sabato, 18 agosto, 2018
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GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA (LA) - regia Arturo Cirillo

Vittoria Puccini in "La gatta sul tetto che scotta", regia Arturo Cirillo Vittoria Puccini in "La gatta sul tetto che scotta", regia Arturo Cirillo

Scritto da: Tennessee Williams
Traduzione: Gerardo Guerrieri
Con: Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Paolo Musio, Franca Penone, Salvatore Caruso, Carlotta Mangione, Francesco Petruzzelli
Scene: Dario Gessati
Costumi: Gianluca Falaschi
Luci: Pasquale Mari
Musiche: Francesco De Melis
Regia: Arturo Cirillo
Una produzione: Compagnia Gli Ipocriti - Fondazione Teatro della Pergola
Al Teatro Manzoni di Milano dall'11 al 28 febbraio 2016

www.Sipario.it, 13 febbraio 2016

L'amarezza familiare secondo Tennessee Williams

Arturo Cirillo indaga l'ipocrisia borghese del drammaturgo americano. Calorosa accoglienza del pubblico, per lo spettacolo che ha segnato il debutto teatrale di Vittoria Puccini.

MILANO - Appena sotto quella patina dorata, l'American Dream della borghesia americana mostra tutte le sue orribili ruggini, e l'utopia della famiglia modello si dimostra una sordida menzogna. Accade ne La gatta sul tetto che scotta, forse il più noto testo del drammaturgo statunitense Tennessee Williams, figura tormentata e stigmatizzata, omosessuale represso, dall'infanzia e la giovinezza particolarmente difficili.
Con la regia di Arturo Cirillo, va in scena il terribile "dietro le quinte" di una tipica famiglia dell'alta borghesia americana, nel giorno del compleanno dell'anziano patriarca, padre di Brick e Gooper, a loro volta sposati con Margaret e Mae; per l'occasione, l'intera famiglia è riunita, ma una drammatica notizia sconvolge l'apparente placidità della routine quotidiana: il padre sta morendo per un cancro al colon, anche se per il momento dalla clinica non gli è stata fatta sapere la verità sul suo stato di salute.
La prossima, prevedibile morte dell'uomo, getta in allarme l'intera famiglia, per le questioni legate alla cospicua eredità. Non corre infatti buon sangue tra i due fratelli, profondamente diversi tra loro.
Brick, interpretato da Vinicio Marchioni, è un ex giocatore di foot-ball alcolizzato, segnato dalla morte dell'amico Skipper, e ormai chiuso in un suo personale universo buio, dal quale non riesce a comunicare con gli altri, nemmeno con la moglie profondamente innamorata di lui, nonostante l'assenza di rapporti sessuali fra i due. Quella sua momentanea menomazione alla gamba che gli impedisce di camminare, è chiara metafora della sua difficoltà ad avanzare nella vita, nella cui cornice si scopre disgustato dall'ipocrisia altrui; un disgusto di stampo sartriano che ne fa un "inadatto", sorta di Adam Patch di fitzgeraldiana memoria, che il fratello e la cognata tramano per fare interdire e rinchiudere in una casa di cura per alcolisti; tratteggiando questa vicenda di tentata sopraffazione, Williams rievoca quella ben più reale e dolorosa occorsa all'adorata sorella Rose, spirito libero finita lobotomizzata per decisione della madre e morta in un ospedale psichiatrico.
La sua amicizia con Skipper, che lascia intendere il sospetto dell'omosessualità, è stata per Brick l'unica occasione per essere sé stesso, per comunicare con un altro individuo senza nascondersi dietro l'ipocrisia e il falso pudore. Un'amicizia malvista dalla società, e per questo interrotta. E Skipper, morto in solitudine per overdose di alcool o stupefacenti, richiama da vicino lo stesso Tennesseee Williams, che in un certo senso ha profetizzata la sua dipartita. Una vicenda che dona alla pièce carattere universale per quella riflessione sui fantasmi personali di ognuno di noi, sulla paura di non essere accettati, sulla debolezza di fondo che caratterizza l'essere umano quando lotta da solo.
Gooper (Francesco Petruzzelli), è l'antitesi del fratello: giovane avvocato legatissimo alla moglie, e padre di cinque figli, inorridisce davanti alla condotta di Brick, e pertanto cerca d'impadronirsi dell'eredità paterna. In sintonia con il marito, Mae (Clio Cipolletta), incarna la bigotteria e il gusto per il pettegolezzo della borghesia americana, votata al culto cristiano della famiglia "benedetta" dai figli, ossessivamente attenta nel misurare parole e atteggiamenti.
