporchi. Poco più di un anno fa Saviano dal palco nella piazza di Casal di Principe, durante una manifestazione contro le mafie, urlò all'indirizzo dei camorristi un "­non valete niente e ve ne dovete andare" con conseguenti minacce del clan e vita sotto scorta. Questioni di frasi a quanto pare.
Quel discorso, monologo recitato da Castiglione, nel testo teatrale scritto da Saviano e Mario Gelardi, che ne è ­anche il regista, apre le porte agli spettatori sulla scena scura e triste di colonne di cemento, di tubi Innocenti, di sacchi di terra. Al vederli il ricordo va immediatamente ai mesi e agli anni del dopoterremoto dell'80, quando i palazzi e i vicoli di Napoli e di buona parte dei paesi campani erano dominati e sostenuti dagli intrecci dei ponteggi di ferro. Furono gli anni del ­salto di qualità della camorra, uno dei tanti nella sua storia secolare, che si fece imprenditrice e mise le mani nella ricostruzione. Per lo scenografo Roberto Crea è ­la riproduzione del degrado urbano. La versione teatrale del libro, scritta quando questo era solo una bozza ammettono gli autori, porta in scena, in questa prima versione, solo cinque personaggi. Il sarto Pasquale, un Ernesto Mahieux molto calato nella parte, che in una fabbrica clandestina gestita da un prestanome dei boss realizza abiti che indosseranno le star di Hollywood. Mariano, laureato con la passione per i kalasnikov e faccia pulita della camorra. Franco lo stakeholder, il mediatore che smaltisce i rifiuti tossici. L'arrogante spacciatore Picachu e la sentinella dei clan Kit kat. Antonio Ianniello, Giuseppe Miale di Mauro, Francesco Di Leva e Adriano Pantaleo gli interpreti. Le loro vite si dipanano in una violenza nel lettore immaginata, nello spettatore percepita a pelle. Platea di lettori-spettatori, lunghi applausi e tutto esaurito fino al 18 novembre. Poi in tourne fino al 3 febbraio. In attesa del film per il grande schermo e della fiction per quello piccolo di casa.

Valeria Chianese

«Gomorra» tra simbolo e bozzetto

Non mi stancherò mai di ripeterlo, anche se so benissimo che non serve a niente: il teatro è il luogo del simbolo, non del realismo. Sul palcoscenico si può alludere, mai «dire». E di conseguenza chi lo utilizza deve sempre mettere una «distanza» fra sé e il proprio essere, sentire, agire e apparire drammaturgico. Lo ribadì una volta per tutte, nelle note all'«Opera da tre soldi» (che, non dimentichiamolo, verte sulla malavita), un signore che si chiamava Bertolt Brecht: «l'attore non deve soltanto cantare, deve anche mostrare uno che canta». Il preambolo era tanto più necessario in quanto parliamo dell'adattamento teatrale - presentato nel Ridotto del Mercadante dallo Stabile napoletano - di «Gomorra», il gettonatissimo romanzo-saggio-reportage di Roberto Saviano sull'organizzazione camorristica oggi chiamata «'o Sistema». Infatti, qui appare notevolissimo lo scarto fra la messinscena e le parole scritte, agevoli da leggere ma difficili da pronunciare. Nel libro gli episodi e i personaggi - poiché risultano sistematicamente straniati dal commento in prima persona dell'autore, diventando così dei significanti «aperti» - liberano un vasto alone di significati, che non di rado imboccano (ed è il portato migliore della scrittura di Saviano) la strada di un'amplificazione mitica altrettanto sistematicamente ricondotta, per virtù di un'ironia sottile, alla semplicità e unicità del concreto dato di cronaca. Nello spettacolo, invece, restano chiusi e definiti in se stessi, prigionieri di un facile bozzettismo che spesso sfiora la sceneggiata e in qualche occasione vi precipita a capo fitto, senza remora e remissione. Curiosamente, quindi, assistiamo a uno spettacolo che agisce contro il libro da cui è tratto: e dico curiosamente perché a firmare l'adattamento, insieme con il regista Mario Gelardi, è lo stesso Roberto Saviano. Il quale, guarda caso, proprio il simbolo aveva più volte tirato in ballo nell'opera originaria: vedi, per esempio, l'abbigliamento delle guardaspalle di Immacolata Capone, improntato allo stesso giallo (appunto, «un giallo così falso da diventare simbolo») della tuta da motociclista che Uma Thurman indossa in «Kill Bill»; e i «forti comportamenti simbolici», a cominciare dal «pianto rituale», adottati dalle donne napoletane «per attestare il loro dolore e renderlo riconoscibile all'intera comunità». Hanno fatto benissimo, dunque, a isolare dalla rappresentazione il discorso di denuncia pronunciato da Saviano a Casal di Principe, presentandolo a mo' di prologo con l'attore che lo ripeteva piazzato dietro un microfono: altrimenti sarebbe apparso come un manifesto, e i manifesti sono l'antitesi esatta del teatro. Infine - nel contesto della scena di Roberto Crea, anch'essa ispirata al ricalco bozzettistico (impalcature di tubi innocenti, sacchetti di cemento, bidoni di vernice, pilastri di cemento che improvvisamente crollano...) - non esce dai limiti descritti la prova degl'interpreti: Ivan Castiglione (Roberto Saviano), Francesco Di Leva (Pikachu), Antonio Ianniello (Mariano), Giuseppe Miale di Mauro (lo Stakeholder), Adriano Pantaleo (Kit Kat) ed Ernesto Mahieux (Pasquale).

