lunedì, 23 ottobre, 2017
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GABBIA (LA) - regia Stefano Massini

La gabbia La gabbia Regia Stefano Massini

Studio teatrale di Stefano Massini
interpreti: Luisa Cattaneo e Maria Cristina Valentini
Il Teatro delle Donne, Centro Nazionale di Drammaturgia, 2007 In tournèe

www.Sipario.it,  2007

Due donne, due generazioni a confronto, compresse tra le pareti di una cella, tra i muri graffiati sui quali si addensano undici anni di silenzio. E il silenzio si scioglie nella calura di una estate che sbuffa il suo alito insopportabile, mentre dall’esterno si evocano vacanze distratte. La gabbia di Stefano Massini, primo atto della “Trilogia del parlatorio”, si costruisce su una trama solo accennata. Dopo undici anni una madre, donna borghese e un po’ snob, scrittrice più per noia che per talento, va a fare visita alla figlia, che sta scontando una condanna per appartenenza a banda armata. Forse c’è la possibilità di uno sconto di pena, forse è il caso di incontrarsi, annullando il tempo passato, forse…. In una geometria scenica appena disegnata, fra pochi oggetti che non rappresentano, ma riproducono solo se stessi, dove lo spazio comunica la sua tautologica presenza, si afferma con forza il potere della parola, affidato a un registro che da letterario si fa concreto scambio di significati capace di far emergere frammenti di verità. Si instaura presto una dialettica tra spazio esterno – evocato dai colori estivi e dagli odori – e quello interno – buio, immobile – che si fa simbolo di una più articolata dinamica fra un’interiorità a lungo soffocata e una esteriorità che fatica a trovare le “parole-per-dire”.
L’indifferenza ad auscultarsi, a parlare di sé, a parlarsi, si traduce nell’uso di un linguaggio letterario, soglia semiotica che eclissa la verità del profondo; e allora parlano i romanzi facili di una elegante borghese, e parlano altri romanzi, più veraci, diari dell’esistenza, comunque letterari. Ma tra improvvise concitazioni della parola, letteratura cede il passo al linguaggio – a tratti afasico – del profondo, e può farsi scambio, senza filtri, senza letteratura. In questa operazione drammaturgica, così affidata al senso che promana dalle parole, la prossemica, la cinesica, la microfisionomia (gli spettatori sono assiepati intorno alla scena) quasi cinematografica recuperano il teatro. Lo spazio è invaso dalla dinamica di gesti e movimenti, dalla distanza mantenuta timidamente rigida dalla madre, ai margini della scena, rispetto alla centralità della figlia (è a “casa” sua), per poi assumere una confidenza conflittuale che genera un guardarsi. E, infine, un riconoscersi. Perché madre e figlia si sottraggono ai ruoli costituiti e in un gioco di specchi del sé si vedono, forse per la prima volta, come persone, al di là delle sovrastrutture della Storia. È per questo che l’espediente narrativo della vicenda giudiziaria; ha solo lo scopo di potenziare una distanza che renda più complesso l’incontro e prepari l’emersione del profondo che riscatta l’iniziale, inesorabile incomunicabilità.
L’attenta regia può liberare tutte le sue complesse e ricercate sfumature grazie alla capacità delle due attrici, Luisa Cattaneo e Maria Cristina Valentini, che hanno reso palpabile la claustrofobia della coscienza che cerca incogniti, ma convinti, percorsi di fuga.

Mario Ruotolo

Ultima modifica il Venerdì, 20 Settembre 2013 06:35

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