Margaret, o "Maggie la gatta", infelice moglie di Brick, è la protagonista della pièce; Vittoria Puccini, al suo debutto sul palcoscenico nel ruolo che al cinema fu di Liz Taylor, ha dimostrata un'ammirevole maturità artistica, possedendo quella grazia drammaturgica che le ha permesso di dare vita a un'intensa "gatta", attraverso una recitazione che ha estrapolata tutta l'esasperazione di una donna bella e ambiziosa, nata probabilmente per altre battaglie, che invece si ritrova al fianco di un uomo debole, in perenne lotta con i propri fantasmi. Una ribelle secondo lo spirito dei tempi, le cui grida esasperate sanno di Beat Generation, in particolare delle sofferte poesie di Gregory Corso, inneggianti alla libertà dell'anima.
La serata, che si presume di festa, è invece occasione per disseppellire rancori mai sopiti, come quelli fra Brick e Maggie, coppia in crisi spirituale prima ancora che sessuale, incapace di funzionare per l'assenza di Brick. E ancora, i rancori tra i due fratelli, con Gooper (e Mae) che rinfacciano a Brick il suo stile di vita e la sua incapacità di essere un marito e un padre, il tutto con lo scopo di essere nominati unici eredi dell'eredità paterna.
E proprio il vecchio padre (Paolo Musio), all'inizio ancora ignaro della sua sorte, è insofferente verso la numerosa e rumorosa prole di Gooper e Mae, e nonostante tutto dimostra una certa simpatia per Brick, in uno strano rapporto che ricorda quello fra Zeno Cosini e "vecchio Silva mandadenari", dello splendido La coscienza di Zeno. È con questo figlio dato per perso, che l'uomo può finalmente sfogarsi della propria insofferenza per la famiglia, a cominciare dalla petulante moglie (Franca Penone), per finire con Gooper e famigliola; è con Brick che tenta, riuscendoci in parte, un drammatico riavvicinamento, in un colloquio appartato, dove i due riescono finalmente a comunicarsi quelle impressioni di sé e della vita che avevano sinora tenute dentro. E quando il figlio, dopo aver confessata la sua dipendenza dall'alcool, e l'intensità dell'amicizia con Skipper, rivela al padre la sua sorte imminente, questi , in un'intensa e commovente scena, maledice i falsi e i bugiardi, proprio mentre alle sue spalle brillano i fuochi d'artificio, beffarda allegoria dell'effimero e falso splendore.
E subito dopo, esplode la lite familiare per l'eredità, e la madre viene anche lei messa al corrente del destino che attende il marito. Un dramma familiare dove nessuno è completamente buono o completamente cattivo, poiché ognuno ha le sue mire, le sue idiosincrasie, le sue avidità. È questa, infatti, sentenzia il vecchio padre, che governa gli istinti e le azioni degli esseri umani. Parole valide ancora oggi, a sessant'anni di distanza dalla stesura del testo, che emoziona per la sua attualità, in particolare per la condizione di Maggie, simbolo di tutte quelle donne intrappolate in relazioni non soddisfacenti, ma scelte per necessità.
A lasciare in sospeso la vicenda, l'annuncio di Maggie di una sua gravidanza (una mossa in chiave eredità), e il tentativo di riavvicinamento fra i due coniugi, con il sipario che cala su un loro temporaneo riavvicinamento.
L'eleganza della regia trasmette tutta l'intensità psicologica del dramma di Williams, staccandola dalla seconda metà del Novecento e rendendola pienamente attuale attraverso una scenografia non databile; attraverso l'analisi del disagio esistenziale, Williams mette in discussione il mito dell'American Dream, una considerazione valida ancora oggi, in piena recessione globale. L'allestimento vanta una potenza corale ed espressiva che lo rende accostabile, per intensità emotiva, al romanzo di Philip Roth Pastorale Americana.
Un'atmosfera ben supportata dall'intero cast; Marchioni, da parte sua, dà vita a un magnifico "perdente", quel debole Brick cui è rimasta soltanto la stampella per muoversi nel mondo con un minimo di sicurezza; una recitazione, la sua, emotivamente intensa, espressa con la dizione ma anche, e soprattutto, con il corpo, quel corpo trascinato per la camera da letto con disumana fatica, in antitesi alle leggere movenze di Maggie/Vittoria Puccini, a proposito della quale aggiungiamo l'apprezzamento per la presenza scenica.
Cipolletta, Petruzzelli, Penone e Musio, hanno fornito una convincente rappresentazione della famiglia borghese con le sue ipocrisie, i suoi veleni nascosti, le sue menzogne, ben lontana dall'essere quella sana istituzione sociale sulla quale si pensava si fondasse la cattolicissima società americana (ma non solo americana).
Un dramma, questo, che ancora oggi ci parla della fragilità degli esseri umani davanti alle ipocrisie che noi stessi abbiamo scelto d'imporci, in nome di una morale che in realtà è soltanto una scusa per accumulare denaro. Nel 1954 come nel 2015.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Domenica, 14 Febbraio 2016 21:38

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