mercoledì, 13 dicembre, 2017
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LAVORI IN CORSO - regia Ninni Bruschetta

Lavori in corso Lavori in corso Regia Ninni Bruschetta

di Claudio Fava,
con Maurizio Marchetti, Sergio Fris, Antonio Alveario, Faisal Taher, Toni Canto
Scene di Mariella Bellantone, Costumi di Cinzia Preitrano, Musiche di Tini Canto
Regia di Ninni Bruschetta
Prod. Nutrimenti Terrestri
Teatro La Cometa di Roma. Dal 3 al 27 maggio

www.Sipario.it, 10 maggio 2012
Giornale di Sicilia, 23 gennaio 2010

Forse pochi sanno, e nemmeno sospettano, che il 'teatro civile' italiano, ancor prima della consacrazione di Dario Fo e del 'canzoniere' esistenziale di Giorgio Gaber (al quale vanno affiancate le integrative 'varianti' di Giovanna Marini e Ivan Della Mea), vanta una tradizione di intelletto, ricerca, documentazione 'dal vero' che andrebbe recuperata e incastonata nella (trascurata) dimensione della memoria collettiva. Almeno ad abbattimento del luogo comune secondo cui alla drammaturgia italiana (al suo solipsismo e culto di Narciso) freghi poco delle tribolazioni altrui e delle civiche responsabilità intrinseche all'esercizio del potere- e a quel ruolo di 'sguardo e vedetta' che andrebbe affidato ad ogni genere di elaborazione culturale di cui teatro, cinema, letteratura sono asse portante. Sarebbe una ricognizione pedagogica, densa di sorprese, se si pensa che tra gli antesignani del 'teatro civile'- giusto in epoca fascista- ritroveremmo quella "Frana allo Scalo Nord" dello scrittore e magistrato Ugo Betti che il regime fece presto a insabbiare, replicato (nel 1949 e dallo stesso autore) da un dramma inquisitorio, cocente e per nulla ampolloso come (l'ingiustamente dimenticato) "Corruzione a Palazzo di Giustizia".

E ancor prima che il 'teatro di narrazione' rivelasse i suoi maggiori campioni (Marco Paolini, Marco Baliani, Ascanio Celestini -autori e cantastorie delle rispettive memorie condivise), dovemmo andare a zonzo per quell'ampio arco di tempo che va dalla metà degli anni settanta sino allo sciagurato avvento del berlusconismo, per ritrovare, rileggere, dare ampio riscatto al repertorio di denuncia concepito e praticato (sino alle estreme conseguenze) da 'pensatori civici' come Mario Missiroli, Roberto Mazzucco, Ghigo De Chiara, Mario Moretti, Giuseppe Fava che –dalle gesta di Luciano Liggio alle pagine di Sciascia, dai verbali dei primi processi alla mafia alle nere pagine degli anni di piombo- trassero il nucleo di una benefica scossa alla teatralità delle 'digestioni' e delle rassicurazione 'bagagline'.

Tanto preambolo serve (spero) a meglio contestualizzare "Lavori in corso" di Claudio Fava che, al suo terzo anno di repliche, ravviva ed aggiorna la più grande opera di megalomania scaturita dall'ingegno siciliano e italiota, ovvero quel Ponte sullo Stretto di Messina che non si sa bene se definire mistificazione, incubo, delirio di onnipotenza e ingordigia, il cui 'avanzamento' procede fra l'immobilismo operativo e l'accumulazione di spese grassatorie. Fuggite per la 'tangente' di una crescita esponenziale e fuori controllo, specie nel ventennio dei Cavalleggeri rampanti e strafogoni

Quel ponte avrebbe dovuto 'unire'-annota Fava- ma ha finito per disperdere (definitivamente) destini, illusioni, speranze, fiumi di pubblico denaro. Per uno scandalo a cielo aperto che, proprio come i dissipanti 'lavori' tra Scilla e Cariddi, è ancora in fase di inerzia ed avanzamento, cui nessun pubblico potere (o civile indignazione) riesce a porre manette e sigilli.

Strutturato sulla base di annotazioni, scritti giornalistici, brevi abbozzi di dialogo fra 'indigeni' inquieti e incalliti (il politico, il faccendiere, l'immigrati albanese, il falso invalido che passa il tempo guardando passare i treni-come un personaggio di Simenon), lo spettacolo di Ninni Bruschetta e Maurizio Marchetti (che ne è eclettico, superlativo interprete principale) ha l'andamento di una ballata infelice, di un cabaret brechtiano e post espressionista (annodati alla comune sorgente di Erwin Piscator), in cui la cifra del grottesco 'esagitato e cantato' evolve per situazioni (e slittamenti) di spazio e di tempo, di intercambiabilità del paesaggio umano, sino ad una sorta di eccitazione, di fibrillazione scenica che rasenta la follia compulsiva ma non risolutiva.

