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GIORNI FELICI - regia Anna Marchesini

Giorni felici Giorni felici Regia Anna Marchesini. Foto Federico Riva (+39 335 8414259)

di Samuel Beckett
regia: Anna Marchesini
traduzione: Carlo Fruttero
con Anna Marchesini
Roma, Teatro Eliseo, dal 16 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 (prima nazionale)

Avvenire, 20 dicembre 2008
Il Messaggero, 20 dicembre 2008
La Stampa, 21 dicembre 2008

Marchesini rinasce con Beckett
All'Eliseo l'ex attrice comica conquista con «Giorni felici», testo poetico e profondo di cui è interprete e regista

Forse non c'è testo della letteratura teatrale che, quanto Giorni felici di Samuel Beckett, offra all'interprete già sulla pagina un caleidoscopio di tonalità, di sensi così cangiante da porlo di fronte a scelte radicali. Il copione è fitto di didascalie su gesti, pause, silenzi, eppure, dopo esperienze sceniche di vari decenni, con protagoniste di gran nome, questo dramma-monologo del 1961 resta come un libro aperto da decifrare. E Winnie, l'attempata signora infissa con le gambe nel rialzo di terra in un deserto lunare, ha ancora tanto da dirci. Sono considerazioni suggerite dall'ennesima new entry nel personaggio, quella di Anna Marchesini all'Eliseo di Roma, stimolante per vari aspetti, oltre che per la sua 'ma- schera' eccellente, affilata nel Trio televisivo con Lopez e Solenghi, come in un impegnativo Landolfi di anni fa.
La Marchesini, rispetto alle colleghe precedenti nel ruolo, fa di più rinunciando all'opera di un regista, autodirigendosi e assumendo l'intera responsabilità. Gli approcci possibili, abbiamo detto, erano molti. Winnie, parlando fra sé per ascoltarsi nel silenzio che la circonda – rotto appena dal marito Willie che vive quasi invisibile poco discosto – nella coazione a ripetersi mescola il sentimento cosmico dell'infelicità con l'amore per i piccoli oggetti femminili contenuti nella sua borsa, prega, ringrazia, malgrado tutto, per i 'giorni felici'. Questo Beckett suscita in una creatura buttata sull'ultima spiaggia da tutte le filosofie, che dimostra a se stessa di essere ancora viva . Finchè, al trillo del «campanello del sonno» la vediamo sprofondata, infissa fino alla testa nell'estremo buco. E cala il sipario. Domani forse sarà un altro giorno felice. E' l'invito all'ottimismo intravisto in Happy Days da Peter Brook contro il razionalismo illuminista.
Lo sguardo della Marchesini su Winnie è pietoso. Si china sulla sua condizione di 'relitto' cavando fuori di preferenza gli atteggiamenti grotteschi e l'ironia, senza forzature di registri, frenando anzi il proprio temperamento naturale e traducendo i ripiegamenti dell'anima in una mimica che nella fissità stralunata miscela riso e pianto, come il grande Marceau sapeva fare. Fedele alla storica traduzione einaudiana di Carlo Fruttero, la rappresentazione mantiene nel complesso una sapiente coerenza e iscrive la nostra attrice nel 'gotha' delle interpreti. Il pubblico della prima romana, attento per ottanta minuti di teatro non facile, l'ha festeggiata alla fine in piedi, sorpreso anche, chissà, nello scoprire in lei 'altre' virtù.

Toni Colotta

Immersa nella sabbia,
ma solo fino al collo

Samuel Beckett è un osso duro per tutti. Anche per Anna Marchesini, che in veste di protagonista e regista ha scelto uno dei testi emblematici del grande irlandese, Giorni felici, per mettersi in scena nell'età globale, tormentata e offesa, agitata da tremendi presagi.
Accettare la sfida di Winnie, il personaggio che è il testo, significa confrontarsi con uno dei ruoli più difficili del teatro contemporaneo (la pièce è del 1961), che attraverso il tempo, in Italia ad esempio, si è incarnato in interpreti quali Giulia Lazzarini con la regia di Strehler o Anna Proclemer diretta da Antonio Calenda. Attricissime, interpreti di scuola e di carisma.
Ma Anna non teme. Immersa nella sabbia fino alla cintura, poi fino al collo, affronta bellamente la waste land beckettiana, terra brulla appena segnata dagli sterpi, e inanella frasi su frasi, ghirlande di parole, concetti vuoti o piccoli che diventano cinguettìo, trenodie borghesi sussurrate al vento, sciocchezze porte con vivacità, finte malizie, ingenue idiozie, affastellamenti di comunicazioni da horror vacui, giostre di luoghi comuni che affermano, a ciclo continuo, la "felicità" dei giorni del titolo.
Il cielo di scena (ora scuro e pesante, ora schiarito da bagliori) segnala unicamente il passar del tempo. Mai muta il senso di inanità che lo caratterizza per tutto lo spettacolo, specchio della disperazione di Winnie, così totale da diventare frivola filastrocca. Esiste un unico frammento di vita: quello che scorre nel suono del chiacchiericcio di lei, privo di senso e dunque di risposte. La figura di un interlocutore muto, il marito della donna, non appare mai per intero, quindi si spegne.
A Winnie la Marchesini regala la sua gran tecnica, nonché una spinta personale evidente, la volontà, forse molto dolorosa, di trovarsi comunque d'accordo con il teorema fondamentale di Beckett: il mondo è assurdo e nulla contempla, o vuol contemplare, se non sé stesso. E proprio questo livore sotterraneo, quest'inimicizia sottaciuta nei confronti dell'esistere "aspettando Godot", sono, ad onta di sprazzi comici, autoironici, demenziali, la forza vera e il significato intimo dello spettacolo.

Rita Sala

Marchesini, giorni dal ritmo felice

Quando debuttò agli inizi degli Anni 60, Giorni felici fu accolto con perplessità dalla critica, che trovò questo primo lavoro teatrale di Beckett scritto in inglese stilisticamente meno «alto» di quelli nati in francese (Godot, Fin de partie), ed esagerato nel suo accanirsi contro la protagonista, una signora anzianotta e scioccherella che continua a cinguettare di futilità malgrado affondi sempre di più nella sabbia simbolica in cui è sepolta.

In seguito però la pièce, che offre una ghiotta occasione a una primadonna giunta a un'età in cui queste sono rare, incontrò gran fortuna; e la linea interpretativa si biforcò, da un lato le Winnie, da Madeleine Renaud in poi, che seguendo alla lettera le indicazioni dell'autore ne accentuano il lato comico, dall'altro quelle che spingono piuttosto sul pedale drammatico, come Natasha Parry nell'allestimento di Peter Brook. Ultima arrivata di una teoria molto illustre, Anna Marchesini opta per la seconda scelta, a partire dall'immagine iniziale - Beckett vorrebbe Winnie «preferibilmente bionda, grassottella, braccia e spalle nude, corpetto scollato, seno generoso, giro di perle», mentre lei è bruna, magrissima, con grandi occhi smarriti che smentiscono l'ostentato ottimismo delle sue tiritere.

Detta così può sembrare una lettura a senso unico, in realtà il sottile umorismo della monologante toglie pesantezza alla situazione, il che unito al ritmo felice della serata le consente di mantenere una salda presa sul pubblico, fino alla fine sacrosantamente applauditissima.

Masolino D'Amico

Ultima modifica il Venerdì, 20 Settembre 2013 06:28

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