Enrico Fiore

Laureati in camorra secondo Saviano

Il libro lo hanno comprato quasi un milione di persone, mentre i fruitori della riduzione teatrale (110' filati) non possono essere per ora più di novantotto a recita, ossia quanti ne contiene il Ridotto del Mercadante. Costoro sono tuttavia dei privilegiati, perché Gomorra diretto da Mario Gelardi, adattatore del testo insieme con l'autore Roberto Saviano, è uno spettacolo eccellente, vivo, vitale, appassionante, di quelli che ogni tanto riconciliano col medium.

Per i cinquantanove milioni che ancora non lo sanno, Saviano è il giornalista ventottenne che ha raccontato le attività quotidiane della camorra nel suo piccolo centro campano, guadagnandosi minacce della medesima in seguito alle quali non ha potuto nemmeno essere presente alla prima della pièce. Questa segue l'andamento del bestseller in quanto consiste in una serie, più che di episodi, di vignette e incontri con esponenti a vari livelli della malavita di un posto simile a Casal di Principe: cinque personaggi che interagiscono tra loro o che ogni tanto si confessano, magari solo per vantarsi, con l'alias di Saviane stesso, un giovanotto assorto che ancora prima di indignarsi cerca di capire, e che introduce la serata parlando brevemente a un microfono in piazza.

Dei cinque irregolari ben due sono laureati, uno addirittura alla Bocconi con poi tanto di Master a Londra. Questo è il farabutto più disgustoso di tutti, in quanto specializzato nella devastazione del territorio e non solo, seppellendo rifiuti tossici in luoghi densamente abitati. L'altro laureato, molto meno cool di lui, prova addirittura un orgasmo quando gli capita di sparare per la prima volta con un kalashnikov. Il suo colpo di genio ha luogo coi funerali di papa Wojtyla: trentamila bottiglie di plastica recuperate dall'immondizia, riempite di acqua del rubinetto e vendute a peso d'oro. Altri due sono manovalanza: un violento che si sfoga tirando sempre fuori la pistola e minacciando i più deboli, e un piccolo balordo che si sente virtuoso quando rinuncia a spacciare droga per rapinare le coppiette. Il quinto elemento è un fiancheggiatore suo malgrado, un bravissimo sarto costretto a falsificare capi famosi, che entra in crisi quando riconosce un suo manufatto addosso a Angelina Jolie la sera degli Oscar, e nessuno gli crede.

I ritratti sono consegnati, mediante un dialogo brillante, da sei attori tutti in stato di grazia - Ivan Castiglione come Roberto, e poi Francesco Di Leva, Antonio Ianniello, Giuseppe Miale di Mauro, Adriano Pantaleo, Ernesto Mahieux - dentro una indovinata scenografia di Roberto Crea, uno spazio delimitato da palchi di tubi Innocenti ai lati e sul fondo, con effetto di cantiere abbandonato (si parla parecchio anche di edilizia, una delle attività più lucrose della camorra), e agli angoli quattro piloni di cemento che alla fine crolleranno rivelando di contenere statuette di Maradona e madonnine di Pompei. Il palco sul fondo è praticabile al primo livello, come fosse un cavalcavia, ma anche occultabile mediante proiezioni di immagini astratte e abbastanza lugubri. Le luci evocano sempre un mezzobuio malsano, come se il sole non splendesse mai su questi luoghi corrotti, i cui indigeni non sembrano aspettarsi più nulla. Non è tuttavia a un comizio che assistiamo, Saviane non vuole imporci niente, né sembra avere altra medicina da proporre se non la speranza che un numero sempre maggiore di persone smetta di ritenere questo tristo stato di cose come inevitabile. Ma ad alimentare il suo e il nostro pessimismo aggiunge la considerazione che qui non di pittoresca criminalità locale si tratta, bensì della massima visibilità di un sistema occulto che ormai ha ramificazioni, almeno in Italia, quasi dappertutto.

Masolino d'Amico

Ultima modifica il Venerdì, 20 Settembre 2013 06:45

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