E in un impasto, a piene mani, di tragicommedia ed opera buffa che, personalmente mi riporta al clima di certe letture giovanili che erano metafora di una Sicilia 'indelebile', dolorosa, farneticante prodigi, così come negli "Anni perduti" di Brancati, liddove 'la perpetua gloria' sarebbe arrivata dalla costruzione di una Torre (di Balele) nella (riconoscibilissima) città di Caloria.

Angelo Pizzuto

MESSINA (gi.gi.).- Solo Claudio Fava avrebbe potuto scrivere un testo tanto ironico quanto grottesco come Lavori in corso. Ruotante con lievità e realismo politico sulla costruzione del Ponte sullo Stretto. Un'idea accarezzata sin dall'antichità, sempre più sbandierata in questi ultimi quarant'anni da quasi tutti i governi che si sono succeduti nel nostro Paese. L'idea di Fava è chiara, come è chiara quella di Ninni Bruschetta, sensibile e arguto regista d'uno spettacolo al Vittorio Emanuele applaudito a più riprese e alla fine in maniera molto calorosa: il Ponte non potrà unire le due rive siculo-calabre, non può scomparire il mito di Scilla e Cariddi, gli uomini si sbraneranno per un appalto e su di noi rimarrà solo la memoria di tanti morti ammazzati. Come è avvenuto e in parte continua ad avvenire in molte nostre città agghindate da croci e lapidi in ogni via e angolo di strada. "Il Ponte sarà una fuga, uno sguardo dall'alto, una benedizione per chi resta, un premio per chi lascia...sarà la vita e l'inganno", scrive Claudio Fava: parole che i protagonisti dello spettacolo fanno giungere agli spettatori attraverso alcuni siparietti esilaranti e nello stesso tempo densi di verità vere. Come accade all'inizio tra un grande Maurizio Marchetti nei panni d'un ministro e il palestinese Faisal Taher in quelli d'un extracomunitario, entrambi viaggianti su un treno che deraglierà a Rometta, causando 8 morti e 47 feriti. Una scena che non è sfuggita ad un ferroviere in pensione, quello vestito con ilarità e disincanto da Antonio Alveario, bravo davvero, che passa il suo tempo a vedere passare i treni e che si trova a discutere con il ministro di prima sulla fattibilità del mostro sullo Stretto, fornendo costui dati e numeri da capogiro. Dall'alto d'un aereo sembrerà una linea scura, un Binario: ed ecco tutti a cantare la nota canzone portata al successo da Claudio Villa, mentre verrà ricordato che da Agrigento o da Palermo per giungere a Messina un treno impiega oggi un tempo infinito, da puro romanticismo. La scena ideata da Mariella Bellantone ( i costumi invece sono di Cinzia Preitano) è composta da tre scalette, due-laterali-una-centrale, che convergono su una passerella che sembra un ponticello. "Esproprieremo le villette di Faro, prosciugheremo i laghi di Ganzirri, spianeremo colline e cimiteri tutti intorno", dice il ministro al suo scettico interlocutore su quella postazione, quasi come il maggiore americano di Avatar alla conquista di Pandora. Lavoreranno migliaia di operai, raffigurati qui da un ottimo David Coco, ignaro e ingenuo, che non sa da dove iniziare a costruire il ponte. L'operaio cinturerà l'area con nastro plastificato bianco e rosso e adagerà per terra il cartello triangolare Lavori in corso, fra le rimostranze del ferroviere in pensione che lo redarguirà ricordandogli il terremoto di Messina del 1908, la follia e la pericolosità di siffatta mega-opera, ricevendo come risposta che al Brancaccio di Palermo "i morti ce li ammazziamo noi senza aspettare il terremoto". Si accennerà all'assassinio di Don Puglisi e si udranno in chiusura assordanti rumori di martelli pneumatici mentre i due personaggi dell'inizio, ministro e ferroviere, molto invecchiati, avranno ancora la forza di gridare che forse i lavori finiranno nel 2050. Spettacolo da non perdere, con due belle ballate nella lingua di Buttitta cantate da Toni Canio e repliche sino a domenica pomeriggio.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Sabato, 21 Settembre 2013 06:16

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